domenica 23 aprile 2017

I seminari del DACS: “Un approccio cognitivo allo studio antropologico delle idee e delle credenze religiose”



A ciascuno di noi sarà capitato almeno una volta nella vita di giocare a cercare volti di animali o di cose nelle bianche rotondità del cielo, nel fogliame dei cespugli, o nei sassi; a qualcuno magari sarà successo di intravvedere una faccina sorridente nel tombino del marciapiede su cui camminava; altri avranno parlato al proprio animale domestico come se si stessero rivolgendo a una persona.
 
Tutti questi esempi rimandano a quella capacità della mente umana di antropomorfizzare oggetti e animali, sia riconducendone le sembianze a qualcosa di molto familiare e noto, sia proiettando su di essi facoltà tipicamente umane. Nota anche come pareidolia (dal greco εἴδωλον, "immagine" e παρά, "vicino"), tale capacità, oltre a restituire un senso di ordine alla nostra percezione della realtà esterna, sarebbe anche alla base dello sviluppo delle credenze in entità fantasmatiche
 
L’obiettivo del Prof. Scarduelli in occasione del seminario del 12 aprile era di riflettere con noi su quali siano le premesse cognitive alla base delle credenze nell’esistenza di tali entità fantasmatiche, vale a dire di quell’insieme di entità ascrivibili alla sfera del sacro, che vanno dagli spiriti della natura, alle divinità ancestrali, fino alle creature delle cosmologie più complesse (come nel caso dell’induismo).

Nel tentativo di coniugare gli studi cognitivi più avanzati sul funzionamento della mente con i contributi della paleontologia sull’evoluzione degli ominidi, il Prof. Scarduelli ha dunque proposto un abbozzo di modello teorico antropologico che vorrebbe gettare luce su questa capacità, tipicamente umana, di creare entità fantasmatiche e di attribuirvi uno statuto ontologico. Il suo modello teorico subisce l’influenza di diversi contributi: dell’antropologo Pascal Boyer, il cui articolo “What Makes Anthropomorphism Natural” (1996) era tra le letture preliminari al seminario, autore tra l’altro del libro “E l’uomo creò gli dei” (Odoya, 2010); delle suggestioni provenienti da Ara Norenzayan, autore di “Grandi dei" (Raffaello Cortina, 2014); della portoghese Diana Espirito Santo, autrice e curatrice del volume “Making spirits” (Tauris, 2013); ma anche di “Religion and Material Culture” (Routledge, 2010) curato da David Morgan.

L’ipotesi alla base di questo tentativo di far convivere l’antropologia culturale con la psicologia intuitiva, le scienze cognitive e la biologia evoluzionista, è che l’evoluzione umana sia stata influenzata dalle pratiche dei primi ominidi, pratiche strettamente culturali, che avrebbero avuto ricadute sulla filogenesi dell’Homo sapiens sapiens. Infatti, tutte le caratteristiche che ci qualificano come esseri umani, e in particolare la nostra struttura scheletrica, il coordinamento mano-cervello, la stessa struttura fisiognomica della nostra faccia, come anche il linguaggio e i meccanismi cognitivi, sarebbero in stretta relazione con lo svilupparsi delle credenze in entità fantasmatiche. Questi particolari tipi di credenze sarebbero, secondo il Prof. Scarduelli, un sottoprodotto del processo evolutivo (un sottoprodotto da intendersi non in termini dispregiativi o sminuenti, ma solo nel senso di un fenomeno non previsto). Dal punto di vista filogenetico, ciò significherebbe che la selezione naturale avrebbe preferito quei meccanismi cognitivi che apparivano più funzionali alla sopravvivenza degli esseri umani. Tali meccanismi, tuttavia, una volta trasposti in un contesto diverso, non più caratterizzato dall’imperativo alla sopravvivenza, avrebbero continuato a funzionare ma in un modo diverso dal loro scopo originario. 
 
Secondo Boyer, ciò che caratterizza il nostro modo di concepire le entità fantasmatiche è la possibilità che gli esseri umani hanno di interagire con esse. Ciò che l’antropologo sottolinea, a partire dai risultati di un esperimento dello psicologo Justin L. Barrett sul concetto di Dio, è la tendenza da parte dei soggetti ad assegnare a Dio delle capacità che normalmente si attribuiscono all’essere umano. Tale inclinazione sarebbe alla base dell’estensione del concetto di umanità alle entità fantasmatiche, e avrebbe quindi portato gli esseri umani a concepire gli spiriti, le divinità, gli dei, come esseri umani, come entità con le quali si sarebbe potuto interagire, allo stesso modo che con gli altri esseri umani, avendo quindi le stesse aspettative nei loro confronti e, in alcuni casi, attribuendo ad essi sembianze antropomorfe. Le loro caratteristiche contro-intuitive – come le definisce lo stesso Boyer – ovvero il fatto di avere una biologia anomala (caratterizzata dall’assenza di bisogni fondamentali come cibo, sonno etc.) e le loro capacità sovra-umane (volare, risorgere dopo la morte, capacità demiurgiche etc.), in violazione delle leggi della fisica, non avrebbero comunque impedito di costruire (e di pensare) tali entità come esseri umani (o per parafrasare il linguaggio biblico, a propria immagine e somiglianza), anche se per di più l’antropomorfismo avrebbe riguardato il comportamento più che le sembianze fisiche.

Ma allora, si è chiesto il Prof. Scarduelli, da dove scaturirebbe, da un punto di vista cognitivo, questa tendenza ad attribuire caratteristiche umane ad altri esseri animati e inanimati, alla base della credenza in entità fantasmatiche?

Boyer tenderebbe a dare una risposta in termini puramente descrittivi, limitandosi a descrivere i meccanismi di attribuzione di intenzioni tipicamente umane anche agli esseri soprannaturali. Diversamente, la proposta del Prof. Scarduelli è di analizzare la filogenesi dei primissimi ominidi e, in particolare, di risalire all’attività venatoria da essi praticata, per lo meno a partire dall’Homo erectus. La caccia di grossi animali, infatti, si configurava come pratica collettiva e come tale richiedeva non solo una raffinata progettazione preliminare, ma anche attività di coordinamento, divisione dei compiti e capacità di comunicazione. Quanto a quest’ultima, fondamentale era la capacità di capire le intenzioni degli altri, a partire dalla interpretazione della loro espressione del volto, e quindi dei movimenti dei muscoli perioculari e della motilità dei muscoli labiali etc. Proprio la capacità di comprendere le intenzioni degli altri sarebbe stata fondamentale per lo sviluppo dei legami sociali, oltre ad essere un importante tratto distintivo dell’essere umano rispetto alle altre specie animali.


Secondo il Prof. Scarduelli, la capacità di immaginare che qualcosa esista al di fuori della nostra percezione è una delle tre facoltà fondamentali alla base del linguaggio umano (distanziamento), assieme alla produttività, cioè la possibilità di costruire un numero potenzialmente infinito di messaggi; e all’arbitrarietà, che fa sì che i significanti siano di per sé liberi da vincoli e costrizioni e che tra parola e referente vi sia un rapporto convenzionale. Sarebbe proprio il distanziamento a consentirci di parlare di oggetti, eventi e persone anche molto lontani nello spazio e nel tempo, a parlare di ciò che non esiste, a elaborare equazioni algebriche, così come a pensare alla musica senza ascoltarla, mentire etc. Ed è grazie ad esso, ad esempio, che sono potute nascere la fantascienza o la storia.

La capacità di ritenere reali le entità fantasmatiche antropomorfiche (dotate di un carattere, di emozioni e di volontà) potrebbe allora essere dovuta a un iper-distanziamento, ovvero a una facoltà cognitiva umana utilizzata in un modo diverso da quello per cui si era originariamente formata. Riprendendo un termine utilizzato dallo stesso Barrett (citato a sua volta da Boyer), Scarduelli chiama iper-riconoscimento la capacità di attribuire caratteristiche umane ad altri oggetti animati e inanimati. Anche secondo Barrett tale capacità avrebbe avuto origine proprio dall’attività di caccia dei primi ominidi. Da qui avrebbe preso forma un sistema di inferenza che avrebbe permesso di distinguere nell’ambiente circostante qualsiasi cosa dotata di intenzionalità, umana o non umana. Barrett definisce l’iper-riconoscimento come “sistema di individuazione di agente intenzionale” e lo assimila al cosiddetto “balzare alle conclusioni”, intendendo con ciò la facoltà di pensare all’esistenza di un ente intenzionale anche laddove avrebbero potuto esserci altre spiegazioni plausibili. Esso avrebbe avuto la funzione di mettere in guardia rispetto a potenziali minacce e, da un punto di vista evolutivo, si sarebbe rivelato più vantaggioso rispetto alla tendenza a minimizzare o a sottostimare il pericolo.

C’è poi un altro aspetto da considerare, che si lega strettamente al meccanismo dell’iper-riconoscimento rilevato da Barett: il disconoscimento. Se da un lato è vero che l’iper-riconoscimento sarebbe in grado di spiegare perché le entità fantasmatiche abbiano cominciato ad essere assunte come reali, dall’altro, il disconoscimento avrebbe permesso di pensarle come entità autonome, separate da noi stessi, e con le quali poter instaurare rapporti di gerarchia o di scambio. La reciprocità e la gerarchia sarebbero proprio le due forme fondamentali delle nostre relazioni sociali, e d’altro canto presso popolazioni distinte si ritrova spesso una corrispondenza fra la gerarchia del mondo degli spiriti e quella della sfera dell’umano. Come afferma lo stesso Prof. Scarduelli nel suo “I rituali del potere” (Carocci, 2014), i dati paleoantropologici che hanno portato alla scoperta dei rituali di doppia sepoltura, così come alla simbologia cromatica delle ossa dei defunti, darebbero ulteriore sostegno a queste ipotesi.

Il seminario, in conclusione, ci ha lasciato con alcuni fecondi spunti di riflessione e importanti suggestioni. In generale il Prof. Scarduelli, ormai alle soglie della pensione, ci ha messo in guardia da alcune tendenze sempre più in voga nel mondo accademico attuale: in primo luogo dalla tendenza alla iper-specializzazione degli antropologi, sempre più esperti del proprio settore di studi ma anche, di conseguenza, sempre meno in grado di dialogare fra loro; poi dal fatto che altri scienziati sociali, e in particolare i sociologi, si siano appropriati dell’etnografia, il metodo per eccellenza dell’antropologia, con l’effetto di snaturarlo e, cosa ancor più grave, di ridurne la complessità. 
 
L’invito per tutti noi è di mantenere un atteggiamento sempre aperto verso ogni contributo, non solo antropologico; di leggere la produzione scientifica di altre discipline, in modo da trarne nuova linfa e ispirazione. Inoltre, in un mondo accademico sempre più investito dalla logica della produttività (una logica economicistica, a noi poco familiare), tradotta nell’imperativo a pubblicare il più possibile senza rispetto per il tempo soggettivo del ricercatore per quello necessario alla rielaborazione dell’esperienza di campo, mi sembra che la parola d’ordine possa diventare…
RESISTERE
RESISTERE
RESISTERE

Nessun commento:

Posta un commento