giovedì 4 maggio 2017

“Spazio vitale”: il blitz alla Stazione Centrale contro i migranti come forma di riproduzione dell’Italianità

Alla Stazione Centrale, il giorno dopo, c’era un’atmosfera particolare. Anche se in apparenza sembrava tutto uguale. Un’autoblindo della polizia e tre camionette dei militari stazionavano stabilmente al centro della piazza principale. Un gruppo misto tra polizia e militari faceva la ronda attorno alla stazione. Tutto intorno il perimetro della piazza c’erano gruppi di migranti sparsi in base alle zone di provenienza. Tutto come ogni giorno, in apparenza. Quello che rendeva l’atmosfera particolare era l’effetto ottico. La piazza centrale della stazione era pressoché vuota. Lo spazio antistante alla stazione, quello più ampio, e passaggio principale per pendolari e viaggiatori, era occupato unicamente da poliziotti e militari. Le parole di Matteo Salvini, pronunciate durante la diretta Facebook del blitz, sembrano in questo senso più che appropriate. L’intento del blitz sembra sia stato quello di “ripulire” la piazza.  Disperdere e confinare la “massa” migrante dal centro ai margini dello spazio principale della Stazione Centrale.

Le affinità elettive tra una certa retorica politica e l’azione istituzionale non sono di certo un fenomeno nuovo in Italia; il decreto Minniti, appoggiato dalla stragrande maggioranza dell’arco politico italiano, in questo senso, costituisce solo l’ultima spia di questa sovrapposizione. Tuttavia quanto accaduto in Stazione Centrale, per certi aspetti, rischia di inaugurare una nuova fase. Una fase che vede una saldatura tra il discorso sulla gestione dei flussi migratori transnazionali e quello sull’identità nazionale, dove è il territorio, la piazza, lo spazio condiviso tra status e gruppi sociali contrapposti che diventa l’oggetto del contendere.
Il confinamento della presenza migrante in Stazione Centrale, l’espulsione dalla piazza principale, può iscriversi in un processo di risemantizzazione della dinamica tra visibilità e invisibilità (Carter, 2010) nella gestione delle migrazioni forzate in Italia. Fino al 2011, difatti, tale flusso rimaneva perlopiù distante (tanto discorsivamente, quanto spazialmente) dallo spazio pubblico. Le sue rappresentazioni oscillavano tra un’ipervisibilizzazione dello “sbarco” (di cui Lampedusa ha costituito il centro simbolico e che Cuttitta (2012) ha definito come lo “spettacolo del confine”) e un’invisibilizzazione successiva, con il confinamento dei richiedenti asilo nei vari centri di smistamento, detenzione, controllo (CIE, CPT, CARA, etc) predisposti a livello istituzionale. Negli ultimi anni però il rapporto tra visibilità e invisibilità nella gestione delle migrazioni forzate ha assunto nuove forme. Sin dal 2011, con il rilascio di permessi umanitari ai soggetti in fuga sbarcati in Italia durante l’Emergenza Nord Africa, si è assistito a un transito sempre più cospicuo di richiedenti asilo attraverso le frontiere interne europee. Tale fenomeno ha paradossalmente assunto maggior vigore dal 2013, con la chiusura dello stato d’emergenza in Italia e la normalizzazione del sistema di contenimento della mobilità migrante. Da quel momento, gli spazi di frontiera e i punti di snodo nevralgici delle maggiori città sono andati progressivamente configurandosi come punti di ipervisiblizzazione della presenza migrante in Italia, entrando a far parte del dibattito pubblico sulla gestione e il controllo delle migrazioni forzate.
Milano, e la Stazione Centrale in particolare, ha costituito un esempio di gestione dei flussi informali attraverso un paradigma di tipo umanitario: organizzando e coordinando l’accoglienza ai richiedenti asilo in transito, la stessa amministrazione comunale si è attivata per fronteggiare il ruolo di hub informale che la città ha assunto negli ultimi anni.
Quell’informalità, questa ipervisibilizzazione del flusso migratorio, oggi è al centro del dibattito pubblico italiano. Un dibattito che ha portato a un cambio di paradigma: alla gestione umanitaria del flusso informale dei richiedenti asilo si è andata sovrapponendo e istituzionalizzando una retorica securitaria. Una retorica che, agganciandosi a un paradigma nazionalista, ha prodotto un matrimonio pericoloso.

Il blitz in Stazione Centrale costituisce la prima concreta manifestazione di questa unione. Dalla retorica politica su un’italianità a rischio di “contaminazione” (la sostituzione etnica invocata dall’estrema destra) si è infatti passati a un’azione istituzionale tesa alla difesa “dell’italianità”.


In Stazione Centrale, la formula “lo stato c’è” ha assunto così le forme della polizia/pulizia, costituendo la “naturale” modalità attraverso cui “fronteggiare” la presenza migrante. Si inaugurano così nuovi modelli. Dalla spettacolarizzazione del confine si è passati a spettacolarizzare il contenimento e la repressione, a elogiare gli elicotteri e la polizia a cavallo che arrestano, identificano e disperdono i migranti. Il messaggio istituzionale è inequivocabile: viene contrapposta una cittadinanza attiva (Italiana) a una “massa” migrante (straniera), razzialmente connotata e percepita come strutturalmente illegittima. La piazza principale della Stazione Centrale diventa così uno “spazio vitale” da liberare, da restituire alla nazione. La rappresentazione della contrapposizione tra divisa blu e pelle nera sotto l’ombrello della gestione del fenomeno migratorio catapulta lo scenario italiano in un campo discorsivo in forte espansione in occidente. Un campo che legittima e promuove muri, repressione e chiusura delle frontiere. Il blitz, lungi dal costituire un episodio isolato, sembra poter essere l’apripista di nuove modalità attraverso cui riprodurre un’italianità sempre più schiacciata sull’isomorfismo tra cittadinanza, nazione e razza.


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