Visualizzazione post con etichetta cambiamenti climatici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cambiamenti climatici. Mostra tutti i post

venerdì 3 agosto 2018

Amitav Gosh: i rifugiati climatici, la letteratura senza immaginazione, Savonarola e altre storie



Il 30 maggio i docenti e i dottorandi del  DACS  hanno avuto la possibilità di incontrare lo scrittore e antropologo Amitav Gosh[1] prima della conferenza The Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change tenutasi nel pomeriggio, per un seminario a partire dal suo ultimo saggio The Great Derengement tradotto in italiano come La grade cecità Il cambiamento climatico e l’impensabile, edito da Neri Pozza.
Nel testo l’autore indaga il cambiamento climatico a partire dalla sua assenza nella narrativa contemporanea, tranne rare eccezioni, sintomo probabilmente legato a una crisi della cultura che Gosh pertanto identifica come «fallimento dell’immaginazione» (op.cit p.16). Questa non sarebbe in grado di relazionarsi con il cambiamento climatico visto come una “unseen force” così come con molti altri esempi di presenze non umane.
A partire da La Grande Cecità, spaziando nel vissuto e nelle opere precedenti dell’autore e della tradizione antropologica alla quale appartiene, letterati e antropologi hanno interrogato il testo con l’ausilio dell’autore stesso.



Nel rapporto tra lo stile di scrittura e la tipologia testuale non c’è costrizione per Gosh:  “non decido che genere sto facendo […] Non vengono fuori da diverse parti della mia testa”. La sua motivazione  piuttosto che all’attivismo è  legata ad una volontà di introspezione, spiega l’autore, al desiderio di esaminare la sua prospettiva come scrittore e come pratica resistente rispetto al cambiamento climatico.
La prima parte del testo infatti, che titola Storie nella versione italiana, racchiude la problematica
di una relazione con l’ambiente presente, ma inespressa dal contesto culturale occidentale.
La riflessione durante il workshop si apre dunque a partire dalle suggestioni del libro rispetto ai limiti umani e al divino come agente con l’esempio, tra gli altri, della comunità egiziana del villaggio dell'Alto Delta, poi descritto ne Lo Schiavo del manoscritto[2], in cui Gosh ha fatto ricerca per la sua tesi di dottorato. L’intero operato della comunità, spiega Gosh, ruota attorno all’invidia, l’occhio del diavolo, che può investire chi possiede al di là dei limiti del merito e dove il senso della misura, dell’abbastanza per non attirarla, sono valori condivisi socialmente. Noi invece di consapevolezza dei limiti non ne abbiamo più.
Da questo approccio con la presenza non umana, protagonista in ogni libro di Gosh e ne La grande cecità, con il racconto in prima persona di quando da ragazzo durante un tornado guardò negli occhi la tigre: l’inspiegabile (op.cit.p37), scaturisce la difficoltà dello scrittore di trovare un linguaggio in cui rendere queste esperienze e l’interesse per presenze, esseri, agenti non umani.
Nella terza e ultima parte del testo, Politica nella traduzione italiana, Gosh analizza due esempi di narrazione che si cimentano con il cambiamento climatico cercando di riassumerne le forze ingovernabili che lo animano. Egli si concentra sulla retorica di Laudato si’ – l’enciclica di papa Bergoglio incentrata sul rispetto dell’ambiente, con il suo linguaggio di apertura e interazione con la povertà attraverso la valorizzazione delle esperienze degli umili, in contrasto con l’accordo di Parigi, in seguito alla conferenza sul clima del dicembre 2015, che cerca di incasellare la tematica in un mondo di expertise nonostante le rivolte “against exspertise all over the world”. Gosh afferma infatti nel testo che il cambiamento climatico «ha rovesciato l’ordine temporale della modernità (op.cit.p:72) mettendo in crisi il più importante concetto politico dell’era moderna, l’idea di libertà [ …] caratterizzata dal distacco della natura (ivi:149)».
Rispetto alle motivazioni sulla scelta di questi due testi, Gosh risponde che, pur non scrivendo né da religioso né da laico e pur scegliendo uno stile saggistico completamento diverso da quello contenuto nell’enciclica, sente le tematiche in essa contenute (il mistero dell’universo, la necessità di condivisione dei beni che la natura mette a disposizione) più definitive rispetto alle rilevazioni scientifiche di cui l’accordo di Parigi si arma scegliendo uno stile aulico e una chiusura verso il lettore non specializzato.
Nel corso della mattinata Gosh spiegherà come sia necessario riappropriarsi invece di questo spazio di interlocuzione con altri tipi di presenze e come la religione sia l’unica risorsa in grado di promuovere l’apertura di questo spazio e di muovere le masse rispetto alla sensibilizzazione sul cambiamento climatico.
Alla domanda sul perché elevi la religione come l’unica speranza per un’assunzione di responsabilità rispetto al cambiamento climatico, Gosh risponde “we don’t have time, we need to be practical, we need the most influence movement”. Dunque è la religione cattolica nella carismatica e impegnata figura di papa Francesco, il quale può raggiungere milioni di persone e sembra ampiamente recettivo verso le problematiche ambientali, a soppiantare l’impegno dei movimenti ambientalisti che sembrano invece aver fallito nel corso del tempo. Nonostante sia anch’egli un sostenitore dei grassroots movements, Gosh è sicuro che non salveranno il mondo avvertendo un’urgenza che a volte lo fa sentire come “Savoranola mentre inveisce contro il mondo, senza che nessuno gli creda”.


Innumerevoli altri aspetti del testo emergono dalla discussione e dalle domande, per esempio rispetto alle forme assunte dal potere concentrato attorno a chi controlla le fonti energetiche sia quelle legate ai combustibili fossili che quelle alternative rinnovabili. La storicità di queste scelte energetiche per il pianeta è trattata nella seconda parte nel testo presentato: Storie.
Per le fonti energetiche rinnovabili, diversamente che per carbone e petrolio, non conosciamo gli esiti della rivoluzione energetica che recano in seno, conosciamo invece l’impatto dei disastri ambientali sull’ordine sociale e su questo da antropologi possiamo concentrarci.
Altre suggestioni riguardano la responsabilità del modo di produzione capitalista nell’era dell’antropocene, che invece Gosh attribuisce maggiormente all’industrializzazione in sé dunque non solo nei paesi neoliberisti, ma anche – citando la Cina - nei paesi guidati da un assetto socialista o comunista che ruotano intorno a una produzione intensiva industriale.
E ancora intorno al rapporto tra letteratura e natura, macro categoria all’interno della quale Gosh prova a leggere il cambiamento climatico, le indicazioni di interpretazione che la discussione porta sono molteplici: lo sciamanesimo che caratterizzava il “nuovo mondo” senza letteratura ad esempio ci riporta alla convinzione che l’atto di leggere possa in qualche modo dispensare dal vedere le presenze intorno a noi. Inoltre gli studi dell’antropologo Rasmussen[3] sull’intersoggettività “between man and the glacial” tra gli Inuit, che conoscono qualcosa in più rispetto all’ambiente in cui vivono, che conoscono il ghiaccio e possono fare predizioni accurate su esso, ci legano agli studi antropologici precedenti sulla natura e le modalità con cui l’uomo si è relazionato con essa e con le sue forze nel tempo e in differenti aree e culture. Da qui riflessioni sul rituale “non come controllo ma per attivare” questa relazione con la natura e un’ invettiva contro la retorica della “ricerca di soluzioni” perché chi ha le risposte le userà contro le persone comuni, ci fanno concludere che non ci sono verità universali nemmeno per la scienza stessa, lì dove la letteratura sembra aver esaurito gli espedienti per raccontare la realtà naturale che ci circonda.
Concludiamo con disincanto che forse avremmo bisogno di una nuova forma, come Fenoglio ebbe bisogno della storiografia greca per spiegare la difesa di Alba. Una forma che renda la dimensione collettiva del cambiamento climatico e i fenomeni che esso si collegano, la migrazione su tutte, ma quale?



[1] https://www.amitavghosh.com/
[2] Lo schiavo del manoscritto (In an Antique Land, 1992) Einaudi, 1993 - Neri Pozza, 2009
[3] Rasmussen, Knud (1921). Greenland by the Polar Sea: The Story of the Thule Expedition from Melville Bay to Cape Morris Jesup. Transl. by Asta and Rowland Kenny. Published by W. Heinemann.

lunedì 20 febbraio 2017

I seminari del DACS: "Antropologia nell'Antropocene: idee di umano, culture e crisi nella relazionalità ambientale"

 
I cambiamenti climatici sono sempre esistiti - ci dice Mauro Van Aken durante il seminario DACS del 15 febbraio - ma quello che sta accadendo adesso è un'accelerazione nuova, da cambiamento epocale, un'intensificazione in tempi brevissimi, che amplifica drammaticamente le dinamiche di crisi ambientale, rendendole qualcosa di spaventoso e angosciante, e accentuando forme di marginalità e conflitto sociale. In un'epoca di sconvolgimenti climatici senza precedenti, l'uomo si riscopre potenza naturale e riscopre il proprio ruolo attivo nel cambiamento dei sistemi ambientali, in quanto produttore della maggior parte dei gas serra che inquinano l'atmosfera e causano il surriscaldamento globale, ma allo stesso tempo riscopre di non essere padrone della natura, che gli riesplode attorno con tutta la sua energia.
 
Dichiarando finita l'Olocene, l'era geologica iniziata alla fine dell'ultima glaciazione, 11.500 anni fa, e ufficialmente ancora in corso, nel 2000 il premio Nobel per la chimica Paul Jozef Crutzen afferma che siamo entrati in una nuova epoca geologica, che propone di chiamare Antropocene, "in cui gli esseri umani agiscono tutto ad un tratto come forza nel determinare il clima dell'intero pianeta". Si tratta di una definizione geologica, non ancora autorizzata, ma basata su una serie di tracce empiriche, considerazioni stratigrafiche, riscontri geofisici.
L'Antropocene rappresenta una vera faglia epocale, una faglia geologica e culturale, caratterizzata dal massiccio impatto delle attività sociali ed economiche umane sul pianeta, in cui il ruolo dell'uomo come forza geologica ne fa il principale autore delle trasformazioni ambientali e climatiche. Si tratta di trasformazioni che sfuggono al controllo dell'uomo e causano angoscia, di cambiamenti dalle conseguenze drammatiche, soprattutto per quelle popolazioni già particolarmente vulnerabili e marginalizzate dai processi di globalizzazione capitalistica, che vivono in aree ad alto rischio e le cui economie dipendono da risorse estremamente sensibili al clima, come scrive Susan Crate, raccontando dei Sakha della Siberia nord-orientale.
"The very idea of the Anthropocene places the 'human agency' smack in the center of attention", dice Bruno Latour. Ma soprattutto, continua il sociologo, "to claim that human agency has become the main geological force shaping the face of the earth, is to immediately raise the question of 'responsability'". Infatti, riconoscere, anche se con molto ritardo, la natura antropica delle emissioni dei gas serra che hanno causato e stanno causando sempre più rapidi cambiamenti climatici, disastri ambientali e catastrofi naturali pone l'uomo di fronte alle proprie responsabilità.
Ma di quale anthropos stiamo parlando? Quali idee di umano entrano in gioco? Da un lato, come già accennato, l'Antropocene ridefinisce il ruolo dell'umano, che si scopre potenza naturale, ma che allo stesso tempo si rende conto di non essere "padrone dell'ambiente". Dall'altro, come scrive Latour e come vedremo più avanti, "the 'anthropos' of the Anthropocene is not exactly any body, it is made of highly localised networks of some individual bodies whose responsability is staggering".
 
In quest'epoca di cambiamenti climatici sempre più veloci, che mettono in discussione l'antropocentrismo, con le sue idee di dominio, progresso e sviluppo, e che definiscono il futuro sempre più in termini di crisi e incertezze, emerge la necessità di un cambio di paradigma nel modo di pensare - o meglio di non pensare - la relazionalità ambientale, la necessità di rileggere la storia e l'attualità tirando fuori quello che è stato rimosso, ovvero le relazioni socio-naturali.
I cambiamenti climatici, come scrive Amitav Ghosh nel suo libro intitolato "The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable", sono qualcosa di impensabile. Richiamano idee di fine del mondo, di rischio, di emergenza, ci spaventano e ci privano delle nostre certezze, perché mettono in crisi quella visione della realtà basata sull'alterità natura/cultura, sulla distinzione tra saperi della natura e saperi dell'uomo, che è il fondamento del nostro "senso comune moderno", della nostra cosmologia. La dicotomia tra cultura e natura, prerequisito dell'ideologia del dominio sulla natura e quindi della modernità, intesa come liberazione dell'uomo dalla natura, nega il nostro coinvolgimento con il mondo e quel complesso sistema di interazioni con soggetti non-umani in cui siamo invischiati. Proprio questa dicotomia, ontologica ed epistemologica, che ha costruito la cultura come qualcosa di opposto alla natura, che ha reso passivo tutto ciò che compone la vita ambientale, che ha portato a un totale diniego della soggettività degli attori ambientali, ci impedisce oggi di leggere e comprendere quei cambiamenti ambientali così interrelati con il nostro "capitalismo del carbonio". Avendo ridotto al silenzio l'ambiente, avendo oggettivato la natura, mettendola a distanza dalla cultura e rendendola qualcosa di estraneo e distinto dall'uomo, anzi qualcosa a disposizione dell'uomo, che egli può controllare e sfruttare, non siamo in grado di leggere la relazionalità tra sistemi sociali ed ecologici, quindi la dimensione di interdipendenza, di responsabilità, di moralità.
Ecco quindi che i cambiamenti climatici emergono come qualcosa di sconvolgente, di inspiegabile, qualcosa che ci disturba emotivamente, che ci angoscia e spaventa, perché ci rendiamo conto tutto ad un tratto che l'ambiente è vivo, agisce e reagisce, che non è controllabile, manipolabile, domabile. Anzi, come scrive Michel Serres nel suo libro "Tempo di crisi", torna a farci paura, "perché diventato soggetto ci cade sulla testa".
 
 
Si tratta allora di andare al di là del "naturalismo" e di svelare quei processi di negazione, rimozione e diniego che sono forme di difesa sociale, di ricollocare la cultura nell'ambiente e di ripensare l'umano nella sua relazionalità ambientale. Del resto, come l'antropologia ha sempre mostrato e come fa notare Marshall Sahlins "il modo in cui l'Occidente moderno rappresenta la natura è la cosa meno condivisa al mondo. In molte regioni del pianeta, gli umani e i non umani non si sviluppano in modi incommensurabili secondo principi distinti".
Tutto questo, afferma lo storico Dipesh Chakrabarty, implica il riconoscimento del fatto che gli uomini sono ora parte della storia naturale del pianeta.
La questione climatica è una questione culturale, che ha a che fare con quegli immaginari che oggi sono molto "carbonici", ci dice Van Aken, ed è una questione altamente politicizzata, perché mette in crisi gli attuali modelli di consumo del capitalismo moderno. Rendersi conto del ruolo che l'uomo ha nei cambiamenti ambientali in corso è qualcosa di profondamente destabilizzante, ma allo stesso tempo può essere qualcosa di potenzialmente creativo, nel momento in cui ci spinge a mettere in discussione quel modello di "sviluppo e progresso" che genera continuamente desideri di consumo, che sono alla base dei modelli di sfruttamento e di produzione dell'economia del carbonio.

Ripartendo dalla relazionalità, dal proprio coinvolgimento in sistemi ambientali complessi, abbiamo l'opportunità di far riemergere ciò che rimane nascosto, in "un'organizzazione sociale del diniego", quindi di riconoscere le pratiche consumistiche innanzitutto come pratiche ecologiche (non ecologiste!), che hanno un impatto sull'ambiente e sull'atmosfera, e quindi ancora di pensare a possibili trasformazioni. Come scrive Crate, "the global climate change [...] is caused by the multiple drivers of Western consumer culture, it transforms symbolic and subsistence cultures, and it will only be forestalled via a cultural transformation from degenerative to regenerative consumer behavior. Accordingly, anthropologists are strategicall well-placed to interpret, facilitate, translate, communicate, advocate, and act both in the field and at home in response to the cultural implications to unprecedent climate change".