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sabato 21 luglio 2018

Ricucire gli strappi della pratica antropologica. Dall’andata al ritorno, dal rurale all’urbano, dal campo alla teoria.


In occasione degli appuntamenti didattici del DACS, giovedì 31 maggio 2018, la prof.ssa Barbara Casciarri (Università Paris 8 – LAVUE) ha presentato un incontro seminariale dal titolo «Fare etnografia della “natura”, tessendo il filo tra campo e teoria» in cui, rielaborando le tappe del suo percorso di ricerca, ha offerto ai dottorandi degli strumenti utili per affrontare uno dei dilemmi cruciali dell’attività etnografica: la costruzione di un rapporto dialettico tra campo, teoria e scrittura. 
Il processo di rielaborazione dell’esperienza di campo rappresenta una fase cruciale dell’attività etnografica, in cui l’antropologo è chiamato a “tessere il filo” dell’antropologia che intreccia necessariamente presenza sul terreno e riflessione teorica. Esiste infatti uno scarto considerevole tra la fase di raccolta dei dati (produzione) e quella di analisi (interpretazione). 
«Come risaliamo, a partire da dati empirici, a linee di interpretazione teorica?», e ancora «Come, a partire da specifiche domande di ricerca, formiamo il metodo?». A partire da questi interrogativi, la prof.ssa Casciarri ha illustrato alcune delle modalità attraverso cui è riuscita a ricucire gli strappi caratteristici dell’attività etnografica, ponendo in essere un processo di costante rielaborazione del sapere capace di dare vita a connessioni illuminanti fra contesti molto distanti tra loro. 
La gestione delle risorse ambientali, e in particolare quelle idriche, rappresenta l'oggetto attorno al quale ruotano le indagini di Casciarri, tese ad articolare lo studio delle tecniche, del sapere e del potere nell'accesso a tali risorse. 
Impegnata dai primi anni ‘90 nello studio delle comunità pastorali del Sudan e dei sistemi di irrigazione delle comunità pastorali e agricole della Valle del Dra in Marocco, Casciarri è tornata successivamente in Sudan per dedicarsi all'analisi delle trasformazioni economiche e sociali connesse alla dismissione dei pozzi tradizionali presenti nel tessuto periurbano di Khartum, dando così origine ad un personale e prezioso processo di riconversione dal punto di vista tematico e areale. 
L’anno 2000 segna una svolta decisiva nel percorso di ricerca di Casciarri quando, discostandosi dallo studio delle comunità rurali del Marocco e del Sudan, sceglie di tornare in Europa per dedicarsi ai temi dell’ambiente in area urbana, dimostrando una straordinaria capacità di rielaborazione metodologica. 
Il salto etnografico compiuto da Casciarri evidenzia quanto l’attività dell’antropologo dipenda strettamente da un costante bricolage metodologico ed epistemologico utile, da un lato, a rimediare all'insufficienza di alcuni approcci socio-teorici che tendono a limitare la costruzione di un dialogo interdisciplinare, e dall'altro a sollecitare la rielaborazione di esperienze e conoscenze maturate in altri contesti per applicarle in nuovi terreni, anche geograficamente e strutturalmente molto lontani tra loro. 
L’attività didattica svolta presso l’Università Paris 8 ha rappresentato un ingranaggio fondamentale della transizione etnografica di Casciarri che, a partire da un seminario dedicato alle “Politiques de la Nature”, ha ideato una serie di stage etnografici in area urbana volti ad analizzare l’attività di “incorporazione sociale” delle “Natures en ville”, ad esempio nella zona suburbana di Montreuil.
Combinando aspetti rurali e urbani, storici e socio-politici, queste passeggiate etnografiche hanno permesso a Casciarri di elaborare una metodologia solida ricavando degli elementi di inquadramento trasversali rispetto ai singoli contesti considerati (rurali e urbani): 
a) Analisi del rapporto tra materialità e storicità, volto a comprendere i fenomeni contemporanei di (ri)politicizzazione; 
b) Rielaborazione di microstorie socio-ambientali utili a “far parlare le cose” (Appadurai); 
c) Ricostruzione dei processi di incorporazione (embeddedness) dei beni comuni, atti a mettere in evidenza la relazione pubblico/privato nell'attività di mercificazione all'interno di un contesto globale. 
La riflessione elaborata da Casciarri invita ad approfondire quell'ampio ramo della disciplina noto come “Antropologia dell’ambiente”, che include la Political ecology e l’Antropologia delle tecniche. 
La nozione di “ciclo idrosociale” rappresenta la chiave di volta di tutti i suoi lavori: è seguendo quelle che Casciarri chiama le «storie nascoste di acque locali» che è possibile far emergere la «natura poco naturale» dell’ambiente ecologico e sociale che ci circonda. Solo concependo l’ambiente quale sistema composto di reti (acqua, petrolio, minerali, metalli, ecc), costantemente attraversato da significati politici e culturali, è possibile cogliere gli assetti più ampi attorno ai quali spesso si annidano i semi dei conflitti socio-economici globali . 

Supporti teorici: 
Appadurai A., 1986. The Social Life of Things. Commodities in Cultural Perspective. Londres-New York, Cambridge University Press. 
Bédoucha G., 1987. ‘L'eau, l'amie du puissant’. Une communauté oasienne du Sud tunisien. Paris, Éditions des Archives Contemporaines (Collection « Ordres Sociaux »). 
Casciarri Barbara, 2013. «Systèmes sociotechniques, savoirs locaux et idéologies de l'intervention. Deux exemples de gestion de l'eau chez les pasteurs du Soudan et du Maroc», Autrepart, n° 65: 169-190. 
Casciarri B., Van Aken M., 2013. «Anthropologie et eau(x) affaires globales, eaux locales et flux de cultures». Journal des anthropologues, 132-133: 15-44. 
Casciarri B., 2011. «La desocialización del agua en las comunidades del Sur en tiempos de globalización capitalista : del sureste de Marueccos al Sudan central», in AYEB H. (ed), El agua en el mundo árabe : percepciones globales y realidades locales. Madrid, Casa Arabe: 107-139. 
Casciarri B., 2008. «Du partage au clivage : marchandisation de l’eau et des rapports sociaux dans un village du Maroc présaharien (Tiraf, vallée du Dra)», in BAUMAN E., BAZIN L., et alii (dir.), Anthropologues et économistes face à la globalisation. Paris, L’Harmattan: 87-127. 
Descola P., 2000. «L’anthropologie et la question de la nature», in DESCOLA P. (dir.), L’environnement en perspective. Contextes et représentations de l’environnement. Paris, L’Harmattan: 63-83.
Eker M., Loftus A., 2008. «The Power of Water: Developing Dialogues Between Foucault and Gramsci», Environment and Planning D: Society and Space, 26(4): 698-718. 
Kaika M., 2005. City of Flows. Modernities, Nature and the City. New York, Routledge. 
Latour B., 1997. Nous n’avons jamais été modernes. Essai d’anthropologie symétrique. Paris, La Decouverte. 
Loftus A., 2006. «Reification and the Dictatorship of the Water Meter», Antipode, 38(5): 1023-1045. 
Swygendow E., 2004. Social Power and the Urbanization of Water - Flows of Power. Oxford, Oxford University Press. 
Van Aken M., 2012. La diversità delle acque. Antropologia di un bene molto comune. Lungavilla, Altravista.

mercoledì 2 maggio 2018

Percorsi di studio, ricerca e formazione post-laurea

DACSdiaries ospita qui di seguito il primo post a cura degli studenti del Corso di laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell'Università di Milano Bicocca. Ne sono autori: Paolo Molteni, Serena Saligari e Giulia Canzi, che ringraziamo!

Lo scorso 18 aprile si è tenuto presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca un incontro sui percorsi di studio, ricerca e formazione post-laurea rivolto a noi studenti della magistrale e organizzato in collaborazione col DACS – Dottorato di Antropologia Culturale e Sociale della Bicocca. Le tematiche affrontate in questo appuntamento possono essere riassunte in tre aree principali: il dottorato di antropologia e il modo in cui ci si deve preparare per affrontare il passaggio dalla magistrale a questo percorso di studio; la stesura di un articolo scientifico e il processo di selezione attuato dalle redazioni di riviste del settore; l'antropologia e il mondo del lavoro, concentrandosi sui risvolti pratici dell’antropologia applicata. 

Il primo punto è stato sviluppato grazie all'intervento della professoressa Alice Bellagamba; il secondo è stato invece discusso dalla professoressa Alessandra Brivio, che è anche redattrice della rivista scientifica Antropologia; il terzo tema è stato trattato da Marco Traversari, responsabile del Laboratorio Antropologia e mondo del lavoro e dell’ufficio Politiche Attive. Ad essi si sono aggiunti gli interventi del professor Ivan Bargna, del tutor del DACS Francesco Vietti e di alcuni tra i dottorandi.
Risultati immagini per transport en commun senegalL'intervento di Alice Bellagamba si è aperto con la presentazione del numero di dottorandi che vengono accettati ogni anno: statisticamente, i posti riservati agli studenti di antropologia nelle più importanti sedi universitarie italiane sono tra gli 8 e i 10. A questi posti se ne aggiungono altri riservati a persone provenienti dal mondo del lavoro che, in accordo con i propri datori e tramite finanziamenti privati, hanno deciso di proseguire la propria formazione con un dottorato. Successivamente, è stato presentato un utile riassunto delle competenze necessarie per poter accedere al dottorato, con una divisione tra competenze base (conoscenza della lingua inglese e/o di altre lingue straniere e una buona conoscenza della tecnologia), competenze specifiche (relative alla storia dell’ antropologia e alla capacità di stendere bibliografie tematiche) e, ultimo ma non ultimo, doti personali (quali l'autodisciplina, la motivazione, il desiderio di stare sul campo, il saper stare da soli, etc). Come è emerso dall’esperienza personale dei dottorandi che sono intervenuti successivamente, centrali per ottenere queste competenze sono le esperienze effettuate prima di accedere al dottorato: corsi di perfezionamento, esperienze nel mondo del lavoro, master non sono pensati come meri riempitivi del curriculum studiorum, ma come percorsi atti a fornire le competenze necessarie a muoversi verso il dottorato.

Risultati immagini per strade kleeAlessandra Brivio ha iniziato il suo discorso con una breve presentazione di come si debba scrivere un articolo scientifico, sottolineando l’importanza di una domanda di ricerca precisa cui si vuole rispondere e ricordando che per certi aspetti la stesura di un articolo può essere più difficile rispetto a quella di una tesi di dottorato, causa tempi più ristretti e necessità di sintesi.
Dopo aver nominato una serie di riviste antropologiche catalogate in Italia come "riviste A" - tra  cui Antropologia, ANUAC, Lares, Antropologia Museale, Archivio Antropologico Mediterraneo e DADA -  sono state spiegate le dinamiche attraverso cui viene valutato se un articolo è pubblicabile oppure no: dopo una prima selezione da parte della redazione della rivista, il testo viene inviato a due revisori esterni specializzati sul tema che devono dare un giudizio autonomo e suggerire eventuali correzioni. Qui emerge la centralità della negoziazione, con un ruolo di labor limae utile ad accordare il proprio discorso con gli interessi dell'accademia. Tale lavoro, tuttavia, è lungo e può passare molto tempo prima che un articolo venga pubblicato. Pertanto, per poter effettuare un primo confronto con altri antropologi, può essere utile partecipare a conferenze e incontri, in cui esporre la propria tesi e i propri ambiti di ricerca al fine rielaborarli e ridiscuterli. La professoressa Brivio ci ha consigliato di iniziare a cimentarci con la scrittura di recensioni di libri, articoli e altri lavori antropologici prima di passare all’esposizione delle nostre idee e di provare a proporsi, almeno per i primi tempi, a riviste non di prima classe. Da quest'ultimo suggerimento è emerso come, in passato, la facoltà magistrale avesse una rivista di antropologia gestita dagli studenti. Questo ricordo è stato anche un momento di critica verso noi studenti, tacciati di essere poco comunitari e molto individualisti: le attività svolte grazie alla rappresentanza studentesca, oggi più che mai, vengono poco prese come opportunità. 

Infine, l’intervento del professor Traversari era volto a presentare l’Ufficio per le Politiche Attive, che si occupa di fornire agli studenti un supporto sia didattico che personale per lo sviluppo dei propri interessi e delle proprie attitudini. L’ufficio è aperto il giovedì dalle 15.30 alle 17.30 e si propone di dare consigli mirati riguardo la stesura della tesi, gli ambiti di ricerca, la ricerca di lavoro in ambito antropologico, i percorsi di studio post laurea. 
Il laboratorio da lui tenuto, Antropologia e mondo del lavoro, che può essere scelto dagli studenti del 2° anno per l’acquisizione dei crediti Altre conoscenze, cerca di presentare alcuni campi di applicazione dell’Antropologia alternativi alla ricerca accademica, tra cui il mondo dell’insegnamento, del marketing, dell’educazione.

sabato 28 aprile 2018

Traiettorie e snodi esistenziali. L’espressione del vissuto quale chiave di comprensione antropologica

Le attività di selezione, raccolta ed elaborazione dei dati rappresentano il fulcro della ricerca etnografica. Reperire le informazioni significa attingere, a seconda della domanda di ricerca, ad un vasto ed eterogeneo patrimonio di fonti (scritte, orali, materiali, ecc.), tra queste spiccano le storie di vita dalle quali viene generalmente estrapolata una mole considerevole di elementi. Queste narrazioni risentono tuttavia di un processo di “nebulizzazione” all'interno del testo, una dispersione che tende a lasciare inesplorato un aspetto cruciale per la comprensione: la restituzione della traiettoria esistenziale. In che modo è possibile restituire la complessità di una storia orale? Siamo in grado di padroneggiare una scrittura attenta alle forme della partecipazione e all’analisi dei dati e capace, allo stesso tempo, di generare personaggi all’interno di una narrazione ricostruita?

È sulla base di queste riflessioni che, mercoledì 11 aprile 2018, la Prof.ssa Silvia Vignato ha introdotto il seminario dal titolo "Biografie e contesto: come lavorare sulle traiettorie esistenziali in etnografia", un approfondimento sul tema delle autonarrazioni volto a far emergere i limiti e le potenzialità di questo insostituibile e sfaccettato strumento di ricerca.

L’iperdiffusione e la pervasività delle storie di vita costituisce un fatto indiscutibile della società contemporanea che si alimenta senza sosta di “frammenti autobiografici” (Cuturi 2012). Una sovraesposizione mediatica delle soggettività che si accompagna da alcuni decenni a una proliferazione di “archivi della memoria” – quali la Banca della memoria del progetto Memoro, l’Archivio delle Memorie Migranti (AMM) e molti altri – in cui la valorizzazione del ricordo si stringe alla necessità di rendere il passato partecipe alla costruzione del presente. La moltiplicazione di questi sistemi di archiviazione suscita necessariamente una serie di domande in chi si occupa di percorsi esistenziali, ad esempio, chi consulta questi archivi? Che valore hanno? Chi incrocia le biografie con il dato contestuale? Emerge una codificazione di tipo ideologico della memoria depositata? Domande che permettono di comprendere come, estrapolate dallo schema di archiviazione, le storie orali possano trasformarsi in antropologia.

Le autonarrazioni costituiscono per l’antropologo una preziosa chiave d’accesso al terreno di indagine – aprendo un varco immediato nel vissuto interiorizzato dei propri interlocutori – nonostante ciò le storie di vita restano, paradossalmente, un genere poco considerato in antropologia. Questa reticenza nei confronti delle autonarrazioni è legata ad una serie di limiti teorici e pratici: se da un lato permane la tendenza a privilegiare l’attendibilità delle fonti scritte, dall’altro esistono una serie di variabili connesse ad esempio alla scelta degli interlocutori; alla loro disponibilità a confidarsi attraverso un racconto spontaneo (particolarmente difficile nei contesti permeati da illegalità e sfruttamento); al senso di intrusione e/o di vergogna nell’affidare la propria storia ad un estraneo; ai problemi etici rispetto ad alcuni temi ritenuti sensibili; ecc.

Privilegiando il concetto di traiettorie biografiche rispetto alle “storie di vita”, Silvia Vignato ha intenzionalmente posto l’accento sulla dimensione processuale dell’esistenza, nonché sulla pluralità delle sue interpretazioni: il racconto che un individuo produce rispetto al proprio passato tende non solo a variare a seconda del destinatario, ma continua a essere rielaborato e risignificato alla luce del presente, assumendo valenze diverse nel processo di restituzione.

La narrazione autobiografica, oltre a rappresentare un bacino formidabile di informazioni, consente al ricercatore di riorganizzare il sapere elaborato su un determinato campo – composto spesso da elementi eterogenei e slegati fra loro – innestandolo su di uno schema di vita che, oltre a dettare il tempo, scandisce eventi, relazioni, rappresentazioni e reinterpretazioni del sé.
«Stili narrativi differenti, se presenti, occultano anche fatti diversi» (Vignato): ogni soggetto ha una narrazione di sé che varia a seconda delle fasi della vita, della condizione socio-economica, degli interlocutori e/o del dispositivo a cui affida la propria memoria, ecc. Una variabilità che favorisce la continua rivalutazione del dato esistenziale.

Chi si racconta può dunque fare affidamento su una serie di schemi narrativi del sé capaci di far emergere o di celare particolari aspetti. Cogliere tali schemi costituisce evidentemente un’operazione complessa che richiede una particolare combinazione di sensibilità e strategia. In primo luogo, Vignato consiglia di lavorare sulla diacronia, ovvero su ciò che la gente dice sulla “storia dell’altro ieri”. È indispensabile scovare le cosiddette “zone d’ombra”, affinando la capacità di cogliere il non detto: una persona non è mai come appare, tuttavia la sua storia costituisce sempre un tracciato utile per incrociare e vagliare altri dati e quindi saggiare altri livelli di realtà.

Il pettegolezzo si conferma, come da tradizione, un ottimo metodo per ottenere una microrestituzione circa la validità dei dati raccolti  (Gluckman 1983). Vignato suggerisce inoltre di “andare a caccia” di quelli che chiama gli operatori cognitivi, ovvero gli snodi vitali (eventi, traumi, scelte decisive, ecc.) che hanno sollecitato una metamorfosi esistenziale e la riformulazione de sé.
Scandire il racconto attraverso il filtro dei fattori determinanti è un’operazione decisiva del processo di narrazione a specchio, rappresentando un momento cardine per l’appropriazione cognitiva della propria esperienza di vita e, di conseguenza, per la reinterpretazione del sé.
Occorre al tempo stesso lavorare sulla percezione, imparando a cogliere il riverbero – o l’eco – che un microevento produce e che influenza non soltanto gli attori direttamente coinvolti ma si diffonde, in maniera concentrica, all’intero spazio sociale.

Il crescente interesse nei confronti dell’autonarrazione risulta storicamente connesso allo sviluppo dei Postcolonial Studies a partire dai quali, complice lo stile narrativo di stampo letterario, gli antropologi hanno cominciato a rispondere alla necessità degli interlocutori di “parlare di sé, per sé”: in tal senso, l’autobiografia viene intesa come una fonte preziosa capace di dar voce alla storia dei dominati, degli oppressi (Clemente 2010). L’antropologo è dunque un narratore (Geertz 1973; 1988) che costruisce un racconto sulla base delle traiettorie biografiche a cui ha accesso. 
Ma chi lo autorizza a parlare per gli altri?
Il problema etico della costruzione del “racconto degli altri” rappresenta una questione a lungo dibattuta in antropologia che trova una parziale risoluzione, al di là del più noto sistema del consenso informato, attraverso l’attivismo, espresso da Vignato come “l’asservimento dell’antropologo alle storie degli altri”, che nobilita la sua ricerca e lo autorizza a scrivere per chi non ha possibilità di far sentire la propria voce e la propria sofferenza.

Riferimenti bibliografici:

Caughey J. (1982), The Ethnography of Everyday Life: Theories and Methods for American Culture Studies, «American Quarterly», Vol. 34, No. 3, The Johns Hopkins University Press, p. 222-243.
Clemente P. (2010), L’antropologo che intervista. Le storie della vita, in Pistacchi M. (a cura di) Vive voci. L’intervista come fonte di documentazione, Donzelli, Roma. 
Clifford J., Marcus G.E. (1986), Writing Culture: The Poetics and Politics of Ethnography, University of California Press.
Crapanzano, V. (1980), Tuhami: Portrait of a Moroccan, University of Chicago Press.
Cuturi F. (2012), Storie di vita e soggettività sotto assedio, «Antropologia», No. 14, p. 29-70. 
Das V. (2015), Affiction. Health, Disease, Poverty, Fordham University Press, New York.
Geertz C. (1973), Interpretation of cultures, Basic Book.
Geertz C. (1988), Works and lives: the Anthropologist as Author, Polity Press.
Gluckman M. (1963), Gossip and Scandal, Papers in Honor of Melville J. Herskovits, «Current Anthropology», Vol 4, No. 3, p. 307-316.
Jackson M. (2002), The Politics of Storytelling: Violence, Transgression, and Intersubjectivity, Museum Tusculanum Press.
Robbins J. (2013), Beyond the suffering subject: toward an anthropology of the good, «Journal of the Royal Anthropological Institute», Vol. 19, No. 3, p. 447-462.
Rosaldo R. (1980), Doing oral history, «Social Analysis: The International Journal of Social and Cultural Practice», No. 4, Berghahn Books, p. 89-99.
Rosaldo, R. (2004), Prefazione, in Montezemolo F., La mia storia non la tua. La costruzione dell’identità chicana tra etero e auto rappresentazioni, Milano, Guerini Studio, p. 7-25.
Vansina J. (1985), Oral tradition as History, University of Wisconsin Press.

domenica 22 gennaio 2017

I seminari del DACS: “Il campo della scrittura”



Tutti gli antropologi scrivono.

Partendo da questa semplice considerazione, il seminario del 18 gennaio, coordinato dal Prof. Vincenzo Matera e dal Dott. Francesco Vietti, aveva come obiettivo quello di invitarci a riflettere sulle criticità della scrittura etnografica. Ma quali sono i problemi posti dalla scrittura? Quali sono le difficoltà che insorgono al momento di testualizzare la nostra esperienza sul campo? E nel momento di tradurre un testo da una lingua ad un’altra? Cos’è che ci terrorizza e nello stesso tempo ci affascina così tanto dello scrivere? 

Il libro di Vincenzo Matera “La scrittura etnografica” (2015), e il percorso che ha portato alla sua recente ripubblicazione con la casa editrice Elèuthera (il libro era già stato pubblicato in due diverse versioni in anni precedenti), è emblematico dell’importanza che la riflessione critica sulla scrittura ha acquisito nel corso del tempo. Il nucleo tematico del libro risale infatti ai primi anni Ottanta, alla tesi di laurea del Prof. Matera, quando ancora, per lo meno in Italia, la scrittura non era oggetto di analisi. All’epoca si pensava che scrivere fosse un’operazione neutra e imparziale al servizio della descrizione e della rappresentazione etnografica. Quando il Prof. Matera decise di affrontare questo argomento nella tesi si scontrò con lo scetticismo degli antropologi a lui vicini. Solo alcuni linguisti erano maggiormente disposti a considerare la scrittura etnografica come oggetto di studio. In quegli anni i principali riferimenti teorici dell'antropologia italiana erano lo strutturalismo di Lévi-Strauss e gli studi sui nuer e gli azande di Evans-Pritchard; il libro “Interpretazione di culture” di Clifford Geertz del 1973 si studiava ancora molto poco; e gli antropologi del nostro paese erano ancora legati a un ideale scientifico positivista, oggettivante e fondato su certezze epistemologiche. Il modello di scrittura ideale era quello proposto da Malinowski nel primo capitolo di “Argonauti del Pacifico occidentale” (1922): uno stile asettico, neutro, impersonale.

L’antropologo Dan Sperber nel suo libro “Il sapere degli antropologi” (1984) è stato il primo a proporre una riflessione sulla scrittura come oggetto di analisi e sulle caratteristiche che la distinguono da altri tipi di trasposizione grafica. La sua proposta ha inaugurato quel filone di studi, anche linguistici, che ha preso vita dai primi anni Ottanta, e che è sfociato, grazie anche al dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione di “Writing Culture” (1986) a cura di Clifford e Marcus, nel movimento decostruzionista in antropologia. Da quel momento in avanti la scrittura etnografica non è stata più la stessa: gli antropologi hanno smesso di considerarla come una semplice operazione di trasferimento dei dati raccolti sul campo all’interno di un testo accademico. Una volta riconosciuta l’impossibilità di un rispecchiamento fedele della realtà studiata nell'etnografia, dunque, si è cominciato a riflettere sugli effetti manipolatori e artificiosi della scrittura, cioè sul carattere costruito delle rappresentazioni etnografiche, nonché sulla dimensione politica della scrittura, vale a dire sul potere dell’antropologo di “prendere la parola” al posto dell’altro.

Il libro “The Anthropology as Writer” (2016), curato da Helena Wulff (Università di Stoccolma) – uno dei testi oggetto di discussione al seminario – offre alcune risposte interessanti agli interrogativi e ai problemi che circondano la scrittura. Diversi autori affrontano, talvolta da una prospettiva intima o creativa, le difficoltà incontrate nel loro relazionarsi con vari tipi di scrittura (articoli giornalistici, articoli accademici, diari di campo, racconti di narrativa etc.). I diversi contributi sembrano trovare tuttavia un comune denominatore nel cercare di rispondere alla domanda: perché noi antropologi scriviamo? La scrittura può essere infatti considerata una nostra “compagna di vita” nella misura in cui ci accompagna nel corso di tutto il nostro percorso professionale ed esistenziale: essa rafforza la nostra autorità etnografica incorporata nel testo etnografico ed è qualcosa che siamo tenuti a fare per assicurarci una professione accademica. Scrivere è come dar vita a una performance, qualcosa di valutabile dalla comunità accademica. Esiste dunque accanto al piano ideale (perché e per chi scriviamo) anche un piano relazionale della scrittura, intesa come strumento che ci consente di mantenere contatti con altri antropologi che possono essere geograficamente e “culturalmente” molto distanti. Intesa come collante sociale, essa ci restituisce, quindi, un senso di appartenenza alla comunità antropologica. Ma se consideriamo che la lingua predominante della comunità accademica è l’inglese, e che ogni nostro prodotto testuale deve essere imperativamente tradotto in questa lingua per poter essere condiviso, possiamo davvero parlare di "comunità" in senso stretto?

Il seminario è stato, infatti, anche un’occasione per dibattere sul problema della traduzione di un testo etnografico in una lingua straniera, in particolare sul senso di frustrazione dovuto all’impossibilità di mantenere nel testo tradotto la stessa profondità e ricchezza di significato della propria lingua. Ci siamo quindi chiesti se rinunciare alla ricchezza formale e alle sfumature della nostra lingua madre non possa d’altronde farci acquisire una maggiore chiarezza rispetto ai concetti che vogliamo esprimere, eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe essere ridondante o non essenziale ai fini del messaggio che vogliamo trasmettere. Sebbene la questione sia molto soggettiva e personale (alcune persone infatti trovano più facile scrivere in un’altra lingua che in italiano), essa è servita a sottolineare come esista una gerarchia interna all’antropologia globale, caratterizzata da centri di produzione del sapere, veri e propri centri di potere che possono permettersi di ignorare produzioni del sapere che fanno uso di altre lingue.

Il problema della traduzione è strettamente connesso anche alla questione della responsabilità (accountability), intesa come obbligo, morale ed etico, dell’autore di rendere il più comprensibile possibile al lettore e a coloro di cui scrive la restituzione della sua esperienza etnografica, anche nella consapevolezza del carattere fittizio delle rappresentazioni (ethno fiction). A tal proposito, il Prof. Fulvio Carmagnola, presente al seminario, ha sollevato un’ulteriore questione, chiedendoci: la scrittura è un “campo” oppure è un “fuori campo”? Mentre il Prof. Matera nel suo libro fa di tutto per decostruire la nozione di “campo” evidenziando le relazioni asimmetriche che in esso prendono forma e che caratterizzano il rapporto tra l'antropologo e i suoi interlocutori, il Prof. Carmagnola propone di considerare la scrittura stessa come un “campo”, a partire dalla constatazione che nell’atto di scrivere qualcosa accade, nel senso che qualcosa si produce. La scrittura può essere considerata un campo di enunciazione (Foucault), un campo che come tale è presieduto da figure di potere. In quanto campo di enunciazione, allora, la scrittura non può mai essere considerata libera, ma deve costantemente confortarsi con questioni di potere, un potere invisibile, impalpabile, eppure presente, con cui dobbiamo continuamente misurarci.

Se da un lato è vero che il potere insito nella scrittura è qualcosa di cui difficilmente possiamo liberarci (ed è questo forse a rendercela allo stesso tempo affascinante e temibile), dall’altro ciò che dobbiamo certamente continuare a difendere è l’idea di un’antropologia non come produzione discorsiva del sapere definita una volta per tutte, ma come disciplina finalizzata ad alimentare un ambito discorsivo nel e con il quale possano entrare in relazione le persone di cui scriviamo. Se non facciamo questo, cessiamo di essere antropologi.