mercoledì 12 dicembre 2018

Chinese Ethnology. The Contributions of the past and the prospects of the future. Incontro con il Professor Yang Shengmin


Lunedì 10 dicembre l’Università degli studi di Milano-Bicocca ha ospitato il seminario del Professor Yang Shengmin della Minzu University of China dal titolo “Chinese ethnology. The contributions of the past and the prospects of the future”.
Il Professor Yang Shengmin ha illustrato brevemente lo sviluppo della disciplina antropologica in Cina soffermandosi in particolar modo sulle continue disgregazioni e successive riaggregazioni dei dipartimenti di studi sociali e antropologici. Il popolo cinese e di conseguenza anche i suoi intellettuali vissero un lungo periodo di isolamento dagli anni 20 del Novecento. Durante il periodo comunista, indicativamente dal 1966 fino alla morte del leader Mao Tse-Tung nel 1976 vennero coniati nuovi codici di condotta e divennero vitali nuovi concetti chiave, come “nazione”, “società” ed “etnia”. In questo periodo storico gli insegnamenti antropologici ed etnologici vennero aboliti in quanto pregni di valori borghesi e quindi lontani dall’idea di utilità che ha guidato il comunismo cinese anche successivamente alla morte di Mao.

Eppure negli anni precedenti l’ascesa del potere di partito diversi erano stati i contatti fra antropologi cinesi e stranieri, soprattutto occidentali e russi, che resero possibile la traduzione di testi fondanti della disciplina anche per il pubblico cinese. Negli anni 20 del Novecento la disciplina visse un periodo di splendore, sebbene permeato da un alone di isolamento politico ed economico, che portò alla nascita di diverse istituzioni fondamentali per l’avanzamento scientifico come ad esempio la Chinese Society of Ethnology fondata nel 1928 a Nanchino. Diversi antropologi insegnarono in questi istituti e dipartimenti universitari come ad esempio Fei Xiaotong o Wu Wenzao: questi ed altri studiosi si erano formati nel continuo confronto con le scuole di pensiero occidentale e cercarono sempre di rimanere in contatto con la comunità accademica estera.
Sebbene questi studiosi avessero studiato la disciplina antropologica attraverso le teorie scientifiche occidentali, ciò non impedì loro di proporre propri framework teorici e applicarli soprattutto all’interno degli ethnic studies. Dal 1937 al 1949 gli antropologi cinesi vissero un periodo di fioritura teorica e vi fu l’ampliamento dei campi di applicazione del sapere: la guerra fra Cina e Giappone per il territorio della Manciuria e della Mongolia rese necessario uno studio approfondito dei gruppi etnici presenti nelle zone di confine. La Cina iniziò dunque ad attrarre anche studiosi stranieri interessati alle dinamiche interetniche e di potere all’interno della società cinese; si assistette ad una progressiva occidentalizzazione (sempre all’interno dell’area cinese) del focus antropologico.

Il Professor Yang Shengmin, interrogato sulle caratteristiche dell’antropologia cinese, ha indicato quali siano i pilastri fondamentali della disciplina: l’applicabilità (la visione cioè dell’antropologia come uno strumento, concetto sul quale si è più volte ritornati), l’interdisciplinarità, l’analisi contestuale storica, il focus sui communities studies ed infine il ruolo del marxismo. Dal 1949 al 1964 l’antropologia cinese ha attraversato due fasi probatorie importanti; in primo luogo si è assistito alla progressiva trasformazione del National Identification Survey che permetteva di raccogliere e catalogare una grande quantità di dati a proposito delle minoranze presenti sul territorio cinese. L’influenza dell’etnologia sovietica fu fondamentale per questa fase di sviluppo della disciplina, che diveniva dunque asservita alla costruzione nazionale sotto l’influsso della volontà del partito. L’identificazione etnica di tutte le minoranze presenti sul territorio divenne la base sulla quale costruire l’unità dello stato nazione e si continuarono a finanziare progetti di ricerca inerenti queste tematiche per 14 anni. Eppure negli anni 60 si assistette ad un progressivo allontanamento della Cina dall’Urss e di conseguenza terminarono diversi progetti di ricerca e cooperazione. Si entrò quindi nella seconda fase probatoria che affrontarono gli antropologi cinesi che si videro fortemente contestati in quanto “elementi di destra” e portatori di un’antropologia altamente borghese. In questo periodo l’etnologia di stampo sovietico venne fortemente criticata come revisionista e messa da parte per far spazio agli ethnic studies che dagli anni 60 in poi rimpiazzarono totalmente l’etnologia.
Se dal 1966 al 1976, sotto il regime di Mao Tse-Tung, l’antropologia cinese venne tacciata di essere una disciplina borghese e di conseguenza marginalizzata, nel 1978 con Deng Xiaoping la disciplina visse una nuova era. Nei trent’anni successivi si assistette a grandi cambiamenti: la disciplina tornò ad essere insegnata nelle università, si concluse il periodo isolazionista e si ebbe il superamento della divisione delle varie scuole teoriche. Negli anni 90 la Cina dovette affrontare grandi problemi a partire da un aumento sproporzionato della popolazione rispetto alle risorse disponibili, la tensione crescente fra città e campagna, la globalizzazione, lo sviluppo economico, i nuovi impianti industriali ed i problemi ambientali. Queste problematiche, dovute anche alla rapida e prepotente entrata della Cina sul mercato internazionale, ha acceso focolari etnici e lotte di classe che parevano sopite, riaccendendo di conseguenza anche l’interesse di diversi antropologi per la Cina e la sua immensa ricchezza.
Fra gli interventi dei partecipanti due argomenti hanno colpito la mia attenzione. Mi riferisco in particolar modo alla questione della colonizzazione interna e del ruolo fra antropologi cinesi e campo di ricerca africano. Il fantasma del colonialismo si è manifestato anche in questo seminario ma non è stato possibile decostruire parte della risposta che il Professor Yang Shengmin ci ha fornito. La prima domanda riguardava la questione della han-izzazione del territorio cinese e se questa presenza maggioritaria dell’etnia Han non corrisponda ad una qualche forma di colonizzazione delle altre 55 etnie cinesi e se non vi sia uno sbilanciamento di potere e rappresentazione etnica. Mentre la seconda domanda riguardava il ruolo dell’antropologia cinese contemporanea rivolta ad altri paesi, in particolare al contesto africano. La nostra disciplina si porta tuttora con sé lo spettro del giustificazionismo del periodo coloniale e appare dunque importante pensare criticamente al ruolo che gli antropologi giocano sul campo nell’attualità. L’Africa è un continente nel quale gli interessi sono sempre più manifesti soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi sarebbe interessante analizzare i ruoli politici, economici e sociali giocati (anche) dagli antropologi impegnati nello studio delle società africane.
A conclusione del suo intervento, il Professor Yang Shengmin ha voluto sottolineare nuovamente l’importanza della disciplina antropologica per la sua rilevanza sociale e per l’allenamento del pensiero critico, invitando i partecipanti a focalizzare l’attenzione e l’analisi antropologica sulle potenzialità applicativa della ricerca.

mercoledì 5 dicembre 2018

Festeggiamo la Giornata Mondiale dell'Antropologia 2019!


Il Corso di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche e il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS) hanno aderito al World Anthropology Day che verrà celebrato il 21 febbraio 2019! 


Si tratta di un'iniziativa lanciata alcuni anni orsono dall'American Anthropological Association, "a day for anthropologists to celebrate our discipline while sharing it with the world around us".
L’attività è volta all'intensificazione dei rapporti con le parti sociali e il mondo del lavoro. Obiettivo è mostrare il ruolo pubblico dell’antropologia e le sue applicazioni concrete, presentando esempi virtuosi di attività svolte sul territorio e fornendo nel contempo l’occasione per generarne di nuove. Per questo desideriamo essere il più inclusivi possibili.

Per facilitare la partecipazione delle persone e portare l’antropologia nei luoghi del lavoro, la maggior parte delle attività non si terrà in Bicocca, ma sarà disseminata in vari punti della città di Milano.

La giornata proporrà:

1) Esperienze di collaborazione fra antropologi, società civile e mondo del lavoro, presentate possibilmente nei luoghi in cui si sono svolte, coinvolgendo le diverse figure che vi hanno partecipato  e la cittadinanza;
2) Workshop, laboratori ed esperienze guidate, anche itineranti, nei diversi quartieri della città (sono previsti "tour antropologici“ per Milano negli ambiti dell'arte, cultura, musei; ambiente; servizi sociosanitari; turismo; migrazioni).

Oltre alle attività promosse e gestite direttamente da Bicocca, offriamo la possibilità a tutti gli antropologi di proporre iniziative, da gestire in autonomia o con la nostra collaborazione, da inserire nel calendario dell’evento (previa approvazione del comitato organizzatore).

La giornata si aprirà con una tavola rotonda sul ruolo pubblico e la funzione sociale dell’antropologia (con specifico riferimento all’area milanese, la “città metropolitana”) e si chiuderà la sera con un evento conviviale e uno spettacolo teatrale.
Nella mattinata è prevista attività di informazione nelle scuole milanesi.

Le proposte vanno inviate a anthroday2019@gmail.com  entro il 30 dicembre 2018 indicando:

- CHI la realizza (individuo o gruppo, solo o in collaborazione)
- DI COSA tratta (descrizione sintetica e dettagliata dei contenuti della proposta)
- DOVE si svolge l'iniziativa
- QUANDO si svolge (orario)

Vi ringraziamo per l’attenzione e contiamo sulla vostra diffusione!


sabato 1 dicembre 2018

La rivincita della ʻcarneʼ

Il workshop “Politiche del corpo e governance della riproduzione: ʻcarneʼ, tecnologie e saperi”,  tenuto il 29/11 e 30/11 presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università Milano-Bicocca e organizzato da Claudia Mattalucci (Università Milano-Bicocca), è stato dedicato al tema delle materialità corporee della riproduzione. 
La prima giornata ha coinvolto sei studiose che hanno esplorato pratiche culturali, dispositivi sociali e politiche istituzionali attraverso cui oggi si pensa e modella la ʻcarneʼ nella nascita, la filiazione e la genitorialità. Come ha notato Mattalucci, Il corpo e la riproduzione sono tematiche al centro di un grande interesse scientifico, politico e mediatico, rinnovato dalle recenti innovazioni tecnologiche nel campo della procreazione. Negli ultimi anni si è assistito alla nascita di movimenti che rivendicano nuovi diritti contrastanti sulla responsabilità riproduttiva, alimentando dibattiti etici e morali su vita, morte, parentela, natura e modernità. 

Rossana Di Silvio (Università Milano-Bicocca) ha riflettuto sull’essere genitori oggi di un figlio difettuale, presentando un lavoro etnografico sulle strategie adottive nel territorio milanese e gallurese. Nel tentativo di conciliare i Critical Kinship studies con i Disability Studies, Di Silvio si è interrogata su come le famiglie riconfigurino i progetti e le aspettative di genitorialità in presenza dell’arrivo di un bambino difettuale. Di Silvio ha notato come l’intenzionalità e la scelta di diventare genitori si sia trasformata grazie all’utilizzo di pratiche mediche – come i test di screening – che consentono di ridurre e controbilanciare il grado di incertezza e casualità del futuro. Riproducendo il mito del bambino ideale privo di difetti, tali tecnologie veicolano la promessa di una salute per tutti coloro che ne hanno accesso e fungono da motivo di rassicurazione per molte famiglie.                                                                                          
Quali debbano o non debbano essere le modalità di intervento mediche sul corpo e sulla vita sono domande al centro di riflessioni, contestazioni e negoziazioni politiche e morali negli spazi e luoghi della biomedicina. Il parto diventa oggetto di critiche a partire dagli anni’80, quando il movimento femminista della differenza ha cominciato ad associare le tecniche mediche che vi intervengono ad una svalutazione delle capacità  riproduttive del corpo femminile. Focalizzando l’attenzione sulle pratiche concrete che configurano il parto naturale nella sicurezza di un reparto ospedaliero di Poggibonsi – la ricostruzione di un ambiente “domestico”, le diverse posizioni adottate dalla partoriente, l’utilizzo dell’anestesia epidurale, il taglio del cordone ombelicale, ecc., - Chiara Quagliariello (EHESS, Paris) ha sostenuto che diverse ambiguità e contraddizioni entrano in gioco nel processo di definizione di cosa sia il “naturale” e quali siano i ruoli i ruoli femminili e maschili nel parto. Mettendo in luce anche la presenza di un discorso razzializzante degli operatori sanitari del reparto, che associava alle pazienti senegalesi una maggiore capacità riproduttiva ed un più alto grado di sopportazione del dolore rispetto alle donne bianche. 



Mattalucci ha presentato una serie di ricerche sulla sepoltura dei resti dell’interruzione volontaria di gravidanza e delle perdite perinatali, condotte attraverso l’analisi delle rappresentazioni mediatiche, politiche istituzionali e l’osservazione di un gruppo di auto-mutuo aiuto per il lutto perinatale a Milano.  Che cosa rappresentano queste materialità corporee per gli attori sociali? Quali sono gli effetti dell’attribuzione di un nome a questi resti sul vissuto di donne e coppie in situazioni di differente fertilità? Mattalucci ha proposto la categoria di ʻcarneʼ come significato fluttuante che si specifica nel tempo e nelle relazioni e che si contrappone all’attribuzione di un ontologia uniforme. L’adozione della categoria di ʻcarneʼ permette secondo la ricercatrice di oltrepassare una strumentalizzazione pubblica ed istituzionale del rapporto problematico fra lutto perinatale ed interruzione volontaria di gravidanza, poiché consente di far emerge alcune intersezioni fra posizioni ed esperienze a prima vista inconciliabili.               
                                                     
Corinna Guerzoni (Western Fertility Institute, Los Angeles) ha aperto la sessione pomeridiana di interventi discutendo le forme di biasimo e condanna morale a cui è soggetta la maternità surrogata. Leggendo la maternità surrogata come un processo organico inserito in un percorso relazionale fra surrogates e famiglie di intenzione, Guerzoni ha posto l’accento sulla parola “restituzione” usata dalle surrogates per descrivere il proprio compito nella clinica americana dove ha condotto e conduce le sue ricerche. Formule come ʻdare viaʼ e ʻrestituireʼ sottolineano l’appartenenza alle famiglie di intenzione del corpo portato in grembo dalle surrogates. La maternità surrogata si configura dunque a tutti gli effetti come una pratica che costruisce una visione altra rispetto a categorie socialmente dominanti di maternità e genitorialità.

I legami di filiazione attraversano un momento turbolento in Italia, che vede una frattura e una grande frammentazione regionale e comunale sul piano del riconoscimento legale di diritti al genitore “biologico” e al genitore “sociale”. Cosa resta della natura della parentela una volta tagliate alcune caratteristiche come il riconoscimento legale e l’unità di residenza? Muovendo da questa domanda provocatoria e critica verso la nozione euroamericana di parentela, Alice Sophie Sarcinelli (Université de Liège-Università di Milano-Bicocca) ha presentato le strategie di riconoscimento e visibilità del ruolo di co-parent (genitore di intenzione) nella vita famigliare di alcune coppie omogenitoriali italiane.     
                                                                                                                        
Léa Linconstant (Université de Aix Marseille) ha esaminato la costruzione del ruolo di paziente nella procreazione medicalmente assistita (P.M.A.) in un Centro Pubblico in Italia. Leggendo questo processo di identificazione come un lavoro di costruzione sul corpo in cui è centrale la temporalità, Lincostant si è dedicata a ricostruirne le diverse fasi. In un primo momento, nelle consultazioni iniziali fra personale medico e famiglie l’intervento medico è percepito come un’intrusione nella vita di coppia. I ginecologici sono impegnati in un processo di trasformazione dell’infertilità da dramma esistenziale a forma patologica trattabile, che Lincostant ha definito ʻdesingolarizzazioneʼ. Dalla prima fase si passa a quelle successive in cui si intensifica progressivamente l’intervento medico fino al momento finale di identificazione del ruolo di paziente in un modo coerente e funzionale con il processo di P.M.A. 
                                                                                                                                   
Lucia Gentile (Università di Milano-Bicocca – INALCO, Paris) ha concluso la giornata con un’etnografia dettagliata sull’isterectomia. Muovendosi sia all’interno che fuori da contesti ospedalieri, Gentile ha presentato le diverse costruzioni della categoria di ʻuteroʼ fra credenze locali e saperi medico-scientifici nella regione del Punjab, India. Nel tentativo di spiegare il massiccio ricorso in India all’isterectonomia in presenza del rifiuto di altre forme di contraccezione, Gentile ha sostenuto che tale ricorso non sia maturato da un’ignoranza della biomedicina ma piuttosto vada considerato rispetto ad un sapere locale che deriva dal vissuto e dall’esperienza. I medici disconoscono questa forma di sapere incorporato, costituito da tecniche di controllo della fertilità così come sono interpretate dalle donne del luogo.



La seconda giornata è stata interamente dedicata alla conferenza tenuta da Dominque Memmi “La rivincita della carne: Nuove forme e supporti dell’identità”. Memmi è direttrice di ricerca in Scienze Sociali presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi (CNRS),  e autrice di diversi articoli e monografie sul tema dell’inizio e del fine vita che propone di pensare insieme, fra cui Faire vivre et laisser mourir (La Découverte, 2003) e Le gouvernement des corps (Fassin, Memmi, Èditions de l’EHESS, 2004). La sociologa francese ha presentato le riflessioni iscritte nella sua opera La Revanche de la chair: Essais sur le nouveaux supports de l’identité (Editions du Seuil, 2014), in cui si è dedicata a ricostruire le fasi della nascita di un nuovo dispositivo ideologico che definisce ʻbio-psicologismoʼ.                                                                                                                                            
Per Memmi, a partire dagli anni 90’ questo dispositivo comincia a iscriversi definitivamente nelle pratiche di alcuni ceti sociali nell’area euroamericana: i professionisti della vita, della salute fisica e mentale e i professionisti della morte. Cruciale nella sua genealogia è il processo di accentramento sul corpo che inizia a partire dagli anni 70’, quando il corpo si pone al centro di un nuovo processo di ripensamento ridiventando appannaggio e responsabilità dell’individuo al di là delle prescrizioni e proibizioni delle autorità religiosa cattoliche. Da questa fase si è passati al contesto contemporaneo in cui la psiché assume un ruolo centrale nella spiegazione dei processi corporei, ed in cui l’ossessione del benessere psicologico e “l’obbligo di proporre” si iscrivono nelle pratiche dei professionisti impegnati in questioni che hanno a che fare con vita e morte. Pratiche attraverso cui si reinventano legami e identità filiali che sono autonomi, liberi ma allo stesso tempo fluttuanti e fragili. Il rifiuto della cremazione poiché impossibilitata a favorire l’elaborazione della perdita è un esempio di questa ossessione intorno alla psiché, e della diffusione di una nuova teoria del ʻlutto impossibileʼ in assenza di corpo. Teoria che si impone all’attenzione dei professionisti di vita e morte posti di fronte all’insorgere di nuove difficoltà e domande, fra cui cosa fare dei resti carnali degli aborti ma anche come agire con coloro che chiedono il trattamento di fine vita.
                                                                                              
Adottando lo strumento della grande comparazione sociologica di contesti differenti nell’area euroamericana – condotta soprattutto attraverso una disamina dei principali testi psicoanalitici sull’argomento – Memmi ha offerto un’importante chiave analitica per indagare le inquietudini e le turbolenze che sorgono attorno a vita e morte nel presente. Lungi dal voler proporre un unilineare e universale processo evolutivo del pensiero sul corpo, la sociologa ha suggerito di guardare alle compresenze ed intersezioni fra passato e presente ma anche alle differenze contestuali. La ʻcarneʼ, il controllo ʻbio-psicologicoʼ, e le sue diverse fasi storiche si pongono dunque come un forte dispositivo teorico per tutti gli antropologi e sociologici interessati al lutto e alla nascita, e contemporaneamente come un importane spunto di riflessione per chiunque, dentro e fuori le discipline sociali, si interessi al corpo e ai suoi meccanismi di costruzione. L’intervento di Memmi ha riassunto in sé molti degli spunti, delle tematiche e delle proposte teoriche presentate nella giornata precedente, alimentando in modo proficuo un ulteriore momento di riflessione che ha chiuso la sessione di studi sulle materialità riproduttive.                                                                                                                                            

lunedì 26 novembre 2018

The Funnel Effect. Riflessioni collettive circa il seminario di Cristiana Giordano

L’incontro con la prof.ssa Cristiana Giordano, associate professor all’University of California (Davis), si è svolto all’interno dell’aula seminari, attorno al tavolo di legno all’ingresso, in una scelta di setting che favorisse la discussione su un lavoro che si presenta come work-in-progress: “The Funnel Effect. On the Traces and the Serendipity of Worlds".


La prof.ssa Giordano ha dunque organizzato l'incontro in tre momenti: una prima parte di breve introduzione sulle motivazioni che l’hanno condotta verso questa ricerca, una discussione tra i partecipanti in cui lei si è dichiaratamente astenuta, prendendo appunti (e dicendosi “felice di poterlo fare, prima che l’articolo venga pubblicato), e una terza parte in cui, sempre in una forma di discussione aperta, l’autrice ha commentato quanto è stato detto.

Uno spunto sicuramente in più è stata la presenza di una operatrice di Emergency, soggetto che ha fatto parte del campo su cui l’articolo di cui abbiamo discusso si basa.
Ma non solo. Assemblaggio diventa anche l’immagine del lavoro dell’antropologo-artista a cui è chiesto di mettere assieme in una installazione sensata le tracce lasciate indietro dalle molteplici traiettorie che decostruiscono il concetto illusorio di “funnel”.

La metafora artistica, qui, non è casuale: gran parte della discussione si è concentrata sull’installazione dell’artista Ramzi Harrabi “Museo dei sogni frantumati”, esposta a Siracusa, una allegoria dei “cocci” che l’antropologa ha trovato “serendipicamente” (secondo l’accezione Fabiettiana) nel suo viaggio esplorativo di campo dalla Sicilia alla Puglia.
Una dimensione che va, probabilmente, oltre quella religiosa o, come l’ha definita il prof. Vietti, alla “monumentalizzazione” e “patrimonializzazione” dell’evento naufragio.
E conclude “Allargando la riflessione sul piano politico, [...] La sovversività del buco, quindi, è sempre contenuta negli interessi della reiterazione delle relazioni di potere esistenti”.
“Il buco è sovversivo fino ad un certo punto e può essere funzionale al mantenimento del potere. Tutti sanno che c’è un buco [...] il sindaco ha detto “lo vado a riaprire” permette di rendere sostenibile l’istituzione. Il buco è utile al dispositivo di sicurezza che tollerandolo, garantisce la sua stessa sopravvivenza”, ha risposto la prof.ssa Giordano.

Come ha sottolineato la mia collega Zaninelli, “Sono stata piacevolmente sorpresa dall’idea di poter contribuire, anche noi dottorandi, con le nostre domande ed osservazioni alla riflessione di un testo etnografico”, e credo personalmente che questo sia stato l’elemento più significativo dell’incontro.

L’introduzione al testo da parte dell’autrice, come segnato nella parte superiore delle pagine con la dicitura “Draft - please do not circulate”, ha sottolineato il carattere ancora in fieri dell’elaborato (dedicato alla memoria del prof. Ugo Fabietti) la cui pubblicazione è prevista per il numero di Aprile di Antropologia. Il progetto di indagine della prof.ssa Giordano si è basato su una domanda teorica accattivante: è possibile, attraverso l’idea di assemblaggio, la trasformazione dell’oggetto sbarco

“Io intendevo lo sbarco come un assemblaggio (/ frantumazione) di pratiche, tecniche e uomini. Voglio prendere una parola (sbarco) con cui si pensa che intendiamo una cosa ben precisa, ma in realtà è molto confuso quello che succede in questi luoghi. Questa parola la si può utilizzare come concetto? Come noi possiamo usarlo come concetto antropologico? La domanda è come un oggetto può diventare concetto”.

L’assemblaggio si definisce così come un insieme di pratiche, opere e saperi che collaborano in certi spazi e tempi e producono degli spazi di vita, che finiscono per smascherare la non omogeneità di un evento, in questo caso “lo sbarco”.

“Museo dei sogni frantumati” by Ramzi Harrabi, Siracusa, photo di C. Giordano.

Intorno a quest’opera la prof.ssa Giordano ha condiviso con noi una domanda a cui sta ancora cercando di trovare risposta: perché questa attenzione alla raccolta delle cose? Qual è la chiave per leggere questa passione per gli oggetti spesso legati al lutto e a situazioni emotivamente dense? Moda? Mercato? Marketing? O, come ha proposto Diodati, dobbiamo cambiare il nostro sguardo dall’ontologia alla morfologia?
Oltre ad una percezione diffusa di saturazione riguardo alle opere d’arte sul tema della migrazione, soprattutto nel Nord Europa e in America, l’artista ripropone qui oggetti che hanno un valore per la loro relazione con umani, un valore che resta e che viene esaltato dall’artista.

“Evento” è una definizione problematica per Giordano. Come evidenzia la definizione di sbarco, come un assemblaggio complesso di tecniche che coinvolgono una molteplicità di attori, riflettendo, al contempo, le modalità di potere sovrano. Lo sbarco è, però, un oggetto/concetto eccedente, che, come ha riassunto bene Turchetti, “va oltre il porto e la grammatica dell’emergenza e della crisi e si configura come un insieme di luoghi, tempi, processi vari ed eterogenei, alcuni dei quali si svolgono all’interno dell’“imbuto” istituzionale, altri si pongono ai suoi margini, negli interstizi, nei coni d’ombra”.

Immagine di questo, allora, diventa il buco nella rete metallica che separa il CARA di Borgo Creto nel foggiano e l’insediamento abusivo delle baracche dei migranti “illegali”.

“Definisco questa realtà come “semi-parallela”, ha fatto notare Rizzo, “perché appunto il buco è lì a testimoniare fisicamente come i due mondi siano in realtà in comunicazione, attraverso numerosi esempi di scambi che esulano da facili compartimentalizzazioni”.

La baraccopoli è diventata una “Milano da bere”, come un “Corso Como”, ha raccontato la volontaria di Emergency. “Nonostante la frontiera militarizzata, c’è sempre questo scavalcare continuamente il confine”. Nel ghetto di Foggia si possono trovare diversi “servizi” paralleli, come un negozietto o la casa di appuntamenti. “Quello che è riconosciuto/che non è riconosciuto alla fine si incrociano continuamente e il loro incrociarsi crea un mondo ibrido strano. Una realtà che non è niente: né Italia, né Africa”. Durante il seminario, ho posto una domanda, che nella sua banalità, però evidenzia la realtà antropologica della situazione: perché il buco non viene chiuso? Il governo delle migrazioni passa attraverso la presa in carico e il lasciare andare: le zone d’ombra… quello che la volontaria davanti a noi nel duplice ruolo di narratrice e intervistata ha definito “lo sfiatatoio dell’ernia”. Ad "assemblaggio" la prof.ssa Giordano accosta il termine “Frantumaglia”, un concetto letterario, elaborato dalla scrittrice Elena Ferrante per descrive il senso di perdita e smarrimento interiore dei migranti sbarcati. I concetti risultano quasi-simmetrici, come ha fatto notare Turchetti:
“Raccogliere e mettere insieme questi frammenti significa dare spazio a ciò (e a chi) non c’è più e a ciò che sfugge alle logiche e agli archivi istituzionali: questo tipo di operazione, mettendo in discussione la linearità e la nitidezza dell’ordine del discorso “ufficiale” ed evocando “qualcosa d’altro”, costruisce un’altra narrazione, sia individuale che collettiva”.
Come ha scritto Occa, inoltre, la nozione di frantumaglia può essere uno strumento concettualmente molto fertile che va ben al di là dello studio della migrazione: I perceive it as a metaphor of the overall ongoing process of atomization of the current worldwide society, where people become single, extrapolated and kept separated by social relations”.

mercoledì 14 novembre 2018

Politiche del corpo e governance della riproduzione: “carne”, tecnologie e saperi

Il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS) e la Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell'Università di Milano Bicocca organizzano per il 29 e 30 novembre 2018 due giornate di riflessione sul tema delle della materialità corporea nel mondo contemporaneo.


L'intera giornata del 29 novembre sarà dedicata a un workshop dal titolo ‘Politiche del corpo e governance della riproduzione’ suddiviso in due sessioni, che si terranno entrambe in Aula Massa (Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Edificio U6).Qui di seguito il programma degli interventi:

Mattina h. 9:30-13:00 Simonetta Grilli (Università di Siena): “Fare i corpi, fare i parenti. Somiglianze di famiglia e relazionalità nella società contemporanea.”Rossana di Silvio (ATS Milano- Università di Milano-Bicocca): “Tra conformità e alterità corporea: essere genitori di un figlio “difettuale.”Chiara Quagliariello (EHESS, Paris) “Opporsi alla medicalizzazione, sentirsi pienamente madri: un’analisi materialista e intersezionale del parto naturale.”Claudia Mattalucci (Università di Milano-Bicocca): “All’origine dei corpi e dei legami parentali. Il destino della ‘carne’ nelle interruzioni volontarie di gravidanza e nelle perdite perinatali in Italia.” 

Pomeriggio h. 14:30-17:30Corinna Guerzoni (Western Fertility Institute, Los Angeles) “Corpi in relazione: la surrogacy gestazionale statunitense.”Alice Sophie Sarcinelli (Université de Liège - Università di Milano-Bicocca): “La ‘natura’ della filiazione tra le famiglie omogenitoriali italiane. Inconsistenze, contraddizioni e ingiunzioni paradossali.”Léa Lincostant (Université de Lyon): “Dalla pratica della medicina della riproduzione alla produzione dei legami di parentela nei percorsi di PMA in Italia: lavorare sui corpi e sulle relazioni.”Lucia Gentile (Università di Milano-Bicocca – INALCO, Paris): “Sterilizzazione femminile e isterectomia. I saperi del corpo riproduttivo delle donne di Bhuj (India) confrontati alle tecnologie. 

Il giorno seguente, 30 novembre, alle ore 10, sempre in Aula Massa, Dominique Memmi (CNRS/EHESS, Paris) terrà la conferenza pubblica dal titolo: "La rivincita della carne. Nuove forme e supporti dell’identità". Direttrice di ricerca in Scienze Sociali presso il CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, Parigi), Dominique Memmi ha una lunga carriera di pubblicazioni scientifiche. Tra le sue principali opere ricordiamo Les Gardiens du corps (Éditions de l’EHESS, 1996), Faire vivre et laisser mourir (La Découverte, 2003) e La Seconde Vie des bébés morts (Éditions de l’EHESS, 2011). Tra le opere da lei co-dirette : Le gouvernement des corps (Éditions de l’EHESS, 2004) e La tentation du corps (con Éditions de l’EHESS, 2009).

Sul tema della conferenza, si propone qui di seguito una breve presentazione dell'omonimo volume pubblicato dall'autrice nel 2014 (Parigi, Editions du Seuil):

" Dopo aver esortato i padri a tagliare il cordone ombelicale, si sono sollecitate le madri ad allattare nuovamente. Il contatto pelle a pelle con il neonato è sempre più valorizzato, ed alcuni invitano i genitori a contemplare anche la placenta. I parenti di un bambino nato morto sono incoraggiati a toccarlo, e ad accettare di prendere una “foto ricordo”. Il confronto con il corpo dei defunti è diventato una crescente necessità e la cremazione è accusata di negare la dolorosa esperienza del lutto. Parallelamente, la conoscenza dei genitori biologici viene considerata indispensabile per il benessere identitario delle persone adottate, o concepite tramite il dono di gameti. E negli organi trapiantati aleggia il « pericolo » della personalità del donatore, con il rischio che il rifiuto psichico del nuovo organo possa condurre ad un rigetto fisico. E’così che, intorno alla nascita e alla morte, da oltre venti anni, nella maggior parte dei paesi occidentali, si opera una focalizzazione sul corpo come nuovo supporto dell’identità. 

Quali preoccupazioni sottendono queste concezioni che i professionisti della psichiatria, delle cure mediche e delle pratiche funerarie sono spesso i primi e i più interessati a mettere in pratica? In che modo la carne si ritrova investita di significati psichici orientati a « stringere » legami considerati troppo laschi ed identità concepite come troppo fluttuanti ? Attraverso l’analisi di pratiche la cui convergenza è rimasta finora inesplorata, questo studio rivela i meccanismi di un cambiamento ideologico e culturale maggiore.

Ricca di informazioni e di interpretazioni, ed attenta alla comparazione internazionale, questa opera catturerà l’attenzione di sociologi, antropologi della modernità e storici del XX secolo. Scritta in modo semplice e lineare, sebbene non priva di suspense narrativa, quest’opera risulterà facilmente accessibile per tutti coloro che si interessano ai temi della nascita, della morte, della filiazione e della permanente ricostruzione delle nostre identità. 
Questo libro si rivolge, allo stesso tempo, ai professionisti della psichiatria, delle cure mediche e dei riti funerari, che vedranno le loro pratiche quotidiane finemente analizzate.
Per le sintesi proposte su diversi nodi tematici (allattamento, utilizzi della placenta, morte perinatale, dono di organi), questo libro può rappresentare infine un prezioso supporto per i docenti di storia, sociologia ed antropologia impegnati in attività di insegnamento all'interno di corsi di laurea in medicina, ostetricia ed infermieristica dove, in questi ultimi anni, si riscontra una sempre maggiore apertura alle scienze sociali".

mercoledì 7 novembre 2018

Antropologia e metodo. Un contributo da Iringa, Tanzania

Questa settimana si sono tenuti i primi seminari della didattica del DACS 2018/2019. Il prof. Roberto Malighetti ci ha accompagnato in un interessante confronto sul tema del metodo e dell'epistemologia dell'antropologia. Sul tema ho il piacere di pubblicare qui di seguito il contributo inviatoci da Edoardo Occa, dottorando DACS attualmente impegnato in un lavoro di cooperazione presso Iringa, in Tanzania:

Vorrei  brevemente condividere delle esperienze di vissuto sul campo che la lettura del testo sul metodo ha permesso di far riemergere e ulteriormente problematizzare.
Vorrei farlo a partire da due fotografie tratte dal lavoro di ricerca condotto nel dicembre scorso con le popolazioni Daasanech e Hamer in South Omo, Etiopia, nell'ambito di un progetto di cooperazione sanitaria promosso da Medici con l’Africa CUAMM, l’organizzazione per cui lavoro in Tanzania.




Nella prima qui sopra, che ho  nominato ‘setting straniante’ mi si vede (io sono il bianco a destra della foto, seduto mentre prende appunti) siamo durante un focus groups che ha lo scopo di comprendere le abitudini in termini di allattamento e svezzamento tra le donne Daasanech.
Io con il nostro team (traduttori dal mio pensare in italiano alla mia lingua inglese all'amarico al daasanech… traduzioni di traduzioni di traduzioni), esplicitamente portatori di un sapere/potere quale la biomedicina, che attraverso il sapere/ potere oggettivante della scrittura (il Daasanech è una lingua esclusivamente orale) riconduciamo nelle griglie interpretative del questionario qualitativo-quantitativo (con uno scarto non solo semantico ma anche semiotico, dall'alfabeto latino all'alfabeto amarico) pratiche affatto corporee delle donne coinvolte, pratiche e gestualità e sensibilità per le quali esiste un vocabolario ad uso esclusivo delle donne della comunità (siamo venuti a conoscenza di alcuni termini solo una volta terminato il focus).

Ricordo di aver vissuto i gruppi come esperienze altamente stranianti, distopiche (a partire dalla distanza spaziale, che vede me seduto sulla sedia di fronte alle donne sedute sui gradini…sottolineo che quando, sentendomi più ‘partecipante’ all'inizio dell’ incontro mi sono seduto con loro sulle scale, il gesto ha provocato rimostranze notevoli, come se il mio gesto - mi e’ stato spiegato - mettesse in dubbio la capacità della comunità locale di accogliere degnamente un ospite così decisamente ‘straniero’).

Ricordo una sensazione fisica, un corpo a corpo tra la mia pretesa di ‘etnograficità” e “scientificità”del momento, nel cortocircuito personale tra una ‘osservazione’ necessaria agli scopi nobili dell’intervento (tra i Daasanech la mortalità infantile è pari circa ad un quarto) e una ‘partecipazione’ che mi era preclusa dalla lingua e dall'atteggiamento serioso delle donne nei miei confronti. Solo forse una sorta di ‘distrazione ricettiva’ mi ha permesso però di cogliere, su un versante percettivo poco ‘antropologizzato’, sguardi, sorrisi abbozzati, volontà di entrare in contatto da parte dei’beneficiari’ nei miei confronti, e di vivere l ‘equivoco empatico in una prospettiva di possibilità-da-venire.


La seconda foto l’ho nominata “l’antropologo oggettivato”; questa la riflessione sorta dalla richiesta perentoria delle donne Hamer di farsi fotografare con me, in una sorta di momentaneo ‘mondo alla rovescia’ per un popolo dove il fenomeno del’ turismo antropologico’ sta assumendo proporzioni decisamente invasive che stanno alterando le economie di scale e i modi di produzione locali. In questo frangente sono consapevole di divenire strumento di un orientalismo al contrario in cui la relazione con l’altro rimane pur sempre all'interno di un circolo vizioso di stereotipizzazione del diverso. Laddove (per un volta tanto...) lo straniero non si presenta come armato di tecnologia celando il proprio se’ e la propria identità dietro all'obbiettivo della macchina fotografica, la comunità locale si appropria delle potenzialità del mezzo tecnologico per rivendicare il medesimo movimento di oggettivazione dell’altro. 

Lungi dall'essere imbarazzate o intimorite, le donne Hamer mi rivolgono un “contro-interrogatorio” volto a conoscere gli aspetti della mia vita famigliare e dei rapporti tra genitori in termini di responsabilità nell'educazione dei figli, di sostentamento famigliare e di possibilità di negoziazione all'interno della coppia. In una comunità dove essere la prima moglie viene ostentato con orgoglio, e dove le relazioni tra mogli sono rigidamente gerarchizzate, il “contro-questionario” orale delle donne Hamer risulta un tentativo, una metodologia improvvisata per ampliare le conoscenze sulle condizioni di possibilità della sfera affettiva e dell’organizzazione sociale.

Ho vissuto questa come un’esperienza straniante che per un giorno ha sabotato i dispositivi del framework etnografico, durante la quale sono stato “osservato” e “partecipato”. Ritornato nel contesto appagante del mio ufficio, circondato dalle testimonianze tangibili dei libri e dei grafici con le statistiche sulla salute materno-infantile di queste aree, mi sono affrettato a scriverne, quasi avessi voluto rivendicare per me stesso e per la disciplina che rappresentavo quella peculiarità di scienza ‘dura’ all'interno della quale  le impertinenti donne Hamer avevano aperto una faglia, una possibilità.

mercoledì 31 ottobre 2018

Il lavoro dell'antropologo

Anche quest'anno, in qualità di tutor dei dottorandi DACS, mi incarico molto volentieri di inaugurare la nuova stagione del nostro blog... nei prossimi mesi questa "aula e vetrina" del dottorato, come l'abbiamo definita ormai tre anni fa, racconterà le nostre attività attraverso il contributo soprattutto delle dottorande e dei dottorandi del nuovo ciclo, il XXXIV. 

Proprio ieri abbiamo ufficialmente dato il benvenuto ad Alessandra Turchetti, Giulia Zaninelli, Edoardo Occa, Roberto Rizzo, Grabriele Masi e Francesco Diodati, i cui profili verranno presto aggiunti anche su DACSdiaries.

In attesa dell'imminente inizio della didattica del dottorato, voglio qui ricordare l'importante convegno che, in modo simbolico, ha inaugurato il nuovo anno di attività con questi giovani ricercatori e con tutti gli altri dottorandi degli anni precedenti, al momento impegnati nella loro ricerca di campo o nella scrittura della tesi. Dal 24 al 26 ottobre si sono infatti tenute tre belle giornate di riflessione sulle ricerche e sulla figura di Ugo Fabietti che, partendo dall'analisi di alcuni dei suoi più significativi temi d'interesse e aree di studio, hanno ben mostrato quanto per tutti noi "aspiranti antropologi" (per riprendere l'azzeccata formulazione di Francesco Remotti) possa essere fecondo il dialogo con la sua "antropologia di frontiera". 

Proprio questa concezione della nostra disciplina ritengo possa essere offerta al nuovo ciclo dottorale come augurio di buon lavoro per gli anni a venire... scriveva Ugo Fabietti: “Se dunque l’antropologia è una frontiera, è perché essa esprime il 'limite' della cultura che l’ha vista nascere, perché si è sviluppata in 'zone di contatto' e forse anche perché essa si pone come sapere mobile...”
E proprio questo aspira ad essere il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale: una zona di contatto che, consapevole dei suoi limiti, accompagna i giovani ricercatori in un tratto del proprio cammino fornendo strumenti per maneggiare un sapere mobile e attraversare frontiere.

E' impossibile ora riassumere i tanti, interessanti interventi che si sono succeduti nelle tre giornate del convegno "Ugo Fabietti. Il lavoro dell'antropologo". Vorrei quindi affidarmi a un passaggio tratto dal testo che Francesco Remotti scrisse in memoria dell'amico e collega nel giugno 2017:

Tra questi moltissimi ricordi, uno in questi giorni è ritornato con particolare insistenza: è il ricordo del nostro primo incontro (...). Di quell’incontro conservo nella memoria lo sguardo e il sorriso aperto, cordiale, giovanile e il suo presentarsi come giovane antropologo, fresco di esperienze formative e di ricerca in campo antropologico. Ugo era più giovane di me (aveva 7 anni di meno) e, da allora, ho sempre vissuto Ugo come “giovane”, di solito in effetti come “il più giovane” nei vari contesti in cui interagivamo. Ma non era solo una questione anagrafica: ai miei occhi Ugo ha sempre conservato la caratteristica della giovinezza, che significava preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.

Quale strada più appropriata si potrebbe mai indicare a chi oggi si affaccia al suo primo anno di dottorato, a chi sta per partire per il campo o discutere la propria tesi? Preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.



mercoledì 29 agosto 2018

AMA - Antropologia Museale e dell'Arte: scadenza bando 8 ottobre 2018!

E' online il bando per partecipare alla nuova edizione del Corso di Perfezionamento in Antropologia Museale e dell'Arte (AMA) diretto dal prof. Ivan Bargna.


Il corso di perfezionamento è stato progettato per rispondere all’interesse crescente per l’arte, i musei e i beni culturali materiali e immateriali che viene dall’interno dell’antropologia. Le questioni inerenti la preservazione, tutela e trasmissione dei beni demoetnoantropologici e del patrimonio culturale, verranno trattate, non solo con lo sguardo rivolto al passato, ma anche ponendo attenzione al presente e al futuro, evidenziando:
- la dimensione economica e politica dei processi di patrimonializzazione della cultura e di costruzione della memoria sociale
- i modi in cui innovazione, creatività e invenzione culturale generano quelle pratiche e artefatti che sono poi suscettibili di patrimonializzazione
- la trasformazione dei musei delle culture contemporanei da custodi delle vestigia degli Altri a centri dinamici di progettazione culturale nel contesto di società multietniche e postcoloniali, in cui il patrimonio culturale diviene oggetto di contesa, nell'ambito di "politiche del riconoscimento" e rivendicazioni identitarie.

Qui trovate il bando e la brochure del corso. Tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.ama.formazione.unimib.it.

ATTENZIONE: le domande di partecipazione al corso devono essere inviate entro e non oltre l'8 ottobre 2018! Non mancate questa scadenza!


venerdì 3 agosto 2018

Amitav Gosh: i rifugiati climatici, la letteratura senza immaginazione, Savonarola e altre storie



Il 30 maggio i docenti e i dottorandi del  DACS  hanno avuto la possibilità di incontrare lo scrittore e antropologo Amitav Gosh[1] prima della conferenza The Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change tenutasi nel pomeriggio, per un seminario a partire dal suo ultimo saggio The Great Derengement tradotto in italiano come La grade cecità Il cambiamento climatico e l’impensabile, edito da Neri Pozza.
Nel testo l’autore indaga il cambiamento climatico a partire dalla sua assenza nella narrativa contemporanea, tranne rare eccezioni, sintomo probabilmente legato a una crisi della cultura che Gosh pertanto identifica come «fallimento dell’immaginazione» (op.cit p.16). Questa non sarebbe in grado di relazionarsi con il cambiamento climatico visto come una “unseen force” così come con molti altri esempi di presenze non umane.
A partire da La Grande Cecità, spaziando nel vissuto e nelle opere precedenti dell’autore e della tradizione antropologica alla quale appartiene, letterati e antropologi hanno interrogato il testo con l’ausilio dell’autore stesso.



Nel rapporto tra lo stile di scrittura e la tipologia testuale non c’è costrizione per Gosh:  “non decido che genere sto facendo […] Non vengono fuori da diverse parti della mia testa”. La sua motivazione  piuttosto che all’attivismo è  legata ad una volontà di introspezione, spiega l’autore, al desiderio di esaminare la sua prospettiva come scrittore e come pratica resistente rispetto al cambiamento climatico.
La prima parte del testo infatti, che titola Storie nella versione italiana, racchiude la problematica
di una relazione con l’ambiente presente, ma inespressa dal contesto culturale occidentale.
La riflessione durante il workshop si apre dunque a partire dalle suggestioni del libro rispetto ai limiti umani e al divino come agente con l’esempio, tra gli altri, della comunità egiziana del villaggio dell'Alto Delta, poi descritto ne Lo Schiavo del manoscritto[2], in cui Gosh ha fatto ricerca per la sua tesi di dottorato. L’intero operato della comunità, spiega Gosh, ruota attorno all’invidia, l’occhio del diavolo, che può investire chi possiede al di là dei limiti del merito e dove il senso della misura, dell’abbastanza per non attirarla, sono valori condivisi socialmente. Noi invece di consapevolezza dei limiti non ne abbiamo più.
Da questo approccio con la presenza non umana, protagonista in ogni libro di Gosh e ne La grande cecità, con il racconto in prima persona di quando da ragazzo durante un tornado guardò negli occhi la tigre: l’inspiegabile (op.cit.p37), scaturisce la difficoltà dello scrittore di trovare un linguaggio in cui rendere queste esperienze e l’interesse per presenze, esseri, agenti non umani.
Nella terza e ultima parte del testo, Politica nella traduzione italiana, Gosh analizza due esempi di narrazione che si cimentano con il cambiamento climatico cercando di riassumerne le forze ingovernabili che lo animano. Egli si concentra sulla retorica di Laudato si’ – l’enciclica di papa Bergoglio incentrata sul rispetto dell’ambiente, con il suo linguaggio di apertura e interazione con la povertà attraverso la valorizzazione delle esperienze degli umili, in contrasto con l’accordo di Parigi, in seguito alla conferenza sul clima del dicembre 2015, che cerca di incasellare la tematica in un mondo di expertise nonostante le rivolte “against exspertise all over the world”. Gosh afferma infatti nel testo che il cambiamento climatico «ha rovesciato l’ordine temporale della modernità (op.cit.p:72) mettendo in crisi il più importante concetto politico dell’era moderna, l’idea di libertà [ …] caratterizzata dal distacco della natura (ivi:149)».
Rispetto alle motivazioni sulla scelta di questi due testi, Gosh risponde che, pur non scrivendo né da religioso né da laico e pur scegliendo uno stile saggistico completamento diverso da quello contenuto nell’enciclica, sente le tematiche in essa contenute (il mistero dell’universo, la necessità di condivisione dei beni che la natura mette a disposizione) più definitive rispetto alle rilevazioni scientifiche di cui l’accordo di Parigi si arma scegliendo uno stile aulico e una chiusura verso il lettore non specializzato.
Nel corso della mattinata Gosh spiegherà come sia necessario riappropriarsi invece di questo spazio di interlocuzione con altri tipi di presenze e come la religione sia l’unica risorsa in grado di promuovere l’apertura di questo spazio e di muovere le masse rispetto alla sensibilizzazione sul cambiamento climatico.
Alla domanda sul perché elevi la religione come l’unica speranza per un’assunzione di responsabilità rispetto al cambiamento climatico, Gosh risponde “we don’t have time, we need to be practical, we need the most influence movement”. Dunque è la religione cattolica nella carismatica e impegnata figura di papa Francesco, il quale può raggiungere milioni di persone e sembra ampiamente recettivo verso le problematiche ambientali, a soppiantare l’impegno dei movimenti ambientalisti che sembrano invece aver fallito nel corso del tempo. Nonostante sia anch’egli un sostenitore dei grassroots movements, Gosh è sicuro che non salveranno il mondo avvertendo un’urgenza che a volte lo fa sentire come “Savoranola mentre inveisce contro il mondo, senza che nessuno gli creda”.


Innumerevoli altri aspetti del testo emergono dalla discussione e dalle domande, per esempio rispetto alle forme assunte dal potere concentrato attorno a chi controlla le fonti energetiche sia quelle legate ai combustibili fossili che quelle alternative rinnovabili. La storicità di queste scelte energetiche per il pianeta è trattata nella seconda parte nel testo presentato: Storie.
Per le fonti energetiche rinnovabili, diversamente che per carbone e petrolio, non conosciamo gli esiti della rivoluzione energetica che recano in seno, conosciamo invece l’impatto dei disastri ambientali sull’ordine sociale e su questo da antropologi possiamo concentrarci.
Altre suggestioni riguardano la responsabilità del modo di produzione capitalista nell’era dell’antropocene, che invece Gosh attribuisce maggiormente all’industrializzazione in sé dunque non solo nei paesi neoliberisti, ma anche – citando la Cina - nei paesi guidati da un assetto socialista o comunista che ruotano intorno a una produzione intensiva industriale.
E ancora intorno al rapporto tra letteratura e natura, macro categoria all’interno della quale Gosh prova a leggere il cambiamento climatico, le indicazioni di interpretazione che la discussione porta sono molteplici: lo sciamanesimo che caratterizzava il “nuovo mondo” senza letteratura ad esempio ci riporta alla convinzione che l’atto di leggere possa in qualche modo dispensare dal vedere le presenze intorno a noi. Inoltre gli studi dell’antropologo Rasmussen[3] sull’intersoggettività “between man and the glacial” tra gli Inuit, che conoscono qualcosa in più rispetto all’ambiente in cui vivono, che conoscono il ghiaccio e possono fare predizioni accurate su esso, ci legano agli studi antropologici precedenti sulla natura e le modalità con cui l’uomo si è relazionato con essa e con le sue forze nel tempo e in differenti aree e culture. Da qui riflessioni sul rituale “non come controllo ma per attivare” questa relazione con la natura e un’ invettiva contro la retorica della “ricerca di soluzioni” perché chi ha le risposte le userà contro le persone comuni, ci fanno concludere che non ci sono verità universali nemmeno per la scienza stessa, lì dove la letteratura sembra aver esaurito gli espedienti per raccontare la realtà naturale che ci circonda.
Concludiamo con disincanto che forse avremmo bisogno di una nuova forma, come Fenoglio ebbe bisogno della storiografia greca per spiegare la difesa di Alba. Una forma che renda la dimensione collettiva del cambiamento climatico e i fenomeni che esso si collegano, la migrazione su tutte, ma quale?



[1] https://www.amitavghosh.com/
[2] Lo schiavo del manoscritto (In an Antique Land, 1992) Einaudi, 1993 - Neri Pozza, 2009
[3] Rasmussen, Knud (1921). Greenland by the Polar Sea: The Story of the Thule Expedition from Melville Bay to Cape Morris Jesup. Transl. by Asta and Rowland Kenny. Published by W. Heinemann.