domenica 22 gennaio 2017

I seminari del DACS: “Il campo della scrittura”



Tutti gli antropologi scrivono.

Partendo da questa semplice considerazione, il seminario del 18 gennaio, coordinato dal Prof. Vincenzo Matera e dal Dott. Francesco Vietti, aveva come obiettivo quello di invitarci a riflettere sulle criticità della scrittura etnografica. Ma quali sono i problemi posti dalla scrittura? Quali sono le difficoltà che insorgono al momento di testualizzare la nostra esperienza sul campo? E nel momento di tradurre un testo da una lingua ad un’altra? Cos’è che ci terrorizza e nello stesso tempo ci affascina così tanto dello scrivere? 

Il libro di Vincenzo Matera “La scrittura etnografica” (2015), e il percorso che ha portato alla sua recente ripubblicazione con la casa editrice Elèuthera (il libro era già stato pubblicato in due diverse versioni in anni precedenti), è emblematico dell’importanza che la riflessione critica sulla scrittura ha acquisito nel corso del tempo. Il nucleo tematico del libro risale infatti ai primi anni Ottanta, alla tesi di laurea del Prof. Matera, quando ancora, per lo meno in Italia, la scrittura non era oggetto di analisi. All’epoca si pensava che scrivere fosse un’operazione neutra e imparziale al servizio della descrizione e della rappresentazione etnografica. Quando il Prof. Matera decise di affrontare questo argomento nella tesi si scontrò con lo scetticismo degli antropologi a lui vicini. Solo alcuni linguisti erano maggiormente disposti a considerare la scrittura etnografica come oggetto di studio. In quegli anni i principali riferimenti teorici dell'antropologia italiana erano lo strutturalismo di Lévi-Strauss e gli studi sui nuer e gli azande di Evans-Pritchard; il libro “Interpretazione di culture” di Clifford Geertz del 1973 si studiava ancora molto poco; e gli antropologi del nostro paese erano ancora legati a un ideale scientifico positivista, oggettivante e fondato su certezze epistemologiche. Il modello di scrittura ideale era quello proposto da Malinowski nel primo capitolo di “Argonauti del Pacifico occidentale” (1922): uno stile asettico, neutro, impersonale.

L’antropologo Dan Sperber nel suo libro “Il sapere degli antropologi” (1984) è stato il primo a proporre una riflessione sulla scrittura come oggetto di analisi e sulle caratteristiche che la distinguono da altri tipi di trasposizione grafica. La sua proposta ha inaugurato quel filone di studi, anche linguistici, che ha preso vita dai primi anni Ottanta, e che è sfociato, grazie anche al dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione di “Writing Culture” (1986) a cura di Clifford e Marcus, nel movimento decostruzionista in antropologia. Da quel momento in avanti la scrittura etnografica non è stata più la stessa: gli antropologi hanno smesso di considerarla come una semplice operazione di trasferimento dei dati raccolti sul campo all’interno di un testo accademico. Una volta riconosciuta l’impossibilità di un rispecchiamento fedele della realtà studiata nell'etnografia, dunque, si è cominciato a riflettere sugli effetti manipolatori e artificiosi della scrittura, cioè sul carattere costruito delle rappresentazioni etnografiche, nonché sulla dimensione politica della scrittura, vale a dire sul potere dell’antropologo di “prendere la parola” al posto dell’altro.

Il libro “The Anthropology as Writer” (2016), curato da Helena Wulff (Università di Stoccolma) – uno dei testi oggetto di discussione al seminario – offre alcune risposte interessanti agli interrogativi e ai problemi che circondano la scrittura. Diversi autori affrontano, talvolta da una prospettiva intima o creativa, le difficoltà incontrate nel loro relazionarsi con vari tipi di scrittura (articoli giornalistici, articoli accademici, diari di campo, racconti di narrativa etc.). I diversi contributi sembrano trovare tuttavia un comune denominatore nel cercare di rispondere alla domanda: perché noi antropologi scriviamo? La scrittura può essere infatti considerata una nostra “compagna di vita” nella misura in cui ci accompagna nel corso di tutto il nostro percorso professionale ed esistenziale: essa rafforza la nostra autorità etnografica incorporata nel testo etnografico ed è qualcosa che siamo tenuti a fare per assicurarci una professione accademica. Scrivere è come dar vita a una performance, qualcosa di valutabile dalla comunità accademica. Esiste dunque accanto al piano ideale (perché e per chi scriviamo) anche un piano relazionale della scrittura, intesa come strumento che ci consente di mantenere contatti con altri antropologi che possono essere geograficamente e “culturalmente” molto distanti. Intesa come collante sociale, essa ci restituisce, quindi, un senso di appartenenza alla comunità antropologica. Ma se consideriamo che la lingua predominante della comunità accademica è l’inglese, e che ogni nostro prodotto testuale deve essere imperativamente tradotto in questa lingua per poter essere condiviso, possiamo davvero parlare di "comunità" in senso stretto?

Il seminario è stato, infatti, anche un’occasione per dibattere sul problema della traduzione di un testo etnografico in una lingua straniera, in particolare sul senso di frustrazione dovuto all’impossibilità di mantenere nel testo tradotto la stessa profondità e ricchezza di significato della propria lingua. Ci siamo quindi chiesti se rinunciare alla ricchezza formale e alle sfumature della nostra lingua madre non possa d’altronde farci acquisire una maggiore chiarezza rispetto ai concetti che vogliamo esprimere, eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe essere ridondante o non essenziale ai fini del messaggio che vogliamo trasmettere. Sebbene la questione sia molto soggettiva e personale (alcune persone infatti trovano più facile scrivere in un’altra lingua che in italiano), essa è servita a sottolineare come esista una gerarchia interna all’antropologia globale, caratterizzata da centri di produzione del sapere, veri e propri centri di potere che possono permettersi di ignorare produzioni del sapere che fanno uso di altre lingue.

Il problema della traduzione è strettamente connesso anche alla questione della responsabilità (accountability), intesa come obbligo, morale ed etico, dell’autore di rendere il più comprensibile possibile al lettore e a coloro di cui scrive la restituzione della sua esperienza etnografica, anche nella consapevolezza del carattere fittizio delle rappresentazioni (ethno fiction). A tal proposito, il Prof. Fulvio Carmagnola, presente al seminario, ha sollevato un’ulteriore questione, chiedendoci: la scrittura è un “campo” oppure è un “fuori campo”? Mentre il Prof. Matera nel suo libro fa di tutto per decostruire la nozione di “campo” evidenziando le relazioni asimmetriche che in esso prendono forma e che caratterizzano il rapporto tra l'antropologo e i suoi interlocutori, il Prof. Carmagnola propone di considerare la scrittura stessa come un “campo”, a partire dalla constatazione che nell’atto di scrivere qualcosa accade, nel senso che qualcosa si produce. La scrittura può essere considerata un campo di enunciazione (Foucault), un campo che come tale è presieduto da figure di potere. In quanto campo di enunciazione, allora, la scrittura non può mai essere considerata libera, ma deve costantemente confortarsi con questioni di potere, un potere invisibile, impalpabile, eppure presente, con cui dobbiamo continuamente misurarci.

Se da un lato è vero che il potere insito nella scrittura è qualcosa di cui difficilmente possiamo liberarci (ed è questo forse a rendercela allo stesso tempo affascinante e temibile), dall’altro ciò che dobbiamo certamente continuare a difendere è l’idea di un’antropologia non come produzione discorsiva del sapere definita una volta per tutte, ma come disciplina finalizzata ad alimentare un ambito discorsivo nel e con il quale possano entrare in relazione le persone di cui scriviamo. Se non facciamo questo, cessiamo di essere antropologi.

giovedì 12 gennaio 2017

I dottorandi DACS in libreria... e sul Corriere!

Il dottorato è un periodo in cui i giovani antropologi si confrontano con le molteplici sfide che impone oggi l'idea di una disciplina impegnata e coinvolta nel dibattito pubblico a livello locale, nazionale e internazionale. Tra queste vi è senza dubbio il mettersi alla prova nella difficile arte di comunicare il sapere antropologico a un pubblico non specialistico o accademico, ma certamente interessato ai temi che discutiamo nelle nostre ricerche. In questa direzione vanno le due iniziative che ho il piacere di segnalare quest'oggi e che coinvolgono alcuni dottorandi del DACS.

Tra poche ore, alle 18.30, Dario Nardini presenta la sua monografia "Gouren, la lotta bretone. Etnografia di una tradizione sportiva" presso la Libreria Les Mots, a Milano: una libreria di quartiere, indipendente, uno vero e proprio progetto culturale che offre uno spazio di dialogo e confronto... insomma il luogo ideale dove presentare un bel libro come il saggio di Dario, che quest'oggi ne discuterà con un altro dottorando DACS, Giacomo Pozzi (sul tema del libro potete vedere il post di Dario Nardini su questo stesso blog). Il libro di Dario è stato ieri presentato anche sulle pagine del Corriere dello Sport: un quotidiano forse non abitualmente frequentato dagli antropologi (se non in gran segreto!), ma che permette certamente di raggiungere un pubblico ampio e inusuale.


La seconda segnalazione riguarda invece la pubblicazione sul sito web del Corriere della Sera del reportage Da schiavi a zombi. Gli haitiani in Repubblica Dominicana a firma di Raúl Zecca Castel. Raúl, che dalle sue ricerche nel 2015 ha tratto il volume Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, ha realizzato sullo stesso tema anche un documentario video, sperimentando dunque con successo una pluralità di linguaggi e forme espressive. Il reportage sul Corriere.it è tra l'altro ricco di splendide immagini... il che mi permette di segnalare che la fotografia che correda questo mese il nostro blog è appunto di Raúl (chi non l'avesse ancora fatto dia un'occhiata alla pagina "La foto del mese").


domenica 8 gennaio 2017

Libertà di ricerca e ruolo dell'intellettuale oggi


A proposito del IV convegno di antropologia applicata svoltosi a Trento tra il 19 e il 21 dicembre (si veda il post "Abitare le crisi" di Giacomo) colgo questa occasione per riportare sommariamente ciò che è emerso dal workshop intitolato Libertà di ricerca e ruolo dell’intellettuale oggi coordinato da Sabrina Tosi Cambini, nota antropologa italiana. La SIAA dedicando un’intera mattinata ai contributi e alle testimonianze di antropologi ma anche di storici, economisti e giuristi, ha rinnovato il suo interesse a tener vivo un dibattito che ormai da giugno del 2016 ha visto insorgere ed indignarsi non solo la società civile ma anche la stessa comunità scientifica. Un giugno “dittatoriale”, come lo ha definito il collettivo Effimera, in cui ben tre antropologi sono finiti sotto accusa per aver preso parte a delle mobilitazioni sociali durante la loro attività di ricerca sul campo. Sono Roberta Chiroli e Franca Maltese, la prima condannata a due mesi di reclusione e la seconda indagata e poi assolta, per essere state presenti ad una manifestazione in Val di Susa contro la ditta Itinera impegnata nei lavori del cantiere TAV, e Enzo Alliegro, denunciato per aver partecipato ad una manifestazione contro l’abbattimento degli ulivi affetti da Xylella in Puglia. Ad essere condannato è il metodo etnografico, di cui l’osservazione partecipante è un suo tratto costitutivo, riconosciuto a livello internazionale da tutta la comunità scientifica. Diverse sono state le iniziative organizzate in reazione ad un’accusa apparsa come criminalizzazione del dissenso. Oltre alla petizione lanciata da Effimera e al documento sottoscritto da ANUAC, AISEA, SIAA e ANPIA a sostegno della libertà di ricerca, le principali iniziative accademiche si sono condensate nelle giornate del 12 settembre presso l’Università di Venezia, del 1 ottobre a Modena e del 14 ottobre a Bologna. 


A Trento, attraverso le voci di antropologi come Pietro Saitta, Nadia Breda, Francesca Coin, gli stessi Franca Maltese e Enzo Alliegro, dell’economista Andrea Fumagalli, dello storico Alessandro Casellato e dei giuristi Gianni Giovannelli e Alessandro Simoni, si è cercato di fare un bilancio sugli avvenimenti accaduti per riflettere sul rapporto tra ricercatore e Stato. Il ricercatore è infatti un organo epistemologico dello Stato il cui ruolo è quello di contribuire ad incrementare la ricerca, intesa come bene comune. In altre parole il ricercatore è un investimento che lo Stato fa per il bene della collettività, il suo capitale economico, sociale e culturale. La realtà però si manifesta in modo alquanto diverso. Con la svolta neoliberista dell’Università degli ultimi vent’anni, la produzione accademica del sapere ha perso la sua funzione pubblica, dialogante con la società, convertendosi alla logica privatista dedita ad una cumulatività della conoscenza sempre maggiore. Il ruolo dell’intellettuale non esiste più nella sua accezione romantica e tra produzione materiale e produzione intellettuale, tra “lavoro vivo” e “lavoro morto” non c’è più distinzione. Non è un caso che quello del ricercatore è uno tra i settori più precari. Oggi adattati alla cosiddetta economia politica della promessa in cui diamo credito ad un sapere in cambio di un futuro migliore, tutta la nostra vita si mette a lavoro al punto che, grazie alle nuove tecnologie, la produzione di conoscenza è sempre attiva, no-stop (Andrea Fumagalli). E nonostante ciò, assistiamo al paradosso per cui spesso per ricerche di impatto ambientale per esempio, lo Stato non si serve dei “suoi” ricercatori, a cui assegna peraltro borse di ricerca, ma preferisce pagare commissioni di esperti create ex-novo. 

Le eccessive accuse rivolte a Chirelli, Maltese e Alliegro ci mostrano chiaramente come lo Stato tenda a costruire e a legittimare quel soggetto lavoratore ordinato e disciplinato da cui ci ha messo in guardia Michel Foucault. L’antropologo che non si attiene alle uniche fonti legittime, ovvero quelle di Stato, e che dà voce alle posizioni dissentiste ed alternative, risulta scomodo e quindi da eliminare attraverso il dispositivo penale. La situazione è più critica di quello che si pensa, qui è in gioco la sopravvivenza stessa della disciplina. Ancora una volta l’antropologia è chiamata a riflettere sui propri limiti, che includono anche la scelta dell’oggetto e del campo di studio, e di problematizzarne il rischio. Ci dobbiamo interrogare sulla “vita pubblica della ricerca” per citare Didier Fassin, cioè sulla legittimità e divulgazione di un sapere, quello antropologico, che non è mainstream. Quando ci troviamo a fare ricerca in scenari di lotta e di conflitto dobbiamo essere consapevoli di inserirci sia a livello scientifico che politico in un campo di forze che ci richiede un certo tipo di posizionamento. Spesso quest’ultimo viene a sovrapporsi con la vita privata dell’antropologo. Nella sua testimonianza Franca Maltese ha spiegato come la sua partecipazione alle mobilitazioni non era soltanto osservazione partecipante ma rientrava in un più profondo e personale coinvolgimento ideologico nella lotta NoTav. Pertanto, anche le sue rivendicazioni contro l’accusa rivoltale dalla procura di Torino non hanno fatto leva soltanto sulla sua innocenza di dottorando di ricerca, ma su quella di tutti i presenti in una situazione in cui a suo avviso non si stata violando alcun diritto costituzionale. In questo senso oltre alla libertà di ricerca, è venuta meno anche la libertà di cittadinanza, ovvero il vedersi parte attiva della società civile. 

Questo ci porta ad un altro tema discusso vivacemente nel workshop trentino: l’eccezionalità accademica o universitaria. Dal punto di vista etico, nella ricerca di campo è giusto usufruire dell' “incolumità” istituzionale? Se da una parte per alcuni questo “lasciapassare di status” è necessario per  svolgere la ricerca senza ostacoli (mi viene in mente il caso Regeni), per altri, la pretesa dei ricercatori di essere trattati in modo diverso, solo per essere tali, da quei cittadini e movimenti sociali che pagano con il carcere il proprio dissenso, è alquanto “grottesco” (Pietro Saitta). E’ pur vero però che il potere dell’antropologo di dare voce attraverso la scrittura al dissenso, fa sì che spesso sono gli stessi informatori locali a chiedergli di poter usufruire dei suoi privilegi (Mara Benadusi). Eccezionalità o meno, ciò che secondo me è davvero auspicabile è che l’intellettuale di oggi esca dalle maglie costringenti di un’università burocratizzata e iper-regolata per parlare con i soggetti della sua ricerca al fine di produrre un sapere condiviso: con e per la società. Egli deve saper parlare del proprio tempo facendo emergere gli spazi di soggettivazione e di presa di coscienza critica della società, contribuendo allo stesso tempo ad attivarli. L’incontro è terminato con il comune incoraggiamento a continuare a ribadire in maniera convinta il diritto alla pratica del pensiero critico, formando gli stessi studenti alla presa di parola, e con la proposta di mettere in campo una rete di auto-tutela per la libertà di ricerca.

mercoledì 4 gennaio 2017

Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni: un'opportunità non solo per gli antropologi

Sono aperte le iscrizioni alla decima edizione del Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione "Riccardo Massa". Sul sito dell'Università di Milano Bicocca sono ora disponibili il bando e il regolamento del corso, completo di tutte le informazioni relative al piano didattico. La scadenza per la presentazione delle domande di ammissione è fissata per il 13 febbraio 2017... dunque occorre affrettarsi!


Il corso di perfezionamento è rivolto ai laureati di primo livello di tutte le discipline (anche attualmente iscritti a un corso di laurea magistrale) interessati ad approfondire lo studio delle scienze antropologiche e comprendere l’apporto unico e originale che l'antropologia può portare anche in altri campi del sapere e del "saper fare".

Un corso dedicato a chi si trova in prima linea in quei territori di frontiera dove l’incontro con l’altro è all'ordine del giorno e causa conflitti, incomprensioni, pensieri divergenti, opportunità, sfide e dove si mescolano e si materializzano i desideri, le differenti visioni del mondo, della società, delle relazioni tra persone di ogni provenienza e tradizione. Si pensi, per esempio, a tanti lavori e professioni di pubblica utilità che spesso soffrono lo scarto tra il dover essere e la realtà, tra le motivazioni che hanno portato a fare un certo percorso professionale, di studi e di vita e la realtà di certi servizi, dominati da routine difficili da scalfire quando da modificare.

Un corso rivolto a chi ha voglia, coraggio e passione di mettersi in discussione, di farsi domande non banali, di provare a capire a fondo i luoghi in cui viviamo e lavoriamo, le relazioni e le rappresentazioni dei fatti che le persone propongono; di guardarsi mettendo un po' di distanza e decentrando lo sguardo da se stessi e dal proprio gruppo di appartenenza (anche professionale), dalla propria quotidianità, dalle proprie routine, dalle proprie certezze. A chi ha voglia di non fermarsi di fronte ai problemi che la vita in relazione con gli altri ci offre, di imparare facendo, di darsi il tempo per studiare i fenomeni e la realtà sociale in cui siamo immersi, provando a non farsi travolgere ma a immergervisi consapevolmente e starci dentro, con i piedi più saldi possibile, navigando nella complessità della modernità e dei nostri contesti di vita, lavoro, relazione.
Grazie alla guida di docenti competenti e appassionati, il gruppo avrà la possibilità di incontrare e conoscere sia i fondamenti classici del pensiero antropologico che di lavorare su tematiche di attualità. L’incontro con professionisti che utilizzano il sapere antropologico anche al di fuori del mondo accademico sarà un’altra opportunità per comprendere come possa essere speso nello scenario pubblico il sapere etno-antropologico e le sue influenze.



Mi sia concessa una nota personale. Dopo anni di vari lavori nel terzo settore (dal 2015 coordino il Centro Naga Har per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura dell'Associazione Naga Onlus di Milano) a contatto con tanti profili professionali validi e differenti, con tante biografie di ogni provenienza, posso senza ombra di dubbio affermare che il continuo dialogo con l'accademia e con me stesso, con i colleghi di lavoro, con gli "utenti" (termine in voga nel terzo settore ma profondamente ambiguo) e con tanti antropologi mi ha permesso una maggior capacità di comprendere e leggere la realtà in cui opero e vivo oltre che un validissimo supporto nei momenti bui che il lavoro nel sociale spesso offre. Quando, ancora agli inizi della mia carriera universitaria leggevo con grande entusiasmo etnografie che descrivevano le stesse situazioni, le stesse difficoltà, gli stessi sentimenti che vivevo io da operatore sociale...ah, che sollievo! allora non ero solo al mondo, mi dicevo!

Il corso di perfezionamento è dunque un esercizio che vale la pena di essere fatto: un bel regalo per se stessi, per la propria crescita professionale e intellettuale.  Può sicuramente maturare frutti anche per altri: all'interno del proprio ente di appartenenza portando nuovi paradigmi teorici, nella propria realtà associativa, nella propria pratica professionale quotidiana, nelle relazioni con gli altri, chiunque essi siano. Quindi non solo un corso utile alla propria professione e a se stessi, ma anche alla società in cui viviamo e in cui vivremo!

lunedì 2 gennaio 2017

Abitare le crisi. Note dal IV Convegno di Antropologia Applicata


Tra il 19 e il 21 Dicembre del 2016 si è svolto presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università degli Studi di Trento il IV Convegno Nazionale della Società Italiana di Antropologia Applicata. La Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), costituita nel 2013, è un’associazione di antropologi e antropologhe, che operano presso enti privati e pubblici studiando con fini applicativi e con approcci efficaci e innovativi le realtà sociali, culturali, multi-etniche, multi-religiose e ambientali della contemporaneità. Per il IV Convegno Nazionale, il cui titolo evocativo era "Politiche, diritti e immaginari sociali: sfide e proposte dell'antropologia pubblica", i soci della SIAA, coordinati dall'antropologo Marco Bassi, hanno organizzato dieci sessioni di discussione. I panel si concentravano su differenti tematiche di indubbia attualità, tra cui l’accoglienza dei migranti, l'impatto della crisi economica e i problemi urbani nel contesto europeo, le pratiche turistiche, il cambiamento climatico, le certificazioni in campo agricolo e l'emergere di nuove forme di famiglia. 


Al convegno ha partecipato un nutrito gruppo di dottorandi, ricercatori e docenti del nostro dipartimento, confermando così non solo l'importanza attribuita alla riflessione sulle forme della contemporaneità nella nostra comunità milanese, ma anche la centralità e la necessità della costruzione di una sapere antropologico pubblico e applicativo. Personalmente ho contribuito all'evento organizzando, insieme all'antropologo Luca Rimoldi, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Milano-Bicocca, e Silvia Pitzalis, antropologa, dottoressa di ricerca presso l'Università degli Studi di Bologna, una sessione di discussione dal titolo "Abitare le crisi. Cittadinanza attiva, dissenso e nuove forme di welfare". La proposta si è fondata su una riflessione comune che ha attraversato i nostri differenti campi di ricerca (politiche abitative e movimenti per la casa a Milano nel mio caso, memoria e marginalità urbana nel contesto milanese per Luca Rimoldi, antropologia dei disastri per quanto riguarda Silvia Pitzalis). Ovvero, l'ipotesi che per comprendere le trasformazioni, le contraddizioni e le configurazioni dello scenario socio-culturale attuale, la casa – e più in generale le differenti pratiche dell’abitare – costituiscano un riferimento estremamente significativo. Poiché la casa, come sosteneva il filosofo Bachelard, rappresenta il “nostro primo universo”, quando la possibilità di viverla viene a mancare, le concezioni e i valori di riferimento entrano in crisi. Partendo da questi presupposti, nel corso della sessione abbiamo esplorato la contemporaneità e i suoi mutamenti attraverso una prospettiva particolarmente significativa per l'antropologia applicata: l’abitare contemporaneo in relazione alle pratiche di partecipazione dal basso, di cittadinanza attiva e di dissenso. Ipotizziamo infatti che queste pratiche acquistino grande interesse pubblico se intese come complesse risposte individuali o collettive al restringimento delle politiche di welfare e di governance entro contesti di crisi.


La discussione è stata animata dalla presentazione di nove riflessioni etnografiche sul tema riportate da ricercatori e ricercatrici provenienti da diverse università italiane e straniere. Il panel è stato suddiviso in tre sessioni tematiche: agency e forme dell'abitare contemporaneo; cittadinanze attive, modelli di governance e critica sociale; dispositivi di controllo e tattiche di riappropriazione dello spazio. Nella prima sessione Carmelo Russo (Università degli Studi di Roma "La Sapienza) ha analizzato l'esperienza artistica e abitativa di Metropoliz, “città meticcia” che sorge in una ex fabbrica di salumi a Roma, e del MAAM, Museo dell'Altro e dell'Altrove. Laura Mugnani, dottoranda dell'Università di Genova, ha analizzato il ruolo dei migranti nelle occupazioni abitative romane e Stefano Portelli (Università degli Studi di Roma "La Sapienza") ha condotto una riflessione sulla governance degli spazi informali nella zona di Ostia (Roma). Per concludere la sessione, Tommaso Turolla, laureato in Antropologia presso l'Università di Milano-Bicocca, ha riportato il caso del quartiere Lorenteggio-Giambellino (Milano), facendo emergere la complessa interazione tra movimenti sociali, abitanti e politiche di riqualificazione. Nella seconda sessione Beatrice del Monte (Università degli Studi di Milano) e Victoria Sachsé (Université de Strasbourg) hanno ragionato sul ruolo dell'agricoltura in città come pratica di riappropriazione dello spazio pubblico, riportando il caso romano. Marco Gottero (De Montfort Unviersity, Leicester) ha portato invece alcune importanti riflessioni su delle pratiche economiche informali emerse ad Atene nell'epoca della crisi economica: pratiche che l'autore ha definito resistenziali e innovative. In ultimo Erika Lazzarino (Dynamoscopio, Milano) ha condiviso una raffinata analisi teorica del concetto di innovazione sociale e del suo utilizzo nell'ambito della progettazione sociale. Nella terza sessione prevista, Maria Grazia Gambardella, sociologa dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha analizzato il ruolo dei centri sociali a Milano, intendendoli come spazi politici e formativi nell'esperienza di alcuni giovani residenti a Milano. Infine, Rita Ciccaglione, dottoranda in antropologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ha presentato le pratiche di opposizione e di fruizione dello spazio di un gruppo di giovani aquilani a seguito del terremoto che ha colpito l'area nel 2009. 


Per concludere, le giornate di discussione sono state dense e feconde. Le differenti esperienze etnografiche riportate ci hanno invitato a riflettere sull'importanza che queste pratiche abitative, intese nel loro senso più ampio di riappropriazione e gestione del proprio contesto di vita, possono avere in momenti di grave crisi economica e socio-politica. L'apporto che l'antropologia può dare alla società non deve dunque limitarsi alla valorizzazione analitica e testuale di queste esperienze, ma deve fondarsi sulla capacità applicativa di costruire strumenti di condivisione e dialogo anche per coloro che tecnicamente e politicamente gestiscono i tempi e gli spazi della crisi. Secondo questa prospettiva tutte le esperienze riportate sono emblematiche e raccontano di territori e abitanti che creativamente tentano di dare senso e significato ad un momento storico di cambiamento e crisi. Per dirla con Gramsci, queste esperienze danno un senso condiviso a quel momento in cui "il vecchio muore e il nuovo non può nascere".