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venerdì 7 maggio 2021

Gramsci e Basaglia. Antropologia tra totalitarismo e istituzione totale

 

Nell’ambito del ciclo di incontri previsti per la didattica DACS, il 20 gennaio 2021 si è tenuto un seminario, curato dal professor Giovanni Pizza, avente come tema l’apporto alla disciplina antropologica del pensiero di Gramsci, sulla base della recente pubblicazione del professore intitolata L’antropologia di Gramsci. Corpo, natura, mutazione (Pizza, 2020).

Tra le molte riflessioni suscitate dal dialogo, un punto di grande interesse è stato l’analisi del ruolo del corpo in relazione al rapporto tra salute/malattia e benessere/sofferenza. A tal proposito non può non essere messo alla luce il parallelismo tra la figura di Gramsci e quella di un “rivoluzionario” della psichiatria, ovvero Franco Basaglia, in particolare in relazione alle vicende umane e alle affinità biografiche di queste due figure. Ho quindi cercato di ricostruire parte dei pensieri che hanno portato il filosofo sardo e il medico veneziano a divenire due icone di resistenza e rivoluzione. La vicenda umana e politica di Antonio Gramsci è nota ma è comunque bene riprenderne alcuni passaggi cruciali; fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921 e ne occupò diverse cariche fino a divenire segretario dal 1924 al 1927. L’8 novembre 1926 venne arrestato e tradotto successivamente in carcere dove rimase, per volontà del regime fascista, fino al 1934 quando, ormai gravemente malato, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato. Compromesso nel suo stato di salute, morì ad appena quarantasei anni nel 1937. Rispetto a Gramsci, Franco Basaglia apparteneva ad un’altra generazione, era nato nel 1926 a Venezia da una famiglia benestante che si riconosceva nello stato fascista, tuttavia Franco, di animo ribelle, da liceale aderì al movimento antifascista e durante quegli anni mantenne sempre una posizione apertamente polemica verso il regime (Foot, 2014, 14). La città di Venezia fu occupata dai nazisti dopo l’8 settembre 1943 ma Basaglia e altri componenti dell’ambiente antifascista della città proseguirono con le proprie azioni propagandistiche di dissenso. Fu proprio a seguito di uno di questi episodi (e probabilmente di una soffiata) che Basaglia venne arrestato insieme ad altri giovani oppositori l’11 dicembre 1944 e rinchiuso nel carcere di Venezia (Foot, 2014, 17). Franco Basaglia rimase in prigione fino al 26 aprile 1945 quando, proprio dal carcere di Venezia, partì l’insurrezione che cacciò i nazisti dalla città. L’impatto con la realtà carceraria, il ricordo delle minacce e delle percosse subite, segnarono profondamente Basaglia che in seguito parlò molto raramente di quell’esperienza ma che, secondo molti, fu alla base delle sue idee di opposizione all’istituzione manicomiale. Lui stesso ricorderà:

“Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di Medicina. Lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. […] C’era un odore terribile, un odore di morte. […] Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando vi sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era l’odore di merda, ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda, che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese. A questa logica assurda, infame del manicomio noi abbiamo detto no” (Basaglia, 2000, 49).



E’ evidente come da queste ultime righe traspaiano le riflessioni che guidarono il movimento critico che portò alla profonda riforma della psichiatria italiana in senso democratico con la chiusura dei manicomi. Basaglia rifletteva sulla dimensione corporea del rapporto fra il medico e il suo paziente, sottolineando come tale incontro, sebbene richieda la presenza indispensabile di due corpi, sia rappresentato esclusivamente nel corpo oggettivato del malato (Pizza, 2005, 49)

“Non si tratta, dunque, di un incontro reale, dove un soggetto oggettivizza l’altro nel momento stesso in cui viene da lui oggettivato; ma di un incontro fra un soggetto ed un corpo cui non viene data altra alternativa oltre a quella di essere oggetto agli occhi di chi lo esamina” (Basaglia, 1981, 429).

D’altra parte lo stesso Gramsci, nei suoi Quaderni, aveva intuito come i medici costituissero una particolare categoria di intellettuali:

“…la più importante forse, dopo quella ecclesiastica [è] la categoria dei medici in senso largo, cioè di tutti quelli che lottano o appaiono lottare contro la morte e le malattie” (Gramsci, 1975, 846).

Al contempo rifletteva però sulla delicatezza di tale posizionamento, in modo particolare rispetto alle istituzioni.

“La biomedicina, lo Stato, la Chiesa, come la scuola, l’ospedale, la famiglia, il carcere, una cerimonia rituale o una partita di calcio, sono istituzioni, cioè dispositivi organizzati e formalizzati, raggruppamenti sociali legittimati che hanno l’obiettivo di regolare i comportamenti e le relazioni sociali” (Pizza, 2005, 146).

In tal senso le istituzioni agiscono attraverso una permanente attività culturale che stabilisce norme e sanzioni, regole morali e comportamentali, che definisce il confine fra vita e morte, fra razionalità e irrazionalità, fra il maschile e il femminile, che ordina e classifica la realtà naturale e sociale e costruisce le stesse idee di persona, soggettività, intimità e sé (Gramsci, 1975, 1872). E’ quando queste istituzioni divengono “totali” che si produce il cortocircuito che nega le idee proprie e fondanti dell’essere umano. Il fascismo aveva usato il sistema manicomiale per reprimere il dissenso politico e mettere a tacere chi creava problemi (come la prima moglie di Mussolini e suo figlio, e molti ribelli e radicali, oltre ai fascisti dissidenti) (Foot, 2014, 77). L’idea che l’internato in manicomio venisse spogliato della propria umanità e di ogni diritto compare negli scritti di molti tra i maggiori critici e rivoluzionari nell’ambito metodologico della psichiatria. Scriveva Laing:

“Dopo aver subìto la cerimonia di degradazione nota con il nome di visita psichiatrica, [il paziente] viene privato dei suoi diritti civili e imprigionato in un’istituzione totale detta ‘ ospedale psichiatrico’. In modo più completo e radicale che in qualsiasi altro luogo in questa società, egli viene annullato in quanto essere umano” (Laing, 1964, 64).

Analogamente, negli anni Sessanta, caratterizzati dalla contestazione sociale, non era raro imbattersi in slogan o immagini che richiamavano l’analogia tra i campi di concentramento nazisti e i manicomi per “malati di mente” creati dalla società capitalistica. Pur non cavalcando l’onda del forte impatto dato dall’affinità tra queste due situazioni, per timore di eccesso retorico, fu lo stesso Basaglia a riproporre l’analogia, attraverso le parole di una paziente del manicomio di Gorizia, in quello che fu uno dei testi guida del Sessantotto italiano, L’istituzione negata:

Ed ecco l’intervista con Carla, una delle degenti più note e più ascoltate nell’ospedale.

Intervistatore: Lei ha avuto una vita molto complicata e difficile… è stata anche in campo di concentramento…

Carla: […] nel lager dove ero io era anche la povera principessa Mafalda.

Intervistatore: Senta, che campo di concentramento era?

Carla: Auschwitz.

(Basaglia a cura di, 1968, 24).


Anche sul piano storico c’erano parecchi elementi che parevano collegare i campi di concentramento (nazisti) con ciò che erano diventati i manicomi. Si coglievano certe continuità, negli esperimenti condotti sui pazienti, nella loro deumanizzazione (arrivando addirittura all’asportazione di una parte del cervello con la lobotomizzazione), nella rigidità delle gerarchie e della condotta imposta da entrambe le istituzioni. I nazisti occuparono i manicomi per sterminare sistematicamente i pazienti, spesso in camere a gas appositamente costruite negli ospedali. Queste pratiche, ovviamente, non rientravano strettamente nella logica dei manicomi, legata più che altro all’idea di “proteggere la società dai matti”, senza tuttavia riproporsi di sterminarli. In questo senso va letto il rifiuto di associazione di idee Lager/manicomio espresso da Primo Levi a seguito degli elogi profusi da Franco Basaglia nei confronti del libro Se questo è un uomo, testo tanto caro e fonte di ispirazione per lo psichiatra e il suo operato.

“Ho provato un certo disagio quando Basaglia mi ha mandato il suo libro (L’istituzione negata) in cui citava Se questo è un uomo e in cui diceva che gli ospedali psichiatrici sono dei Lager. Non credo che si possa arrivare a questo punto, se non in via di metafora, di allusione. Perché lo scopo degli ospedali psichiatrici era forse quello di difenderci dai malati mentali, non quello di ucciderli. Se poi morivano era un triste sottoprodotto, ma non era desiderato. Saranno brutte macchine, ma fatte per un altro scopo”. Primo Levi (cit. in Foot, 2014, 80).

A prescindere dagli attestati di stima e delle critiche attratte dal movimento antipsichiatrico, è innegabile la portata dell’impegno di Franco Basaglia per la chiusura del manicomio come istituzione totale. La legge 180 del 1978 (che sancì la chiusura dei manicomi per come erano stati concepiti fino ad allora), è una delle rarissime leggi che viene ricordata più con un nome che con un numero e che però, oltre alle difficoltà d’applicazione, ai ritardi e alle modifiche subite, resta chiaro nelle parole di Basaglia, quanto fosse ancora fragile nei cambiamenti apportati dai diritti conquistati:

“Noi psichiatri democratici, pur avendo stimolato la nuova legge, siamo una minoranza, ma, come direbbe Gramsci, siamo una minoranza egemonica […] naturalmente dobbiamo essere molto vigili perché questa minoranza, una volta catturata, può diventare la nuova maggioranza riciclata”. Franco Basaglia (cit. in Foot, 2014, 290).


BIBLIOGRAFIA

Basaglia, F. (1981), Scritti. I, 1953-1958. Dalla psichiatria fenomenologica all’esperienza di Gorizia, Einaudi, Torino.

Basaglia, F. (2000), Conferenze brasiliane, a cura di Ongaro, F., Giannichedda, M., G., Raffaello Cortina, Milano.

Basaglia, F. (a cura di), (1968), L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.

Foot, J. (2014), La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Feltrinelli, Milano.

Gramsci, A. (1975), Quaderni del carcere, a cura di Gerratana, V., Einaudi, Torino.

Laing, R. (1964), What is Schizophrenia, in “New Left Review”, I, 28, Nov.-Dic. 1964

Pizza, G. (2005), Antropologia medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo, Carocci, Roma.

Pizza, G. (2020), L’Antropologia di Gramsci. Corpo, natura e mutazione, Carocci, Roma.

 

sabato 1 dicembre 2018

La rivincita della ʻcarneʼ

Il workshop “Politiche del corpo e governance della riproduzione: ʻcarneʼ, tecnologie e saperi”,  tenuto il 29/11 e 30/11 presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università Milano-Bicocca e organizzato da Claudia Mattalucci (Università Milano-Bicocca), è stato dedicato al tema delle materialità corporee della riproduzione. 
La prima giornata ha coinvolto sei studiose che hanno esplorato pratiche culturali, dispositivi sociali e politiche istituzionali attraverso cui oggi si pensa e modella la ʻcarneʼ nella nascita, la filiazione e la genitorialità. Come ha notato Mattalucci, Il corpo e la riproduzione sono tematiche al centro di un grande interesse scientifico, politico e mediatico, rinnovato dalle recenti innovazioni tecnologiche nel campo della procreazione. Negli ultimi anni si è assistito alla nascita di movimenti che rivendicano nuovi diritti contrastanti sulla responsabilità riproduttiva, alimentando dibattiti etici e morali su vita, morte, parentela, natura e modernità. 

Rossana Di Silvio (Università Milano-Bicocca) ha riflettuto sull’essere genitori oggi di un figlio difettuale, presentando un lavoro etnografico sulle strategie adottive nel territorio milanese e gallurese. Nel tentativo di conciliare i Critical Kinship studies con i Disability Studies, Di Silvio si è interrogata su come le famiglie riconfigurino i progetti e le aspettative di genitorialità in presenza dell’arrivo di un bambino difettuale. Di Silvio ha notato come l’intenzionalità e la scelta di diventare genitori si sia trasformata grazie all’utilizzo di pratiche mediche – come i test di screening – che consentono di ridurre e controbilanciare il grado di incertezza e casualità del futuro. Riproducendo il mito del bambino ideale privo di difetti, tali tecnologie veicolano la promessa di una salute per tutti coloro che ne hanno accesso e fungono da motivo di rassicurazione per molte famiglie.                                                                                          
Quali debbano o non debbano essere le modalità di intervento mediche sul corpo e sulla vita sono domande al centro di riflessioni, contestazioni e negoziazioni politiche e morali negli spazi e luoghi della biomedicina. Il parto diventa oggetto di critiche a partire dagli anni’80, quando il movimento femminista della differenza ha cominciato ad associare le tecniche mediche che vi intervengono ad una svalutazione delle capacità  riproduttive del corpo femminile. Focalizzando l’attenzione sulle pratiche concrete che configurano il parto naturale nella sicurezza di un reparto ospedaliero di Poggibonsi – la ricostruzione di un ambiente “domestico”, le diverse posizioni adottate dalla partoriente, l’utilizzo dell’anestesia epidurale, il taglio del cordone ombelicale, ecc., - Chiara Quagliariello (EHESS, Paris) ha sostenuto che diverse ambiguità e contraddizioni entrano in gioco nel processo di definizione di cosa sia il “naturale” e quali siano i ruoli i ruoli femminili e maschili nel parto. Mettendo in luce anche la presenza di un discorso razzializzante degli operatori sanitari del reparto, che associava alle pazienti senegalesi una maggiore capacità riproduttiva ed un più alto grado di sopportazione del dolore rispetto alle donne bianche. 



Mattalucci ha presentato una serie di ricerche sulla sepoltura dei resti dell’interruzione volontaria di gravidanza e delle perdite perinatali, condotte attraverso l’analisi delle rappresentazioni mediatiche, politiche istituzionali e l’osservazione di un gruppo di auto-mutuo aiuto per il lutto perinatale a Milano.  Che cosa rappresentano queste materialità corporee per gli attori sociali? Quali sono gli effetti dell’attribuzione di un nome a questi resti sul vissuto di donne e coppie in situazioni di differente fertilità? Mattalucci ha proposto la categoria di ʻcarneʼ come significato fluttuante che si specifica nel tempo e nelle relazioni e che si contrappone all’attribuzione di un ontologia uniforme. L’adozione della categoria di ʻcarneʼ permette secondo la ricercatrice di oltrepassare una strumentalizzazione pubblica ed istituzionale del rapporto problematico fra lutto perinatale ed interruzione volontaria di gravidanza, poiché consente di far emerge alcune intersezioni fra posizioni ed esperienze a prima vista inconciliabili.               
                                                     
Corinna Guerzoni (Western Fertility Institute, Los Angeles) ha aperto la sessione pomeridiana di interventi discutendo le forme di biasimo e condanna morale a cui è soggetta la maternità surrogata. Leggendo la maternità surrogata come un processo organico inserito in un percorso relazionale fra surrogates e famiglie di intenzione, Guerzoni ha posto l’accento sulla parola “restituzione” usata dalle surrogates per descrivere il proprio compito nella clinica americana dove ha condotto e conduce le sue ricerche. Formule come ʻdare viaʼ e ʻrestituireʼ sottolineano l’appartenenza alle famiglie di intenzione del corpo portato in grembo dalle surrogates. La maternità surrogata si configura dunque a tutti gli effetti come una pratica che costruisce una visione altra rispetto a categorie socialmente dominanti di maternità e genitorialità.

I legami di filiazione attraversano un momento turbolento in Italia, che vede una frattura e una grande frammentazione regionale e comunale sul piano del riconoscimento legale di diritti al genitore “biologico” e al genitore “sociale”. Cosa resta della natura della parentela una volta tagliate alcune caratteristiche come il riconoscimento legale e l’unità di residenza? Muovendo da questa domanda provocatoria e critica verso la nozione euroamericana di parentela, Alice Sophie Sarcinelli (Université de Liège-Università di Milano-Bicocca) ha presentato le strategie di riconoscimento e visibilità del ruolo di co-parent (genitore di intenzione) nella vita famigliare di alcune coppie omogenitoriali italiane.     
                                                                                                                        
Léa Linconstant (Université de Aix Marseille) ha esaminato la costruzione del ruolo di paziente nella procreazione medicalmente assistita (P.M.A.) in un Centro Pubblico in Italia. Leggendo questo processo di identificazione come un lavoro di costruzione sul corpo in cui è centrale la temporalità, Lincostant si è dedicata a ricostruirne le diverse fasi. In un primo momento, nelle consultazioni iniziali fra personale medico e famiglie l’intervento medico è percepito come un’intrusione nella vita di coppia. I ginecologici sono impegnati in un processo di trasformazione dell’infertilità da dramma esistenziale a forma patologica trattabile, che Lincostant ha definito ʻdesingolarizzazioneʼ. Dalla prima fase si passa a quelle successive in cui si intensifica progressivamente l’intervento medico fino al momento finale di identificazione del ruolo di paziente in un modo coerente e funzionale con il processo di P.M.A. 
                                                                                                                                   
Lucia Gentile (Università di Milano-Bicocca – INALCO, Paris) ha concluso la giornata con un’etnografia dettagliata sull’isterectomia. Muovendosi sia all’interno che fuori da contesti ospedalieri, Gentile ha presentato le diverse costruzioni della categoria di ʻuteroʼ fra credenze locali e saperi medico-scientifici nella regione del Punjab, India. Nel tentativo di spiegare il massiccio ricorso in India all’isterectonomia in presenza del rifiuto di altre forme di contraccezione, Gentile ha sostenuto che tale ricorso non sia maturato da un’ignoranza della biomedicina ma piuttosto vada considerato rispetto ad un sapere locale che deriva dal vissuto e dall’esperienza. I medici disconoscono questa forma di sapere incorporato, costituito da tecniche di controllo della fertilità così come sono interpretate dalle donne del luogo.



La seconda giornata è stata interamente dedicata alla conferenza tenuta da Dominque Memmi “La rivincita della carne: Nuove forme e supporti dell’identità”. Memmi è direttrice di ricerca in Scienze Sociali presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi (CNRS),  e autrice di diversi articoli e monografie sul tema dell’inizio e del fine vita che propone di pensare insieme, fra cui Faire vivre et laisser mourir (La Découverte, 2003) e Le gouvernement des corps (Fassin, Memmi, Èditions de l’EHESS, 2004). La sociologa francese ha presentato le riflessioni iscritte nella sua opera La Revanche de la chair: Essais sur le nouveaux supports de l’identité (Editions du Seuil, 2014), in cui si è dedicata a ricostruire le fasi della nascita di un nuovo dispositivo ideologico che definisce ʻbio-psicologismoʼ.                                                                                                                                            
Per Memmi, a partire dagli anni 90’ questo dispositivo comincia a iscriversi definitivamente nelle pratiche di alcuni ceti sociali nell’area euroamericana: i professionisti della vita, della salute fisica e mentale e i professionisti della morte. Cruciale nella sua genealogia è il processo di accentramento sul corpo che inizia a partire dagli anni 70’, quando il corpo si pone al centro di un nuovo processo di ripensamento ridiventando appannaggio e responsabilità dell’individuo al di là delle prescrizioni e proibizioni delle autorità religiosa cattoliche. Da questa fase si è passati al contesto contemporaneo in cui la psiché assume un ruolo centrale nella spiegazione dei processi corporei, ed in cui l’ossessione del benessere psicologico e “l’obbligo di proporre” si iscrivono nelle pratiche dei professionisti impegnati in questioni che hanno a che fare con vita e morte. Pratiche attraverso cui si reinventano legami e identità filiali che sono autonomi, liberi ma allo stesso tempo fluttuanti e fragili. Il rifiuto della cremazione poiché impossibilitata a favorire l’elaborazione della perdita è un esempio di questa ossessione intorno alla psiché, e della diffusione di una nuova teoria del ʻlutto impossibileʼ in assenza di corpo. Teoria che si impone all’attenzione dei professionisti di vita e morte posti di fronte all’insorgere di nuove difficoltà e domande, fra cui cosa fare dei resti carnali degli aborti ma anche come agire con coloro che chiedono il trattamento di fine vita.
                                                                                              
Adottando lo strumento della grande comparazione sociologica di contesti differenti nell’area euroamericana – condotta soprattutto attraverso una disamina dei principali testi psicoanalitici sull’argomento – Memmi ha offerto un’importante chiave analitica per indagare le inquietudini e le turbolenze che sorgono attorno a vita e morte nel presente. Lungi dal voler proporre un unilineare e universale processo evolutivo del pensiero sul corpo, la sociologa ha suggerito di guardare alle compresenze ed intersezioni fra passato e presente ma anche alle differenze contestuali. La ʻcarneʼ, il controllo ʻbio-psicologicoʼ, e le sue diverse fasi storiche si pongono dunque come un forte dispositivo teorico per tutti gli antropologi e sociologici interessati al lutto e alla nascita, e contemporaneamente come un importane spunto di riflessione per chiunque, dentro e fuori le discipline sociali, si interessi al corpo e ai suoi meccanismi di costruzione. L’intervento di Memmi ha riassunto in sé molti degli spunti, delle tematiche e delle proposte teoriche presentate nella giornata precedente, alimentando in modo proficuo un ulteriore momento di riflessione che ha chiuso la sessione di studi sulle materialità riproduttive.                                                                                                                                            

mercoledì 14 novembre 2018

Politiche del corpo e governance della riproduzione: “carne”, tecnologie e saperi

Il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS) e la Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell'Università di Milano Bicocca organizzano per il 29 e 30 novembre 2018 due giornate di riflessione sul tema delle della materialità corporea nel mondo contemporaneo.


L'intera giornata del 29 novembre sarà dedicata a un workshop dal titolo ‘Politiche del corpo e governance della riproduzione’ suddiviso in due sessioni, che si terranno entrambe in Aula Massa (Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Edificio U6).Qui di seguito il programma degli interventi:

Mattina h. 9:30-13:00 Simonetta Grilli (Università di Siena): “Fare i corpi, fare i parenti. Somiglianze di famiglia e relazionalità nella società contemporanea.”Rossana di Silvio (ATS Milano- Università di Milano-Bicocca): “Tra conformità e alterità corporea: essere genitori di un figlio “difettuale.”Chiara Quagliariello (EHESS, Paris) “Opporsi alla medicalizzazione, sentirsi pienamente madri: un’analisi materialista e intersezionale del parto naturale.”Claudia Mattalucci (Università di Milano-Bicocca): “All’origine dei corpi e dei legami parentali. Il destino della ‘carne’ nelle interruzioni volontarie di gravidanza e nelle perdite perinatali in Italia.” 

Pomeriggio h. 14:30-17:30Corinna Guerzoni (Western Fertility Institute, Los Angeles) “Corpi in relazione: la surrogacy gestazionale statunitense.”Alice Sophie Sarcinelli (Université de Liège - Università di Milano-Bicocca): “La ‘natura’ della filiazione tra le famiglie omogenitoriali italiane. Inconsistenze, contraddizioni e ingiunzioni paradossali.”Léa Lincostant (Université de Lyon): “Dalla pratica della medicina della riproduzione alla produzione dei legami di parentela nei percorsi di PMA in Italia: lavorare sui corpi e sulle relazioni.”Lucia Gentile (Università di Milano-Bicocca – INALCO, Paris): “Sterilizzazione femminile e isterectomia. I saperi del corpo riproduttivo delle donne di Bhuj (India) confrontati alle tecnologie. 

Il giorno seguente, 30 novembre, alle ore 10, sempre in Aula Massa, Dominique Memmi (CNRS/EHESS, Paris) terrà la conferenza pubblica dal titolo: "La rivincita della carne. Nuove forme e supporti dell’identità". Direttrice di ricerca in Scienze Sociali presso il CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, Parigi), Dominique Memmi ha una lunga carriera di pubblicazioni scientifiche. Tra le sue principali opere ricordiamo Les Gardiens du corps (Éditions de l’EHESS, 1996), Faire vivre et laisser mourir (La Découverte, 2003) e La Seconde Vie des bébés morts (Éditions de l’EHESS, 2011). Tra le opere da lei co-dirette : Le gouvernement des corps (Éditions de l’EHESS, 2004) e La tentation du corps (con Éditions de l’EHESS, 2009).

Sul tema della conferenza, si propone qui di seguito una breve presentazione dell'omonimo volume pubblicato dall'autrice nel 2014 (Parigi, Editions du Seuil):

" Dopo aver esortato i padri a tagliare il cordone ombelicale, si sono sollecitate le madri ad allattare nuovamente. Il contatto pelle a pelle con il neonato è sempre più valorizzato, ed alcuni invitano i genitori a contemplare anche la placenta. I parenti di un bambino nato morto sono incoraggiati a toccarlo, e ad accettare di prendere una “foto ricordo”. Il confronto con il corpo dei defunti è diventato una crescente necessità e la cremazione è accusata di negare la dolorosa esperienza del lutto. Parallelamente, la conoscenza dei genitori biologici viene considerata indispensabile per il benessere identitario delle persone adottate, o concepite tramite il dono di gameti. E negli organi trapiantati aleggia il « pericolo » della personalità del donatore, con il rischio che il rifiuto psichico del nuovo organo possa condurre ad un rigetto fisico. E’così che, intorno alla nascita e alla morte, da oltre venti anni, nella maggior parte dei paesi occidentali, si opera una focalizzazione sul corpo come nuovo supporto dell’identità. 

Quali preoccupazioni sottendono queste concezioni che i professionisti della psichiatria, delle cure mediche e delle pratiche funerarie sono spesso i primi e i più interessati a mettere in pratica? In che modo la carne si ritrova investita di significati psichici orientati a « stringere » legami considerati troppo laschi ed identità concepite come troppo fluttuanti ? Attraverso l’analisi di pratiche la cui convergenza è rimasta finora inesplorata, questo studio rivela i meccanismi di un cambiamento ideologico e culturale maggiore.

Ricca di informazioni e di interpretazioni, ed attenta alla comparazione internazionale, questa opera catturerà l’attenzione di sociologi, antropologi della modernità e storici del XX secolo. Scritta in modo semplice e lineare, sebbene non priva di suspense narrativa, quest’opera risulterà facilmente accessibile per tutti coloro che si interessano ai temi della nascita, della morte, della filiazione e della permanente ricostruzione delle nostre identità. 
Questo libro si rivolge, allo stesso tempo, ai professionisti della psichiatria, delle cure mediche e dei riti funerari, che vedranno le loro pratiche quotidiane finemente analizzate.
Per le sintesi proposte su diversi nodi tematici (allattamento, utilizzi della placenta, morte perinatale, dono di organi), questo libro può rappresentare infine un prezioso supporto per i docenti di storia, sociologia ed antropologia impegnati in attività di insegnamento all'interno di corsi di laurea in medicina, ostetricia ed infermieristica dove, in questi ultimi anni, si riscontra una sempre maggiore apertura alle scienze sociali".