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lunedì 25 marzo 2019

Comparazione e trasversalità nel sapere antropologico

Il seminario del professor Remotti tenutosi in data 13 e 20 Marzo, dal titolo "Comparazione e trasversalità nel sapere antropologico", è stata un'occasione di riflessione su temi che, sebbene già affrontati in passato, è sempre utile e fruttuoso ripercorrere insieme.

Uno dei punti più interessanti messi in luce dal professor Remotti, sia durante il seminario sia negli scritti precedentemente proposti ai dottorandi del DACS, riguarda la pericolosità insita in un atteggiamento antropologico troppo particolaristico. Se la critica mossa da Leach a Malinowski è di essere "troppo trobriandese", troppo “dentro” le dinamiche trobriandesi, è pur vero che non è semplice far dialogare nell'ottica della trasversalità e del connessionismo più ambiti di ricerca. Attraverso un uso fruttuoso delle somiglianze di famiglia proposte da Wittgenstein è però possibile connettere più contesti differenti su argomenti simili operando di fatto una trasversalità di ricerca: ciò permetterebbe di evitare di imbattersi in quella che fu definita da Leach come una "collezione di farfalle". Il rischio già allora all'orizzonte era quello di contribuire ad un sapere puramente monografico e particolaristico che non era in grado di dialogare con altre realtà, altre storie ed altre etnografie: come evidenziato anche da Evans-Pritchard vi era, e tutt'ora è presente, il pericolo di una frammentazione dell'antropologia.

Il secondo punto interessante della riflessione messo in luce durante il seminario riguarda tutto l’excursus storico dell’antropologia da parte del professor Remotti. Sebbene anche nei libri indicati in preparazione al seminario ci fosse questa attenzione, è stato molto apprezzato il ritorno alla spiegazione dei sistemi di parentela di Morgan in quanto nucleo originario da cui si fa derivare il pensiero antropologico: l’idea di possibilità insita nell'identificazione dei sistemi di parentela (per cui nessun sistema è unico, universale o necessario) è ciò che rende possibile pensare all’"altro”.  Il sistema di parentela non è stato usato come semplice espediente ma ha fatto sì che fosse possibile ripercorrere mentalmente tappe fondamentali del percorso antropologico: con Kroeber è stata posta in essere una critica ai criteri con cui si identificano i sistemi e con Lévi-Strauss si è fatta strada l’idea che nessun sistema possa essere studiato da solo e che lo strutturalismo sia “contro la solitudine dei sistemi”. Questa forte presa di posizione contro l’”inscatolamento” dei contesti socio-culturali e contro i famosi “collezionisti di farfalle” appare necessario anche attualmente: il rischio evidenziato durante il seminario, attraverso le parole di diversi antropologi, è quello di rimanere bloccati all'interno di una specifica dinamica culturale senza essere in grado di utilizzare quell'oscillazione propria della ricerca antropologica.

Concludendo, se è vero che il “giro più lungo è spesso la via più breve per tornare a casa” nelle parole di Kluckhohn, questo seminario ci ha permesso di fare un lungo giro storico per permetterci di tornare a casa, cioè al nucleo iniziale del pensiero critico antropologico ossia quello marcato dalla possibilità di pensare concretamente l’altro.

Per approfondire:

Remotti, F., Per un'antropologia inattuale, Elèuthera, 2014

mercoledì 12 dicembre 2018

Chinese Ethnology. The Contributions of the past and the prospects of the future. Incontro con il Professor Yang Shengmin


Lunedì 10 dicembre l’Università degli studi di Milano-Bicocca ha ospitato il seminario del Professor Yang Shengmin della Minzu University of China dal titolo “Chinese ethnology. The contributions of the past and the prospects of the future”.
Il Professor Yang Shengmin ha illustrato brevemente lo sviluppo della disciplina antropologica in Cina soffermandosi in particolar modo sulle continue disgregazioni e successive riaggregazioni dei dipartimenti di studi sociali e antropologici. Il popolo cinese e di conseguenza anche i suoi intellettuali vissero un lungo periodo di isolamento dagli anni 20 del Novecento. Durante il periodo comunista, indicativamente dal 1966 fino alla morte del leader Mao Tse-Tung nel 1976 vennero coniati nuovi codici di condotta e divennero vitali nuovi concetti chiave, come “nazione”, “società” ed “etnia”. In questo periodo storico gli insegnamenti antropologici ed etnologici vennero aboliti in quanto pregni di valori borghesi e quindi lontani dall’idea di utilità che ha guidato il comunismo cinese anche successivamente alla morte di Mao.

Eppure negli anni precedenti l’ascesa del potere di partito diversi erano stati i contatti fra antropologi cinesi e stranieri, soprattutto occidentali e russi, che resero possibile la traduzione di testi fondanti della disciplina anche per il pubblico cinese. Negli anni 20 del Novecento la disciplina visse un periodo di splendore, sebbene permeato da un alone di isolamento politico ed economico, che portò alla nascita di diverse istituzioni fondamentali per l’avanzamento scientifico come ad esempio la Chinese Society of Ethnology fondata nel 1928 a Nanchino. Diversi antropologi insegnarono in questi istituti e dipartimenti universitari come ad esempio Fei Xiaotong o Wu Wenzao: questi ed altri studiosi si erano formati nel continuo confronto con le scuole di pensiero occidentale e cercarono sempre di rimanere in contatto con la comunità accademica estera.
Sebbene questi studiosi avessero studiato la disciplina antropologica attraverso le teorie scientifiche occidentali, ciò non impedì loro di proporre propri framework teorici e applicarli soprattutto all’interno degli ethnic studies. Dal 1937 al 1949 gli antropologi cinesi vissero un periodo di fioritura teorica e vi fu l’ampliamento dei campi di applicazione del sapere: la guerra fra Cina e Giappone per il territorio della Manciuria e della Mongolia rese necessario uno studio approfondito dei gruppi etnici presenti nelle zone di confine. La Cina iniziò dunque ad attrarre anche studiosi stranieri interessati alle dinamiche interetniche e di potere all’interno della società cinese; si assistette ad una progressiva occidentalizzazione (sempre all’interno dell’area cinese) del focus antropologico.

Il Professor Yang Shengmin, interrogato sulle caratteristiche dell’antropologia cinese, ha indicato quali siano i pilastri fondamentali della disciplina: l’applicabilità (la visione cioè dell’antropologia come uno strumento, concetto sul quale si è più volte ritornati), l’interdisciplinarità, l’analisi contestuale storica, il focus sui communities studies ed infine il ruolo del marxismo. Dal 1949 al 1964 l’antropologia cinese ha attraversato due fasi probatorie importanti; in primo luogo si è assistito alla progressiva trasformazione del National Identification Survey che permetteva di raccogliere e catalogare una grande quantità di dati a proposito delle minoranze presenti sul territorio cinese. L’influenza dell’etnologia sovietica fu fondamentale per questa fase di sviluppo della disciplina, che diveniva dunque asservita alla costruzione nazionale sotto l’influsso della volontà del partito. L’identificazione etnica di tutte le minoranze presenti sul territorio divenne la base sulla quale costruire l’unità dello stato nazione e si continuarono a finanziare progetti di ricerca inerenti queste tematiche per 14 anni. Eppure negli anni 60 si assistette ad un progressivo allontanamento della Cina dall’Urss e di conseguenza terminarono diversi progetti di ricerca e cooperazione. Si entrò quindi nella seconda fase probatoria che affrontarono gli antropologi cinesi che si videro fortemente contestati in quanto “elementi di destra” e portatori di un’antropologia altamente borghese. In questo periodo l’etnologia di stampo sovietico venne fortemente criticata come revisionista e messa da parte per far spazio agli ethnic studies che dagli anni 60 in poi rimpiazzarono totalmente l’etnologia.
Se dal 1966 al 1976, sotto il regime di Mao Tse-Tung, l’antropologia cinese venne tacciata di essere una disciplina borghese e di conseguenza marginalizzata, nel 1978 con Deng Xiaoping la disciplina visse una nuova era. Nei trent’anni successivi si assistette a grandi cambiamenti: la disciplina tornò ad essere insegnata nelle università, si concluse il periodo isolazionista e si ebbe il superamento della divisione delle varie scuole teoriche. Negli anni 90 la Cina dovette affrontare grandi problemi a partire da un aumento sproporzionato della popolazione rispetto alle risorse disponibili, la tensione crescente fra città e campagna, la globalizzazione, lo sviluppo economico, i nuovi impianti industriali ed i problemi ambientali. Queste problematiche, dovute anche alla rapida e prepotente entrata della Cina sul mercato internazionale, ha acceso focolari etnici e lotte di classe che parevano sopite, riaccendendo di conseguenza anche l’interesse di diversi antropologi per la Cina e la sua immensa ricchezza.
Fra gli interventi dei partecipanti due argomenti hanno colpito la mia attenzione. Mi riferisco in particolar modo alla questione della colonizzazione interna e del ruolo fra antropologi cinesi e campo di ricerca africano. Il fantasma del colonialismo si è manifestato anche in questo seminario ma non è stato possibile decostruire parte della risposta che il Professor Yang Shengmin ci ha fornito. La prima domanda riguardava la questione della han-izzazione del territorio cinese e se questa presenza maggioritaria dell’etnia Han non corrisponda ad una qualche forma di colonizzazione delle altre 55 etnie cinesi e se non vi sia uno sbilanciamento di potere e rappresentazione etnica. Mentre la seconda domanda riguardava il ruolo dell’antropologia cinese contemporanea rivolta ad altri paesi, in particolare al contesto africano. La nostra disciplina si porta tuttora con sé lo spettro del giustificazionismo del periodo coloniale e appare dunque importante pensare criticamente al ruolo che gli antropologi giocano sul campo nell’attualità. L’Africa è un continente nel quale gli interessi sono sempre più manifesti soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi sarebbe interessante analizzare i ruoli politici, economici e sociali giocati (anche) dagli antropologi impegnati nello studio delle società africane.
A conclusione del suo intervento, il Professor Yang Shengmin ha voluto sottolineare nuovamente l’importanza della disciplina antropologica per la sua rilevanza sociale e per l’allenamento del pensiero critico, invitando i partecipanti a focalizzare l’attenzione e l’analisi antropologica sulle potenzialità applicativa della ricerca.

mercoledì 31 ottobre 2018

Il lavoro dell'antropologo

Anche quest'anno, in qualità di tutor dei dottorandi DACS, mi incarico molto volentieri di inaugurare la nuova stagione del nostro blog... nei prossimi mesi questa "aula e vetrina" del dottorato, come l'abbiamo definita ormai tre anni fa, racconterà le nostre attività attraverso il contributo soprattutto delle dottorande e dei dottorandi del nuovo ciclo, il XXXIV. 

Proprio ieri abbiamo ufficialmente dato il benvenuto ad Alessandra Turchetti, Giulia Zaninelli, Edoardo Occa, Roberto Rizzo, Grabriele Masi e Francesco Diodati, i cui profili verranno presto aggiunti anche su DACSdiaries.

In attesa dell'imminente inizio della didattica del dottorato, voglio qui ricordare l'importante convegno che, in modo simbolico, ha inaugurato il nuovo anno di attività con questi giovani ricercatori e con tutti gli altri dottorandi degli anni precedenti, al momento impegnati nella loro ricerca di campo o nella scrittura della tesi. Dal 24 al 26 ottobre si sono infatti tenute tre belle giornate di riflessione sulle ricerche e sulla figura di Ugo Fabietti che, partendo dall'analisi di alcuni dei suoi più significativi temi d'interesse e aree di studio, hanno ben mostrato quanto per tutti noi "aspiranti antropologi" (per riprendere l'azzeccata formulazione di Francesco Remotti) possa essere fecondo il dialogo con la sua "antropologia di frontiera". 

Proprio questa concezione della nostra disciplina ritengo possa essere offerta al nuovo ciclo dottorale come augurio di buon lavoro per gli anni a venire... scriveva Ugo Fabietti: “Se dunque l’antropologia è una frontiera, è perché essa esprime il 'limite' della cultura che l’ha vista nascere, perché si è sviluppata in 'zone di contatto' e forse anche perché essa si pone come sapere mobile...”
E proprio questo aspira ad essere il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale: una zona di contatto che, consapevole dei suoi limiti, accompagna i giovani ricercatori in un tratto del proprio cammino fornendo strumenti per maneggiare un sapere mobile e attraversare frontiere.

E' impossibile ora riassumere i tanti, interessanti interventi che si sono succeduti nelle tre giornate del convegno "Ugo Fabietti. Il lavoro dell'antropologo". Vorrei quindi affidarmi a un passaggio tratto dal testo che Francesco Remotti scrisse in memoria dell'amico e collega nel giugno 2017:

Tra questi moltissimi ricordi, uno in questi giorni è ritornato con particolare insistenza: è il ricordo del nostro primo incontro (...). Di quell’incontro conservo nella memoria lo sguardo e il sorriso aperto, cordiale, giovanile e il suo presentarsi come giovane antropologo, fresco di esperienze formative e di ricerca in campo antropologico. Ugo era più giovane di me (aveva 7 anni di meno) e, da allora, ho sempre vissuto Ugo come “giovane”, di solito in effetti come “il più giovane” nei vari contesti in cui interagivamo. Ma non era solo una questione anagrafica: ai miei occhi Ugo ha sempre conservato la caratteristica della giovinezza, che significava preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.

Quale strada più appropriata si potrebbe mai indicare a chi oggi si affaccia al suo primo anno di dottorato, a chi sta per partire per il campo o discutere la propria tesi? Preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.



venerdì 3 agosto 2018

Amitav Gosh: i rifugiati climatici, la letteratura senza immaginazione, Savonarola e altre storie



Il 30 maggio i docenti e i dottorandi del  DACS  hanno avuto la possibilità di incontrare lo scrittore e antropologo Amitav Gosh[1] prima della conferenza The Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change tenutasi nel pomeriggio, per un seminario a partire dal suo ultimo saggio The Great Derengement tradotto in italiano come La grade cecità Il cambiamento climatico e l’impensabile, edito da Neri Pozza.
Nel testo l’autore indaga il cambiamento climatico a partire dalla sua assenza nella narrativa contemporanea, tranne rare eccezioni, sintomo probabilmente legato a una crisi della cultura che Gosh pertanto identifica come «fallimento dell’immaginazione» (op.cit p.16). Questa non sarebbe in grado di relazionarsi con il cambiamento climatico visto come una “unseen force” così come con molti altri esempi di presenze non umane.
A partire da La Grande Cecità, spaziando nel vissuto e nelle opere precedenti dell’autore e della tradizione antropologica alla quale appartiene, letterati e antropologi hanno interrogato il testo con l’ausilio dell’autore stesso.



Nel rapporto tra lo stile di scrittura e la tipologia testuale non c’è costrizione per Gosh:  “non decido che genere sto facendo […] Non vengono fuori da diverse parti della mia testa”. La sua motivazione  piuttosto che all’attivismo è  legata ad una volontà di introspezione, spiega l’autore, al desiderio di esaminare la sua prospettiva come scrittore e come pratica resistente rispetto al cambiamento climatico.
La prima parte del testo infatti, che titola Storie nella versione italiana, racchiude la problematica
di una relazione con l’ambiente presente, ma inespressa dal contesto culturale occidentale.
La riflessione durante il workshop si apre dunque a partire dalle suggestioni del libro rispetto ai limiti umani e al divino come agente con l’esempio, tra gli altri, della comunità egiziana del villaggio dell'Alto Delta, poi descritto ne Lo Schiavo del manoscritto[2], in cui Gosh ha fatto ricerca per la sua tesi di dottorato. L’intero operato della comunità, spiega Gosh, ruota attorno all’invidia, l’occhio del diavolo, che può investire chi possiede al di là dei limiti del merito e dove il senso della misura, dell’abbastanza per non attirarla, sono valori condivisi socialmente. Noi invece di consapevolezza dei limiti non ne abbiamo più.
Da questo approccio con la presenza non umana, protagonista in ogni libro di Gosh e ne La grande cecità, con il racconto in prima persona di quando da ragazzo durante un tornado guardò negli occhi la tigre: l’inspiegabile (op.cit.p37), scaturisce la difficoltà dello scrittore di trovare un linguaggio in cui rendere queste esperienze e l’interesse per presenze, esseri, agenti non umani.
Nella terza e ultima parte del testo, Politica nella traduzione italiana, Gosh analizza due esempi di narrazione che si cimentano con il cambiamento climatico cercando di riassumerne le forze ingovernabili che lo animano. Egli si concentra sulla retorica di Laudato si’ – l’enciclica di papa Bergoglio incentrata sul rispetto dell’ambiente, con il suo linguaggio di apertura e interazione con la povertà attraverso la valorizzazione delle esperienze degli umili, in contrasto con l’accordo di Parigi, in seguito alla conferenza sul clima del dicembre 2015, che cerca di incasellare la tematica in un mondo di expertise nonostante le rivolte “against exspertise all over the world”. Gosh afferma infatti nel testo che il cambiamento climatico «ha rovesciato l’ordine temporale della modernità (op.cit.p:72) mettendo in crisi il più importante concetto politico dell’era moderna, l’idea di libertà [ …] caratterizzata dal distacco della natura (ivi:149)».
Rispetto alle motivazioni sulla scelta di questi due testi, Gosh risponde che, pur non scrivendo né da religioso né da laico e pur scegliendo uno stile saggistico completamento diverso da quello contenuto nell’enciclica, sente le tematiche in essa contenute (il mistero dell’universo, la necessità di condivisione dei beni che la natura mette a disposizione) più definitive rispetto alle rilevazioni scientifiche di cui l’accordo di Parigi si arma scegliendo uno stile aulico e una chiusura verso il lettore non specializzato.
Nel corso della mattinata Gosh spiegherà come sia necessario riappropriarsi invece di questo spazio di interlocuzione con altri tipi di presenze e come la religione sia l’unica risorsa in grado di promuovere l’apertura di questo spazio e di muovere le masse rispetto alla sensibilizzazione sul cambiamento climatico.
Alla domanda sul perché elevi la religione come l’unica speranza per un’assunzione di responsabilità rispetto al cambiamento climatico, Gosh risponde “we don’t have time, we need to be practical, we need the most influence movement”. Dunque è la religione cattolica nella carismatica e impegnata figura di papa Francesco, il quale può raggiungere milioni di persone e sembra ampiamente recettivo verso le problematiche ambientali, a soppiantare l’impegno dei movimenti ambientalisti che sembrano invece aver fallito nel corso del tempo. Nonostante sia anch’egli un sostenitore dei grassroots movements, Gosh è sicuro che non salveranno il mondo avvertendo un’urgenza che a volte lo fa sentire come “Savoranola mentre inveisce contro il mondo, senza che nessuno gli creda”.


Innumerevoli altri aspetti del testo emergono dalla discussione e dalle domande, per esempio rispetto alle forme assunte dal potere concentrato attorno a chi controlla le fonti energetiche sia quelle legate ai combustibili fossili che quelle alternative rinnovabili. La storicità di queste scelte energetiche per il pianeta è trattata nella seconda parte nel testo presentato: Storie.
Per le fonti energetiche rinnovabili, diversamente che per carbone e petrolio, non conosciamo gli esiti della rivoluzione energetica che recano in seno, conosciamo invece l’impatto dei disastri ambientali sull’ordine sociale e su questo da antropologi possiamo concentrarci.
Altre suggestioni riguardano la responsabilità del modo di produzione capitalista nell’era dell’antropocene, che invece Gosh attribuisce maggiormente all’industrializzazione in sé dunque non solo nei paesi neoliberisti, ma anche – citando la Cina - nei paesi guidati da un assetto socialista o comunista che ruotano intorno a una produzione intensiva industriale.
E ancora intorno al rapporto tra letteratura e natura, macro categoria all’interno della quale Gosh prova a leggere il cambiamento climatico, le indicazioni di interpretazione che la discussione porta sono molteplici: lo sciamanesimo che caratterizzava il “nuovo mondo” senza letteratura ad esempio ci riporta alla convinzione che l’atto di leggere possa in qualche modo dispensare dal vedere le presenze intorno a noi. Inoltre gli studi dell’antropologo Rasmussen[3] sull’intersoggettività “between man and the glacial” tra gli Inuit, che conoscono qualcosa in più rispetto all’ambiente in cui vivono, che conoscono il ghiaccio e possono fare predizioni accurate su esso, ci legano agli studi antropologici precedenti sulla natura e le modalità con cui l’uomo si è relazionato con essa e con le sue forze nel tempo e in differenti aree e culture. Da qui riflessioni sul rituale “non come controllo ma per attivare” questa relazione con la natura e un’ invettiva contro la retorica della “ricerca di soluzioni” perché chi ha le risposte le userà contro le persone comuni, ci fanno concludere che non ci sono verità universali nemmeno per la scienza stessa, lì dove la letteratura sembra aver esaurito gli espedienti per raccontare la realtà naturale che ci circonda.
Concludiamo con disincanto che forse avremmo bisogno di una nuova forma, come Fenoglio ebbe bisogno della storiografia greca per spiegare la difesa di Alba. Una forma che renda la dimensione collettiva del cambiamento climatico e i fenomeni che esso si collegano, la migrazione su tutte, ma quale?



[1] https://www.amitavghosh.com/
[2] Lo schiavo del manoscritto (In an Antique Land, 1992) Einaudi, 1993 - Neri Pozza, 2009
[3] Rasmussen, Knud (1921). Greenland by the Polar Sea: The Story of the Thule Expedition from Melville Bay to Cape Morris Jesup. Transl. by Asta and Rowland Kenny. Published by W. Heinemann.

venerdì 9 marzo 2018

Rapporto tra antropologia e mondo del lavoro


L’incontro su antropologia e mondo del lavoro, tenutosi il 21 febbraio, si è concentrato su due focus principali: l’antropologo come profilo professionale nel «mondo esterno» all’Accademia e le possibilità lavorative contemporanee per i laureati e gli addottorati in antropologia. Il primo è stato approfondito con l’aiuto di Ivan Severi presidente di Anpia, l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia mentre il secondo, in cui la disciplina è indagata come propedeutica ad alcune carriere professionali, è stata analizzato con l’aiuto di Valentina Mutti e Massimiliano Reggi, dottori di ricerca al DACS e oggi professionisti nel campo della cooperazione e nel settore educativo.


Anpia nasce a Bologna nel 2016 «con l’intento di dare voce, rappresentanza e supporto a tutte le antropologhe e gli antropologi che lavorano stabilmente all’esterno dell’accademia» costituendosi sullo spunto della riforma “Franceschini” del 2013 che ha consentito il sorgere di associazioni di rappresentanza per quelle professioni non regolarizzate da ordini. In Anpia confluiscono personalità diverse e associazioni del passato con scopi aggregativi e di divulgazione che scelgono oggi di portare avanti uno sforzo comune per il riconoscimento, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, del profilo professionale dell’antropologo con la relativa sistematizzazione all’interno del settore che ciò implicherebbe (riconoscimento delle specializzazioni, regolamentazione della retribuzione e dei rapporti con la committenza). Al di là dell'evidente spinta verso la «costruzione di ponti verso l’esterno», Severi delinea un’associazione caratterizzata da uno scambio continuo sia reale, attraverso gli sportelli in tre città d’Italia e gli incontri periodici del consiglio direttivo, sia on line, attraverso il sito che per i soci prevede forum di discussione, e infine per mezzo di un meccanismo semplice e inclusivo di adesione.

Valentina Mutti ha esperienza di ricerca sulle migrazioni, di progettazione e di valutazione del monitoraggio di progetti con committenze diverse da operatore esterno. Il suo intervento si è soffermato soprattutto su cosa significhi avere una committenza nella libera professione specialmente in funzione della specificità dei tempi di lavoro, del metodo (se il protocollo di ricerca è preesistente o si ha capacità negoziale) e su cosa significhi lavorare in équipe. A questo si aggiunge la necessità di padroneggiare le strategie, le logiche e il linguaggio delle istituzioni con cui si lavora e la molteplicità di canali di accesso. Per queste professioni, progettazione e valutazione in campo cooperativo, non esiste una sistematizzazione in grado di indicare tariffe e tempistiche a chi si propone da libero professionista poiché risultano assoggettate alla struttura progetto/bando spesso preesistente. Mutti suggerisce una spinta propositiva mossa da «un’umiltà di fondo» nell’accettare incarichi che potrebbero differire dall’antropologia propriamente detta, ma per i quali la disciplina è vista come «valore aggiunto» da chi li conferisce. Si riscontra dalle sue parole un’esperienza pregressa per la quale il dottorato in antropologia tenda a non vedere in queste aree sbocchi carrieristici (che restano comunque governati dallo zelo individuale secondo le testimonianze) considerandoli non un proseguimento naturale degli studi dunque, ma una sorta di ripiego in settori in cui la laurea pare più spendibile (sempre con l’aggiunta degli obbligatori approfondimenti teorici di varia natura in cooperazione o progettazione).


Massimiliano Reggi, che viene da una formazione plurale su informatica, psicologia e etnopsichiatria, è attivo nel settore della cooperazione attraverso una Ong a cui è giunto tramite i canali classici del mondo del lavoro e che ha creduto nel suo potenziale. Il suo intervento ha insistito sulla necessità di preparare al meglio le autocandidature o candidature in risposta. La buona dose di fortuna che non manca in nessun inserimento lavorativo, deve infatti essere supportata da un impegno nella presentazione di sé stessi («tirare fuori quello che non si può leggere in un cv») in modo che nel marasma dei candidati si possa spiccare per personalità o percorso di studi valorizzando le competenze acquisite durante il dottorato di antropologia, anche qualora il requisito sia solo una «sensibilità antropologica» e non di più. È interessante lo sprone a «intercettare spazi vuoti, il bisogno di ricerca in settori in cui non è stata sviluppata», ma non se ne chiariscano le modalità perché interamente a carico dell'iniziativa individuale.

La discussione aperta al termine degli interventi si è dipanata infatti soprattutto intorno alla dicotomia strutturale tra la necessità di proporsi autonomamente prevista dalla libera professione contro la praticamente inesistente sistematizzazione non solo della professione dell’antropologo, ma anche di quelle satellite. Di fronte a questa sorta di doppia solitudine e preso atto della lezione di umiltà necessaria, scopriamo tristemente che il percorso da fare è l’opposto rispetto a quello delle generazioni di antropologi che ci hanno preceduto: è molto più probabile, a detta di tutti i presenti, che il dottorato ci porti lontano dall’antropologia verso le Ong, i ministeri, le associazioni di categoria piuttosto che ci avvicini ad essa. La generazione di trentenni dell’uditorio che si è da poco abituata ad usare Europass per esempio, è un po’ basita all’idea di dover adesso tirare fuori quello che non si legge dal cv costruito con grande fatica o addirittura di imparare a compilarne un altro diverso come propone Anpia e inoltre, dopo aver speso tre anni a specializzarsi in un’area geografica e in una branca della disciplina come l’Accademia insegna, è chiamata a ragionare se sia il caso che quest’area specifica debba essere riconosciuta professionalmente o no.
Ci lasciamo inoltre con un forte gap rispetto all’organizzazione dell’antropologia professionale all’estero su cui potremmo decidere di soffermarci in seno al dottorato. 

Nella miriade di suggestioni offerte da un incontro su antropologia e lavoro, in un paese in cui non si può nemmeno insegnare antropologia in quei licei dove la disciplina è presente perché chi la insegna non è tenuto ad essere un antropologo, personalmente non ho fatto altro che pensare tutto il tempo ai taccuini di De Martino sulla ricerca in Lucania con le dettagliate note spesa per la Camera del Lavoro, tra i committenti della ricerca, e la lista di contributi istituzionali e privati con cifra a fronte. La sensazione è che si possa comunque cominciare da qualcosa che in fondo in Italia già si faceva e si è fatto con enorme successo e rimesse sia per l’Accademia che per il mondo esterno, dovunque esso sia.

De Martino E. (1995). Note di campo. Spedizione in Lucania, 30 Sett.-31 Ott. 1952. Gallini C. (a cura di). Lecce: Argo.

sabato 4 novembre 2017

Buon viaggio!

Alcuni giorni fa mi trovano in Albania, a Tirana, per partecipare a un convegno su migrazione, diaspora e sviluppo nei Balcani occidentali. Come sempre avviene in queste occasioni, oltre a presentare e ascoltare papers, si conoscono nuovi colleghi e si stringono amicizie. Chiacchierando a pranzo con Miloš Đurović, giovane antropologo montenegrino del Dipartimento di Etnologia e Antropologia dell'Università di Belgrado, la conversazione ha finito per toccare la questione dello "stato di salute" della nostra disciplina in Italia. "Non conosco molti colleghi italiani, lo devo ammettere", mi dice Miloš, "ma mi ricorderò sempre che il primo libro di antropologia che ho letto da studente è stato la traduzione in serbo di un bel volume introduttivo scritto proprio da tre antropologi italiani... non ricordo i loro nomi, ma il libro si intitolava 'Dal tribale al globale' o qualcosa del genere... non so se lo conosci".
Sì, lo conosco, eccome. A parte il malcelato orgoglio per la fortunata circolazione in Italia e all'estero dei volumi di antropologia made in Bicocca, questo episodio me ne ha fatto tornare alla mente un'altro, di qualche anno fa. Torno con la mente al 2005, sono anch'io uno studente, immatricolato alla Facoltà di Lingue Straniere dell'Università di Torino. Esame a scelta: Antropologia culturale, per i necessari cfu in Discipline demoetnoantropologiche. Primo volume da studiare per l'esame: "Storia dell'antropologia", di Ugo Fabietti. Il mio primo libro di antropologia, colpo di fulmine.

Sfoglio oggi quel libro. Pagine ingiallite e super sottolineate, con segnalibri vari e appunti a lato di ogni paragrafo. Graffe, punti esclamativi e interrogativi a segnare i passaggi più importanti e quelli incompresi. La copertina è stata mezza strappata, chissà quando, e poi aggiustata con il nastro adesivo, ormai rinsecchito. Rimetto il libro in biblioteca, con un sorriso.

Sei mesi fa Ugo Fabietti ci ha lasciato. 
Dopo la pausa estiva ricominciano le attività del DACS, con un nuovo ciclo di dottorandi del primo anno, mentre altri partono per il lavoro di campo e altri ancora sono impegnati nella scrittura della tesi. Per tutti loro, per tutti noi, rileggere le parole dell'introduzione a quella "Storia dell'antropologia" è forse il modo migliore per augurare: "Buon viaggio!".

"L'antropologia, che è un sapere relativamente giovane, merita l'attenzione dei giovani (e anche dei meno giovani) in quanto è la forma più sofisticata di riflessione che la nostra civiltà abbia saputo elaborare intorno al tema dell'alterità culturale, divenuto centrale per tutti quanti sono destinati a vivere in una dimensione sempre più planetaria".

venerdì 14 luglio 2017

Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni: all'anno prossimo!

Si è concluso questo giovedì 13 luglio 2017 il Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni indetto dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università di Milano-Bicocca e tenutosi presso lo stesso Ateneo. Il percorso didattico, che si è articolato lungo 76 ore di lezione, ha inteso offrire alle corsiste – la declinazione al femminile è d’obbligo, considerata la composizione del gruppo – uno sguardo panoramico, e allo stesso tempo approfondito, sul variegato e complesso fenomeno delle migrazioni contemporanee analizzate attraverso la particolare lente disciplinare dell’antropologia, un sapere che a partire dalle sue specifiche competenze “di campo” si propone di fornire preziosi strumenti teorici che permettano una migliore comprensione della realtà concreta dei processi storici, culturali, sociali, economici e politici che attraversano la nostra quotidianità. In questo senso, il fenomeno migratorio rappresenta oggi una delle chiavi di lettura più significative, tanto a livello nazionale quanto europeo, per via della rilevanza che tale questione ha assunto nel discorso pubblico e mediatico.


Attraverso il contributo di svariati relatori di pregio - non solo antropologi e docenti universitari, ma anche rappresentanti delle istituzioni, artisti, fotografi e documentaristi –, il corso ha preso le mosse dalla definizione dei contesti di origine delle migrazioni, focalizzando l’attenzione su alcuni casi studio che si prestassero all’analisi delle cosiddette “culture della mobilità”, problematizzando dunque allo stesso tempo concetti (e pregiudizi) come quello della “metafisica della sedentarietà”. Come ebbe a dire il celebre sociologo algerino Abdelmalek Sayad, infatti, occorre sempre tenere a mente che, anzitutto, ogni immigrato è anche, o soprattutto, un emigrato. Di qui la rilevanza per l’analisi antropologica dei contesti di origine, al fine di ricercare le pratiche e i saperi locali entro cui le migrazioni prendono corpo.
Parte del corso è stata poi dedicata al vero e proprio percorso migratorio, identificandone i principali canali di transito e soffermandosi dunque sulle possibilità e sulle modalità di attraversamento delle frontiere, per poi concentrare l’attenzione sui contesti di approdo e i processi di accoglienza e integrazione, ponendo l’accento - al di là dei dati numerici -, sulla dimensione esperienziale del migrante, inteso come soggettività attorno alla quale si configurano politiche, pratiche e saperi spesso conflittuali.
"The Migrants Arrived in Great Numbers", Jacob Lawrence (1940-41)

Un’ultima parte del corso, infine, ha spostato lo sguardo dalle migrazioni forzate, dei richiedenti asilo e rifugiati, al più ampio discorso della mobilità internazionale, ponendo particolare attenzione al mondo post-sovietico dell’Est Europa, per ricondurre il fenomeno migratorio non solo a dinamiche storiche di ampio respiro, ma anche per affrontare il tema del lavoro di cura che connota in modo preponderante le storie di migrazione di decine di migliaia di donne provenienti da Albania, Romania, Moldavia e Ucraina, così come anche da altri paesi al di là dell’Adriatico.

Per concludere, il corso ha rappresentato un’occasione preziosa per riflettere criticamente su un tema purtroppo troppo spesso affrontato con superficialità, piegato a strumentalizzazioni ideologiche di ogni sorta e giocato sulle vite delle persone. La costruzione consapevole di un sapere informato sulla mobilità umana rappresenta oggi una sfida aperta al futuro e per proseguire il tortuoso cammino lungo la strada di una migliore comprensione del fenomeno non resta che attendere fiduciosi la prossima edizione del corso!