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venerdì 9 marzo 2018

Rapporto tra antropologia e mondo del lavoro


L’incontro su antropologia e mondo del lavoro, tenutosi il 21 febbraio, si è concentrato su due focus principali: l’antropologo come profilo professionale nel «mondo esterno» all’Accademia e le possibilità lavorative contemporanee per i laureati e gli addottorati in antropologia. Il primo è stato approfondito con l’aiuto di Ivan Severi presidente di Anpia, l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia mentre il secondo, in cui la disciplina è indagata come propedeutica ad alcune carriere professionali, è stata analizzato con l’aiuto di Valentina Mutti e Massimiliano Reggi, dottori di ricerca al DACS e oggi professionisti nel campo della cooperazione e nel settore educativo.


Anpia nasce a Bologna nel 2016 «con l’intento di dare voce, rappresentanza e supporto a tutte le antropologhe e gli antropologi che lavorano stabilmente all’esterno dell’accademia» costituendosi sullo spunto della riforma “Franceschini” del 2013 che ha consentito il sorgere di associazioni di rappresentanza per quelle professioni non regolarizzate da ordini. In Anpia confluiscono personalità diverse e associazioni del passato con scopi aggregativi e di divulgazione che scelgono oggi di portare avanti uno sforzo comune per il riconoscimento, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, del profilo professionale dell’antropologo con la relativa sistematizzazione all’interno del settore che ciò implicherebbe (riconoscimento delle specializzazioni, regolamentazione della retribuzione e dei rapporti con la committenza). Al di là dell'evidente spinta verso la «costruzione di ponti verso l’esterno», Severi delinea un’associazione caratterizzata da uno scambio continuo sia reale, attraverso gli sportelli in tre città d’Italia e gli incontri periodici del consiglio direttivo, sia on line, attraverso il sito che per i soci prevede forum di discussione, e infine per mezzo di un meccanismo semplice e inclusivo di adesione.

Valentina Mutti ha esperienza di ricerca sulle migrazioni, di progettazione e di valutazione del monitoraggio di progetti con committenze diverse da operatore esterno. Il suo intervento si è soffermato soprattutto su cosa significhi avere una committenza nella libera professione specialmente in funzione della specificità dei tempi di lavoro, del metodo (se il protocollo di ricerca è preesistente o si ha capacità negoziale) e su cosa significhi lavorare in équipe. A questo si aggiunge la necessità di padroneggiare le strategie, le logiche e il linguaggio delle istituzioni con cui si lavora e la molteplicità di canali di accesso. Per queste professioni, progettazione e valutazione in campo cooperativo, non esiste una sistematizzazione in grado di indicare tariffe e tempistiche a chi si propone da libero professionista poiché risultano assoggettate alla struttura progetto/bando spesso preesistente. Mutti suggerisce una spinta propositiva mossa da «un’umiltà di fondo» nell’accettare incarichi che potrebbero differire dall’antropologia propriamente detta, ma per i quali la disciplina è vista come «valore aggiunto» da chi li conferisce. Si riscontra dalle sue parole un’esperienza pregressa per la quale il dottorato in antropologia tenda a non vedere in queste aree sbocchi carrieristici (che restano comunque governati dallo zelo individuale secondo le testimonianze) considerandoli non un proseguimento naturale degli studi dunque, ma una sorta di ripiego in settori in cui la laurea pare più spendibile (sempre con l’aggiunta degli obbligatori approfondimenti teorici di varia natura in cooperazione o progettazione).


Massimiliano Reggi, che viene da una formazione plurale su informatica, psicologia e etnopsichiatria, è attivo nel settore della cooperazione attraverso una Ong a cui è giunto tramite i canali classici del mondo del lavoro e che ha creduto nel suo potenziale. Il suo intervento ha insistito sulla necessità di preparare al meglio le autocandidature o candidature in risposta. La buona dose di fortuna che non manca in nessun inserimento lavorativo, deve infatti essere supportata da un impegno nella presentazione di sé stessi («tirare fuori quello che non si può leggere in un cv») in modo che nel marasma dei candidati si possa spiccare per personalità o percorso di studi valorizzando le competenze acquisite durante il dottorato di antropologia, anche qualora il requisito sia solo una «sensibilità antropologica» e non di più. È interessante lo sprone a «intercettare spazi vuoti, il bisogno di ricerca in settori in cui non è stata sviluppata», ma non se ne chiariscano le modalità perché interamente a carico dell'iniziativa individuale.

La discussione aperta al termine degli interventi si è dipanata infatti soprattutto intorno alla dicotomia strutturale tra la necessità di proporsi autonomamente prevista dalla libera professione contro la praticamente inesistente sistematizzazione non solo della professione dell’antropologo, ma anche di quelle satellite. Di fronte a questa sorta di doppia solitudine e preso atto della lezione di umiltà necessaria, scopriamo tristemente che il percorso da fare è l’opposto rispetto a quello delle generazioni di antropologi che ci hanno preceduto: è molto più probabile, a detta di tutti i presenti, che il dottorato ci porti lontano dall’antropologia verso le Ong, i ministeri, le associazioni di categoria piuttosto che ci avvicini ad essa. La generazione di trentenni dell’uditorio che si è da poco abituata ad usare Europass per esempio, è un po’ basita all’idea di dover adesso tirare fuori quello che non si legge dal cv costruito con grande fatica o addirittura di imparare a compilarne un altro diverso come propone Anpia e inoltre, dopo aver speso tre anni a specializzarsi in un’area geografica e in una branca della disciplina come l’Accademia insegna, è chiamata a ragionare se sia il caso che quest’area specifica debba essere riconosciuta professionalmente o no.
Ci lasciamo inoltre con un forte gap rispetto all’organizzazione dell’antropologia professionale all’estero su cui potremmo decidere di soffermarci in seno al dottorato. 

Nella miriade di suggestioni offerte da un incontro su antropologia e lavoro, in un paese in cui non si può nemmeno insegnare antropologia in quei licei dove la disciplina è presente perché chi la insegna non è tenuto ad essere un antropologo, personalmente non ho fatto altro che pensare tutto il tempo ai taccuini di De Martino sulla ricerca in Lucania con le dettagliate note spesa per la Camera del Lavoro, tra i committenti della ricerca, e la lista di contributi istituzionali e privati con cifra a fronte. La sensazione è che si possa comunque cominciare da qualcosa che in fondo in Italia già si faceva e si è fatto con enorme successo e rimesse sia per l’Accademia che per il mondo esterno, dovunque esso sia.

De Martino E. (1995). Note di campo. Spedizione in Lucania, 30 Sett.-31 Ott. 1952. Gallini C. (a cura di). Lecce: Argo.

mercoledì 21 dicembre 2016

Corpo a corpo in accademia

La settimana scorsa, il 13 e 14 dicembre, per la prima volta ho fatto parte del Comitato di Organizzazione di un convegno. Si trattava della tredicesima edizione delle Jorrescam, le JOurnées de Réflexions et de REcherche sur les Sports de Combat et les Arts Martiaux, organizzate quest'anno dai centri di ricerca L-Vis e LIBM dell'Université Claude Bernard Lyon 1 (programma qui).

L'aspetto più interessante dell'evento è stata la sua apertura verso l'interdisciplinarità. Le STAPS (Sciences et Techniques des Activités Physiques et Sportives), in Francia, non sono vittime del pregiudizio che in altre tradizioni scientifiche le relega a un ruolo di secondo piano nel dibattito accademico, e non sono neanche monopolio esclusivo delle discipline mediche, come accade in Italia. Di conseguenza, il dibattito attorno alle pratiche motorie è intenso e coinvolge non solo i contributi strettamente connessi con la performance sportiva o con la sanità (fisiologia, anatomia, scienze mediche e dell'alimentazione, ecc.), ma anche quelli legati al ruolo e all'influenza dello sport e dell'attività fisica nelle società e nelle culture (scienze umane e sociali).

Al convegno sono intervenuti fisiologi, psicologi, sociologi, educatori e antropologi, ma anche atleti, istruttori, preparatori atletici. Le testimonianze dei diretti interessati, vale a dire di chi lo sport lo fa - quelli che sono, per noi, gli "attori sociali" - sono andate al cuore del dibattito, e hanno permesso di ancorare l'aerostato della speculazione teorica al terreno solido delle arene di gioco. Myriam Chomaz, ex campionessa europea e mondiale di boxe, nella tavola rotonda dedicata alla "féminisation" delle discipline di combattimento, ha messo in luce per esempio quanto il mondo del pugilato, ancora oggi, subisca le dinamiche di quella "domination masculine" che ha contribuito a definirlo come un'espressione autentica delle qualità socialmente considerate "virili". L'atleta ha raccontato infatti di aver rischiato di perdere un incontro importante perché il medico, dopo un infortunio lieve all'arcata sopracciliare che non comportava rischi seri ma che sanguinava molto, stava per impedirle di proseguire il match (che poi ha vinto) perché in lei rivedeva sua moglie e sua figlia, e si sentiva in dovere di proteggerla, come lui stesso le ha rivelato poco dopo. O ancora, alcuni giovani atleti della Fédération Françase de Lutte, con il loro allenatore, sono intervenuti a raccontare il loro progetto di viaggio, volto a scoprire alcune delle pratiche di lotta esistenti nel mondo e a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla centralità di queste discipline nelle rispettive culture, in seguito alla controversa decisione del CIO di escludere la lotta greco-romana e libera dalle Olimpiadi. Ne sono emerse esperienze significative di incontro (relazionale e culturale) attraverso lo scontro (sportivo), un tema molto interessante dal nostro punto di vista, di cui ho parlato anch'io nel mio saggio sulla lotta bretone. E' stato poi proiettato un estratto del documentario girato a partire da quella esperienza, che ha fornito a tutti riferimenti visivi circostanziati della descrizione della lotta senegalese che era stata fatta poco prima in una comunicazione plenaria dall'antropologa Dominique Chévé, che si è a lungo occupata della questione e ne ha scritto.

Da qui il primo, importante, spunto di riflessione: dovremmo cercare di coinvolgere di più, nei nostri dibattiti scientifici, quelli che il sociologo Jérôme Beauchez, in uno degli interventi più interessanti (e controversi) delle due giornate, ha proposto di definire "informati" anziché "informatori"? Li teniamo fuori perché pensiamo che il sapere antropologico possa prescindere da quel coinvolgimento esperienziale di cui parlava Marta nel suo intervento su questo blog, o temiamo piuttosto di scoprire che non si tratta soltanto di "macchine" ("da combattimento" nel caso specifico, come definisce Wacquant i pugili nel suo testo di riferimento) che ripetono un habitus culturalmente acquisito e quasi automaticamente applicato, ma di esseri cognitivi in grado di riflettere criticamente sul senso di quello che fanno, e dunque di rubarci il lavoro di "interpreti" della cultura?

Si tratta evidentemente di affermazioni provocatorie, ma sono utili per introdurre la seconda riflessione che mi porto dietro da questa esperienza. E' stato infatti lo stesso Beauchez a introdurre la questione, di cui parla anche nella sua importante etnografia di una palestra di boxe. Egli, infatti, ha criticato in maniera diretta l'impostazione bourdieuana di Wacquant, che ritiene eccessivamente meccanicista nell'interpretazione dell'habitus pugilistico come un complesso insieme di schemi di valutazione incorporati e poco criticamente adottati dai pugili del ghetto americano. In realtà, nella sua critica, che non posso ripercorrere qui nella sua interezza per ragioni di spazio, mi è sembrato che Beauchez abbia fatto leva soprattutto su alcuni di quegli aspetti che Wacquant, anche lui per ragioni di spazio o comunque per l'esigenza di circoscrivere la ricerca con cui tutti noi dobbiamo prima o poi fare i conti, trascura o non approfondisce in maniera adeguata. Per di più, la critica all'applicazione troppo rigida del paradigma bourdieuano in campo pugilistico lascia il tempo che trova: i pugili di Wacquant sanno bene cosa comporta l'habitus pugilistico che gli verrà trasmesso frequentando la palestra, conoscono cioè i valori della boxe e del gym che frequentano, ancor prima di dedicarsi "anima e corpo" alla disciplina; e dunque decidono (criticamente, con consapevolezza) di dedicarvisi. L'habitus pugilistico ci viene insomma trasmesso solo se lo vogliamo, la cultura pugilistica è una cultura di cui si può decidere di far parte. E infatti, nel libro di Wacquant, l'habitus che i pugili acquisiscono (e che lui stesso acquisisce) nel corso di una vita dedicata alla boxe interviene a sovvertire la gerarchia di valori che orienta la realtà sociale circostante, e si contrappone all'habitus del ghetto. Questa mi pare una critica alla deterministica interpretazione della teoria dell'habitus, piuttosto che una sua rigida applicazione: se un habitus si può adottare volontariamente, sapendo cosa esso comporta, e se un habitus socialmente acquisito (quello del quartiere) può essere messo in discussione o addirittura sovvertito da un habitus "sportivo" cui si aderisce in un secondo momento, dove sta la rigidità? Dove la presunta acriticità degli attori sociali?
La critica di Beauchez ha senso, e come ho detto non ho modo di riportarla qui in tutti i suoi aspetti. Ma il suo intervento mi ha dato lo spunto per riflettere su una tendenza più generale e ahimè piuttosto diffusa negli ambienti accademici: quella di decostruire le teorie di quelli che si sono ormai imposti come classici del settore disciplinare di cui si fa parte per costruire la nostra reputazione. Ancora, avanzo posizioni volutamente provocatorie: dove ci porta questo atteggiamento? Che utilità ha nella costruzione del sapere scientifico?

Il terzo e ultimo spunto nasce infine dall'approccio interdisciplinare allo studio delle pratiche di combattimento che il convegno ha cercato di promuovere e che ho cercato a mia volta di stimolare nel mio intervento. A partire dalla mia esperienza etnografica, infatti, ho parlato di come le pratiche di lotta corpo a corpo contribuiscano a riorganizzare quella che possiamo definire la "gerarchia cognitiva" del lottatore. La prossimità dei corpi in lotta, infatti, impedisce al lottatore di fare troppo affidamento sulla vista per leggere, interpretare e anticipare i movimenti dell'avversario (come invece accade negli sport da combattimento a distanza, per esempio la boxe), e allora il senso più stimolato diventa il tatto. Con la pratica, il tatto assume un ruolo primario per informare il lottatore su quello che sta succedendo mentre lotta, e la vista, che è il senso dominante nella vita quotidiana (almeno nella società occidentale), passa in secondo piano. Un argomento del genere non può essere affrontato solo con gli strumenti dell'antropologia, e avrebbe bisogno dell'apporto di altre discipline, come la psicologia cognitiva, ad esempio, e probabilmente la neurologia e anche la sociologia. Da qui l'ultima domanda: a che punto siamo con l'apertura delle frontiere tra discipline nell'accademia? L'antropologia è davvero aperta al dialogo o stenta ancora a uscire dalle sue stanze?