sabato 1 giugno 2019

Soggetto, Intersoggettività, Comunità: Dialoghi fra Antropologia e Filosofia con Silvana Borutti



Il ciclo di seminari DACS è proseguito con uno degli ultimi incontri, il 22 maggio, dedicato alla filosofa Silvana Borutti, professoressa ordinaria all’Università di Pavia. Borutti ha ripreso la discussione attorno al tema dell’antropopoiesi frutto di un gruppo di ricerca congiunto pluridecennale di Filosofi e Antropologi provenienti da diverse università, fra cui quella di Milano-Bicocca, quella di Torino, l’Università di Pavia e l’EHESS di Parigi. Attraverso la nozione classica di antropopoiesi e dell’incompletezza ontologica dell’individuo, Borutti ha voluto ripercorrere lo sviluppo di una visione relazionale e intersoggettiva del Sé e della Persona nei pensieri di tre filosofi classici della tradizione occidentale: Hegel, Kant e Wittgenstein.

Muovendo dal concetto di “riconoscimento contemplativo” che attraversa la Fenomenologia dello Spirito di Hegel, Borutti ha ricostruito il senso che quest’ultimo ha dato alla nozione di sé: per Hegel non vi può essere autocoscienza di sé se non attraverso la capacità di riconoscerSI nell’altro. Il Sé è dunque inevitabilmente connesso alla relazione con l’Altro, dato che non vi può essere coscienza individuale senza un ambiente di relazioni esterno all’individuo attraverso cui quest’ultimo acquista la rivelazione della propria esistenza. Il motore di questo processo è per Hegel un “appetito antropogeno”: una “brama” che manifesta una mancanza strutturale primordiale del vivente. In questa “contemplazione” il soggetto è assorto nella cosa completa, e la vita non è altro che “desiderio del desiderio dell’Altro”. Tale desiderio di vita, “appetito”, non è altro che la brama dell’andare “fuori di sé”, dato che l’Autocoscienza trova appagamento solo nella scoperta di un’altra Autocoscienza: la manifestazione di qualcosa che è altro ma allo stesso tempo uguale al proprio Sé e quindi fornisce la prova della propria esistenza. L’esistenza soggettiva non può dunque che realizzarsi nell’esistenza comune, un momento in cui i soggetti acquistano reciprocamente un’autocoscienza individuale. Il desiderio dell’Altro non è il desiderio della cosa dell’Altro, piuttosto la brama di essere riconosciuti da un Altro che si realizza nella scoperta della parte umana che ogni soggetto condivide, ovvero la medesima bramosia e il medesimo sguardo. Ed è proprio in questo “riconoscimento reciproco” che Hegel identifica la caratteristica ontologica che fonda l’esistenza della Comunità Umana. Il singolo soggetto non è quindi semplicemente connesso a un insieme di relazioni che intrattiene con altri soggetti, come se l’esistenza del Sé avvenisse in un tempo precedente alla costruzione dei legami con l’Altro: al contrario, l’esistenza di una trama di relazioni inter-soggettive e comunitarie costituisce la condizione di possibilità affinché si possa parlare dell’esistenza del Soggetto, e non esiste alcuno scarto temporale fra il Sé e la relazione con l’Altro.

Per Kant invece ciò che fonda la Comunità Umana è un “Sentire Comune”, che egli considera condizione preliminare ante-predicativa: ovvero l’appartenenza alla comunità è un legame che avviene prima della possibilità di concepire intellettualmente l’altro. Prima del rapporto conoscitivo con il mondo c’è un appartenere comune. Kant non parla di Comunità nella Critica della Ragion Pura; per lui i soggetti non acquistano coscienza attraverso una comunità, dato che la coscienza e la morale si identificano sulla base di imperativi categorici che rispondono a leggi naturali universalmente valide indipendenti dalla comunità. Il problema della comunità è un problema che affronta nella Critica sul Giudizio, dove afferma che è il “soggetto riflettente, consapevole” che si pone il problema del rapporto con gli altri e con il mondo esterno. Si dà delle leggi, ovvero atomi, principi che pretendono di essere messi in comune e costituire un sentire comune: quella della comunità è dunque una questione sentimentale che Kant non pone sullo stesso livello di una questione morale o intellettuale. Ponendosi il problema del vivere nella natura, il soggetto riflettente stabilisce delle leggi che sono dei “come se”, delle convenzioni ontologicamente diverse dalle leggi di natura che tuttavia armonizzano i rapporti con gli Altri e con la Natura stessa. Un sentire comune che è profondamente diverso da un concetto di empatia, poiché non ha il carattere di immediatezza e di fusione ma è piuttosto una valutazione fondata su una re-immaginazione creativa di ciò che l’altro potrebbe pensare e dei giudizi che potrebbe conferire.

Anche in Wittgenstein vi è l’idea di un sentire comune, ovvero di un passaggio da “una voce” a “tutte le voci”. Il filosofo vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento trasforma la nozione di vedere attraverso l’espressione del “vedere come”: il “vedere come” consente al soggetto di trasferire la comprensione dei significati che è il modo attraverso cui si genera una comunità. Una connotazione linguistico-pragmatica che acquista statuto comunitario nel momento in cui si lega a un determinato contesto, un’azione che Wittgenstein chiama “fisionomia”. Il carattere di un oggetto si sub-stanzia in un contesto in cui ogni parte acquisisce significato nel legame con le altre attraverso delle regole. Narrare una storia equivale a rispettare le regole di un gioco linguistico, fra cui per esempio la sequenza temporale. Le regole sono ciò che definisce la forma di un oggetto. Vedere un viso equivale a percepirne l’eidos, il suo aspetto.

Il “vedere come” è dunque formato e addestrato attraverso norme e principi che non sono separabili da contesti di azione intersoggettivi: in altre parole, il significato e le norme che lo regolano non precedono l’azione ma sono piuttosto funzionali e inseparabili dall’azione stessa. Tale forma di addestramento si realizza attraverso un processo mimetico in cui le regole, ovvero ciò che definisce la forma, non sono esplicitate prima dell’azione ma comprese attraverso un’esperienza sensoriale tout court che si realizza nell’azione stessa. Non apprendiamo come si parla ricevendo delle regole a priori ma piuttosto parlando, in un processo in cui Wittgenstein lascia ampio spazio alla creatività individuale. Ciò è in linea con uno dei concetti cardine dell’Antropologia: Oltre a dover essere collocato nel suo contesto di appartenenza, il significato è sia relazione che azione, non vi è scarto temporale fra questi tre piani. Nella concezione dell’esperienza di apprendimento come “sinestetica”, ovvero come esperienza sensoriale tout court, Wittgenstein anticipa un’altra questione divenuta ormai classica nella disciplina: ovvero l’ontologia dell’esistenza e dell’azione umana ha un carattere  inter-corporeo che tocca simultaneamente tutti i piani dell’esperienza sensoriale. Tornando all’esempio del narrare una storia, ascoltandola non apprendiamo solamente il contenuto (le sentenze) e la sequenza temporale ma anche il tono della voce e l’espressione del viso di chi narra. Non sentiamo semplicemente come gli altri ma anche con gli altri. Ciò rimanda, in definitiva, alla nozione di antropopoiesi e allo statuto di incompletezza ontologica del Sé e dell’Esistenza umana.

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