mercoledì 21 dicembre 2016

Corpo a corpo in accademia

La settimana scorsa, il 13 e 14 dicembre, per la prima volta ho fatto parte del Comitato di Organizzazione di un convegno. Si trattava della tredicesima edizione delle Jorrescam, le JOurnées de Réflexions et de REcherche sur les Sports de Combat et les Arts Martiaux, organizzate quest'anno dai centri di ricerca L-Vis e LIBM dell'Université Claude Bernard Lyon 1 (programma qui).

L'aspetto più interessante dell'evento è stata la sua apertura verso l'interdisciplinarità. Le STAPS (Sciences et Techniques des Activités Physiques et Sportives), in Francia, non sono vittime del pregiudizio che in altre tradizioni scientifiche le relega a un ruolo di secondo piano nel dibattito accademico, e non sono neanche monopolio esclusivo delle discipline mediche, come accade in Italia. Di conseguenza, il dibattito attorno alle pratiche motorie è intenso e coinvolge non solo i contributi strettamente connessi con la performance sportiva o con la sanità (fisiologia, anatomia, scienze mediche e dell'alimentazione, ecc.), ma anche quelli legati al ruolo e all'influenza dello sport e dell'attività fisica nelle società e nelle culture (scienze umane e sociali).

Al convegno sono intervenuti fisiologi, psicologi, sociologi, educatori e antropologi, ma anche atleti, istruttori, preparatori atletici. Le testimonianze dei diretti interessati, vale a dire di chi lo sport lo fa - quelli che sono, per noi, gli "attori sociali" - sono andate al cuore del dibattito, e hanno permesso di ancorare l'aerostato della speculazione teorica al terreno solido delle arene di gioco. Myriam Chomaz, ex campionessa europea e mondiale di boxe, nella tavola rotonda dedicata alla "féminisation" delle discipline di combattimento, ha messo in luce per esempio quanto il mondo del pugilato, ancora oggi, subisca le dinamiche di quella "domination masculine" che ha contribuito a definirlo come un'espressione autentica delle qualità socialmente considerate "virili". L'atleta ha raccontato infatti di aver rischiato di perdere un incontro importante perché il medico, dopo un infortunio lieve all'arcata sopracciliare che non comportava rischi seri ma che sanguinava molto, stava per impedirle di proseguire il match (che poi ha vinto) perché in lei rivedeva sua moglie e sua figlia, e si sentiva in dovere di proteggerla, come lui stesso le ha rivelato poco dopo. O ancora, alcuni giovani atleti della Fédération Françase de Lutte, con il loro allenatore, sono intervenuti a raccontare il loro progetto di viaggio, volto a scoprire alcune delle pratiche di lotta esistenti nel mondo e a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla centralità di queste discipline nelle rispettive culture, in seguito alla controversa decisione del CIO di escludere la lotta greco-romana e libera dalle Olimpiadi. Ne sono emerse esperienze significative di incontro (relazionale e culturale) attraverso lo scontro (sportivo), un tema molto interessante dal nostro punto di vista, di cui ho parlato anch'io nel mio saggio sulla lotta bretone. E' stato poi proiettato un estratto del documentario girato a partire da quella esperienza, che ha fornito a tutti riferimenti visivi circostanziati della descrizione della lotta senegalese che era stata fatta poco prima in una comunicazione plenaria dall'antropologa Dominique Chévé, che si è a lungo occupata della questione e ne ha scritto.

Da qui il primo, importante, spunto di riflessione: dovremmo cercare di coinvolgere di più, nei nostri dibattiti scientifici, quelli che il sociologo Jérôme Beauchez, in uno degli interventi più interessanti (e controversi) delle due giornate, ha proposto di definire "informati" anziché "informatori"? Li teniamo fuori perché pensiamo che il sapere antropologico possa prescindere da quel coinvolgimento esperienziale di cui parlava Marta nel suo intervento su questo blog, o temiamo piuttosto di scoprire che non si tratta soltanto di "macchine" ("da combattimento" nel caso specifico, come definisce Wacquant i pugili nel suo testo di riferimento) che ripetono un habitus culturalmente acquisito e quasi automaticamente applicato, ma di esseri cognitivi in grado di riflettere criticamente sul senso di quello che fanno, e dunque di rubarci il lavoro di "interpreti" della cultura?

Si tratta evidentemente di affermazioni provocatorie, ma sono utili per introdurre la seconda riflessione che mi porto dietro da questa esperienza. E' stato infatti lo stesso Beauchez a introdurre la questione, di cui parla anche nella sua importante etnografia di una palestra di boxe. Egli, infatti, ha criticato in maniera diretta l'impostazione bourdieuana di Wacquant, che ritiene eccessivamente meccanicista nell'interpretazione dell'habitus pugilistico come un complesso insieme di schemi di valutazione incorporati e poco criticamente adottati dai pugili del ghetto americano. In realtà, nella sua critica, che non posso ripercorrere qui nella sua interezza per ragioni di spazio, mi è sembrato che Beauchez abbia fatto leva soprattutto su alcuni di quegli aspetti che Wacquant, anche lui per ragioni di spazio o comunque per l'esigenza di circoscrivere la ricerca con cui tutti noi dobbiamo prima o poi fare i conti, trascura o non approfondisce in maniera adeguata. Per di più, la critica all'applicazione troppo rigida del paradigma bourdieuano in campo pugilistico lascia il tempo che trova: i pugili di Wacquant sanno bene cosa comporta l'habitus pugilistico che gli verrà trasmesso frequentando la palestra, conoscono cioè i valori della boxe e del gym che frequentano, ancor prima di dedicarsi "anima e corpo" alla disciplina; e dunque decidono (criticamente, con consapevolezza) di dedicarvisi. L'habitus pugilistico ci viene insomma trasmesso solo se lo vogliamo, la cultura pugilistica è una cultura di cui si può decidere di far parte. E infatti, nel libro di Wacquant, l'habitus che i pugili acquisiscono (e che lui stesso acquisisce) nel corso di una vita dedicata alla boxe interviene a sovvertire la gerarchia di valori che orienta la realtà sociale circostante, e si contrappone all'habitus del ghetto. Questa mi pare una critica alla deterministica interpretazione della teoria dell'habitus, piuttosto che una sua rigida applicazione: se un habitus si può adottare volontariamente, sapendo cosa esso comporta, e se un habitus socialmente acquisito (quello del quartiere) può essere messo in discussione o addirittura sovvertito da un habitus "sportivo" cui si aderisce in un secondo momento, dove sta la rigidità? Dove la presunta acriticità degli attori sociali?
La critica di Beauchez ha senso, e come ho detto non ho modo di riportarla qui in tutti i suoi aspetti. Ma il suo intervento mi ha dato lo spunto per riflettere su una tendenza più generale e ahimè piuttosto diffusa negli ambienti accademici: quella di decostruire le teorie di quelli che si sono ormai imposti come classici del settore disciplinare di cui si fa parte per costruire la nostra reputazione. Ancora, avanzo posizioni volutamente provocatorie: dove ci porta questo atteggiamento? Che utilità ha nella costruzione del sapere scientifico?

Il terzo e ultimo spunto nasce infine dall'approccio interdisciplinare allo studio delle pratiche di combattimento che il convegno ha cercato di promuovere e che ho cercato a mia volta di stimolare nel mio intervento. A partire dalla mia esperienza etnografica, infatti, ho parlato di come le pratiche di lotta corpo a corpo contribuiscano a riorganizzare quella che possiamo definire la "gerarchia cognitiva" del lottatore. La prossimità dei corpi in lotta, infatti, impedisce al lottatore di fare troppo affidamento sulla vista per leggere, interpretare e anticipare i movimenti dell'avversario (come invece accade negli sport da combattimento a distanza, per esempio la boxe), e allora il senso più stimolato diventa il tatto. Con la pratica, il tatto assume un ruolo primario per informare il lottatore su quello che sta succedendo mentre lotta, e la vista, che è il senso dominante nella vita quotidiana (almeno nella società occidentale), passa in secondo piano. Un argomento del genere non può essere affrontato solo con gli strumenti dell'antropologia, e avrebbe bisogno dell'apporto di altre discipline, come la psicologia cognitiva, ad esempio, e probabilmente la neurologia e anche la sociologia. Da qui l'ultima domanda: a che punto siamo con l'apertura delle frontiere tra discipline nell'accademia? L'antropologia è davvero aperta al dialogo o stenta ancora a uscire dalle sue stanze?

1 commento:

  1. Che intervento denso e interessante... ci hai dato argomenti per riflettere, o meglio per farci un bel corpo a corpo, per buona parte delle imminenti feste invernali! Complimenti per la pubblicazione del tuo saggio... a quando una presentazione in Bicocca?? :)

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