domenica 22 gennaio 2017

I seminari del DACS: “Il campo della scrittura”



Tutti gli antropologi scrivono.

Partendo da questa semplice considerazione, il seminario del 18 gennaio, coordinato dal Prof. Vincenzo Matera e dal Dott. Francesco Vietti, aveva come obiettivo quello di invitarci a riflettere sulle criticità della scrittura etnografica. Ma quali sono i problemi posti dalla scrittura? Quali sono le difficoltà che insorgono al momento di testualizzare la nostra esperienza sul campo? E nel momento di tradurre un testo da una lingua ad un’altra? Cos’è che ci terrorizza e nello stesso tempo ci affascina così tanto dello scrivere? 

Il libro di Vincenzo Matera “La scrittura etnografica” (2015), e il percorso che ha portato alla sua recente ripubblicazione con la casa editrice Elèuthera (il libro era già stato pubblicato in due diverse versioni in anni precedenti), è emblematico dell’importanza che la riflessione critica sulla scrittura ha acquisito nel corso del tempo. Il nucleo tematico del libro risale infatti ai primi anni Ottanta, alla tesi di laurea del Prof. Matera, quando ancora, per lo meno in Italia, la scrittura non era oggetto di analisi. All’epoca si pensava che scrivere fosse un’operazione neutra e imparziale al servizio della descrizione e della rappresentazione etnografica. Quando il Prof. Matera decise di affrontare questo argomento nella tesi si scontrò con lo scetticismo degli antropologi a lui vicini. Solo alcuni linguisti erano maggiormente disposti a considerare la scrittura etnografica come oggetto di studio. In quegli anni i principali riferimenti teorici dell'antropologia italiana erano lo strutturalismo di Lévi-Strauss e gli studi sui nuer e gli azande di Evans-Pritchard; il libro “Interpretazione di culture” di Clifford Geertz del 1973 si studiava ancora molto poco; e gli antropologi del nostro paese erano ancora legati a un ideale scientifico positivista, oggettivante e fondato su certezze epistemologiche. Il modello di scrittura ideale era quello proposto da Malinowski nel primo capitolo di “Argonauti del Pacifico occidentale” (1922): uno stile asettico, neutro, impersonale.

L’antropologo Dan Sperber nel suo libro “Il sapere degli antropologi” (1984) è stato il primo a proporre una riflessione sulla scrittura come oggetto di analisi e sulle caratteristiche che la distinguono da altri tipi di trasposizione grafica. La sua proposta ha inaugurato quel filone di studi, anche linguistici, che ha preso vita dai primi anni Ottanta, e che è sfociato, grazie anche al dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione di “Writing Culture” (1986) a cura di Clifford e Marcus, nel movimento decostruzionista in antropologia. Da quel momento in avanti la scrittura etnografica non è stata più la stessa: gli antropologi hanno smesso di considerarla come una semplice operazione di trasferimento dei dati raccolti sul campo all’interno di un testo accademico. Una volta riconosciuta l’impossibilità di un rispecchiamento fedele della realtà studiata nell'etnografia, dunque, si è cominciato a riflettere sugli effetti manipolatori e artificiosi della scrittura, cioè sul carattere costruito delle rappresentazioni etnografiche, nonché sulla dimensione politica della scrittura, vale a dire sul potere dell’antropologo di “prendere la parola” al posto dell’altro.

Il libro “The Anthropology as Writer” (2016), curato da Helena Wulff (Università di Stoccolma) – uno dei testi oggetto di discussione al seminario – offre alcune risposte interessanti agli interrogativi e ai problemi che circondano la scrittura. Diversi autori affrontano, talvolta da una prospettiva intima o creativa, le difficoltà incontrate nel loro relazionarsi con vari tipi di scrittura (articoli giornalistici, articoli accademici, diari di campo, racconti di narrativa etc.). I diversi contributi sembrano trovare tuttavia un comune denominatore nel cercare di rispondere alla domanda: perché noi antropologi scriviamo? La scrittura può essere infatti considerata una nostra “compagna di vita” nella misura in cui ci accompagna nel corso di tutto il nostro percorso professionale ed esistenziale: essa rafforza la nostra autorità etnografica incorporata nel testo etnografico ed è qualcosa che siamo tenuti a fare per assicurarci una professione accademica. Scrivere è come dar vita a una performance, qualcosa di valutabile dalla comunità accademica. Esiste dunque accanto al piano ideale (perché e per chi scriviamo) anche un piano relazionale della scrittura, intesa come strumento che ci consente di mantenere contatti con altri antropologi che possono essere geograficamente e “culturalmente” molto distanti. Intesa come collante sociale, essa ci restituisce, quindi, un senso di appartenenza alla comunità antropologica. Ma se consideriamo che la lingua predominante della comunità accademica è l’inglese, e che ogni nostro prodotto testuale deve essere imperativamente tradotto in questa lingua per poter essere condiviso, possiamo davvero parlare di "comunità" in senso stretto?

Il seminario è stato, infatti, anche un’occasione per dibattere sul problema della traduzione di un testo etnografico in una lingua straniera, in particolare sul senso di frustrazione dovuto all’impossibilità di mantenere nel testo tradotto la stessa profondità e ricchezza di significato della propria lingua. Ci siamo quindi chiesti se rinunciare alla ricchezza formale e alle sfumature della nostra lingua madre non possa d’altronde farci acquisire una maggiore chiarezza rispetto ai concetti che vogliamo esprimere, eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe essere ridondante o non essenziale ai fini del messaggio che vogliamo trasmettere. Sebbene la questione sia molto soggettiva e personale (alcune persone infatti trovano più facile scrivere in un’altra lingua che in italiano), essa è servita a sottolineare come esista una gerarchia interna all’antropologia globale, caratterizzata da centri di produzione del sapere, veri e propri centri di potere che possono permettersi di ignorare produzioni del sapere che fanno uso di altre lingue.

Il problema della traduzione è strettamente connesso anche alla questione della responsabilità (accountability), intesa come obbligo, morale ed etico, dell’autore di rendere il più comprensibile possibile al lettore e a coloro di cui scrive la restituzione della sua esperienza etnografica, anche nella consapevolezza del carattere fittizio delle rappresentazioni (ethno fiction). A tal proposito, il Prof. Fulvio Carmagnola, presente al seminario, ha sollevato un’ulteriore questione, chiedendoci: la scrittura è un “campo” oppure è un “fuori campo”? Mentre il Prof. Matera nel suo libro fa di tutto per decostruire la nozione di “campo” evidenziando le relazioni asimmetriche che in esso prendono forma e che caratterizzano il rapporto tra l'antropologo e i suoi interlocutori, il Prof. Carmagnola propone di considerare la scrittura stessa come un “campo”, a partire dalla constatazione che nell’atto di scrivere qualcosa accade, nel senso che qualcosa si produce. La scrittura può essere considerata un campo di enunciazione (Foucault), un campo che come tale è presieduto da figure di potere. In quanto campo di enunciazione, allora, la scrittura non può mai essere considerata libera, ma deve costantemente confortarsi con questioni di potere, un potere invisibile, impalpabile, eppure presente, con cui dobbiamo continuamente misurarci.

Se da un lato è vero che il potere insito nella scrittura è qualcosa di cui difficilmente possiamo liberarci (ed è questo forse a rendercela allo stesso tempo affascinante e temibile), dall’altro ciò che dobbiamo certamente continuare a difendere è l’idea di un’antropologia non come produzione discorsiva del sapere definita una volta per tutte, ma come disciplina finalizzata ad alimentare un ambito discorsivo nel e con il quale possano entrare in relazione le persone di cui scriviamo. Se non facciamo questo, cessiamo di essere antropologi.

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