lunedì 26 novembre 2018

The Funnel Effect. Riflessioni collettive circa il seminario di Cristiana Giordano

L’incontro con la prof.ssa Cristiana Giordano, associate professor all’University of California (Davis), si è svolto all’interno dell’aula seminari, attorno al tavolo di legno all’ingresso, in una scelta di setting che favorisse la discussione su un lavoro che si presenta come work-in-progress: “The Funnel Effect. On the Traces and the Serendipity of Worlds".


La prof.ssa Giordano ha dunque organizzato l'incontro in tre momenti: una prima parte di breve introduzione sulle motivazioni che l’hanno condotta verso questa ricerca, una discussione tra i partecipanti in cui lei si è dichiaratamente astenuta, prendendo appunti (e dicendosi “felice di poterlo fare, prima che l’articolo venga pubblicato), e una terza parte in cui, sempre in una forma di discussione aperta, l’autrice ha commentato quanto è stato detto.

Uno spunto sicuramente in più è stata la presenza di una operatrice di Emergency, soggetto che ha fatto parte del campo su cui l’articolo di cui abbiamo discusso si basa.
Ma non solo. Assemblaggio diventa anche l’immagine del lavoro dell’antropologo-artista a cui è chiesto di mettere assieme in una installazione sensata le tracce lasciate indietro dalle molteplici traiettorie che decostruiscono il concetto illusorio di “funnel”.

La metafora artistica, qui, non è casuale: gran parte della discussione si è concentrata sull’installazione dell’artista Ramzi Harrabi “Museo dei sogni frantumati”, esposta a Siracusa, una allegoria dei “cocci” che l’antropologa ha trovato “serendipicamente” (secondo l’accezione Fabiettiana) nel suo viaggio esplorativo di campo dalla Sicilia alla Puglia.
Una dimensione che va, probabilmente, oltre quella religiosa o, come l’ha definita il prof. Vietti, alla “monumentalizzazione” e “patrimonializzazione” dell’evento naufragio.
E conclude “Allargando la riflessione sul piano politico, [...] La sovversività del buco, quindi, è sempre contenuta negli interessi della reiterazione delle relazioni di potere esistenti”.
“Il buco è sovversivo fino ad un certo punto e può essere funzionale al mantenimento del potere. Tutti sanno che c’è un buco [...] il sindaco ha detto “lo vado a riaprire” permette di rendere sostenibile l’istituzione. Il buco è utile al dispositivo di sicurezza che tollerandolo, garantisce la sua stessa sopravvivenza”, ha risposto la prof.ssa Giordano.

Come ha sottolineato la mia collega Zaninelli, “Sono stata piacevolmente sorpresa dall’idea di poter contribuire, anche noi dottorandi, con le nostre domande ed osservazioni alla riflessione di un testo etnografico”, e credo personalmente che questo sia stato l’elemento più significativo dell’incontro.

L’introduzione al testo da parte dell’autrice, come segnato nella parte superiore delle pagine con la dicitura “Draft - please do not circulate”, ha sottolineato il carattere ancora in fieri dell’elaborato (dedicato alla memoria del prof. Ugo Fabietti) la cui pubblicazione è prevista per il numero di Aprile di Antropologia. Il progetto di indagine della prof.ssa Giordano si è basato su una domanda teorica accattivante: è possibile, attraverso l’idea di assemblaggio, la trasformazione dell’oggetto sbarco

“Io intendevo lo sbarco come un assemblaggio (/ frantumazione) di pratiche, tecniche e uomini. Voglio prendere una parola (sbarco) con cui si pensa che intendiamo una cosa ben precisa, ma in realtà è molto confuso quello che succede in questi luoghi. Questa parola la si può utilizzare come concetto? Come noi possiamo usarlo come concetto antropologico? La domanda è come un oggetto può diventare concetto”.

L’assemblaggio si definisce così come un insieme di pratiche, opere e saperi che collaborano in certi spazi e tempi e producono degli spazi di vita, che finiscono per smascherare la non omogeneità di un evento, in questo caso “lo sbarco”.

“Museo dei sogni frantumati” by Ramzi Harrabi, Siracusa, photo di C. Giordano.

Intorno a quest’opera la prof.ssa Giordano ha condiviso con noi una domanda a cui sta ancora cercando di trovare risposta: perché questa attenzione alla raccolta delle cose? Qual è la chiave per leggere questa passione per gli oggetti spesso legati al lutto e a situazioni emotivamente dense? Moda? Mercato? Marketing? O, come ha proposto Diodati, dobbiamo cambiare il nostro sguardo dall’ontologia alla morfologia?
Oltre ad una percezione diffusa di saturazione riguardo alle opere d’arte sul tema della migrazione, soprattutto nel Nord Europa e in America, l’artista ripropone qui oggetti che hanno un valore per la loro relazione con umani, un valore che resta e che viene esaltato dall’artista.

“Evento” è una definizione problematica per Giordano. Come evidenzia la definizione di sbarco, come un assemblaggio complesso di tecniche che coinvolgono una molteplicità di attori, riflettendo, al contempo, le modalità di potere sovrano. Lo sbarco è, però, un oggetto/concetto eccedente, che, come ha riassunto bene Turchetti, “va oltre il porto e la grammatica dell’emergenza e della crisi e si configura come un insieme di luoghi, tempi, processi vari ed eterogenei, alcuni dei quali si svolgono all’interno dell’“imbuto” istituzionale, altri si pongono ai suoi margini, negli interstizi, nei coni d’ombra”.

Immagine di questo, allora, diventa il buco nella rete metallica che separa il CARA di Borgo Creto nel foggiano e l’insediamento abusivo delle baracche dei migranti “illegali”.

“Definisco questa realtà come “semi-parallela”, ha fatto notare Rizzo, “perché appunto il buco è lì a testimoniare fisicamente come i due mondi siano in realtà in comunicazione, attraverso numerosi esempi di scambi che esulano da facili compartimentalizzazioni”.

“La baraccopoli è diventata una “Milano da bere”, come un “Corso Como”, ha raccontato la volontaria di Emergency. “Nonostante la frontiera militarizzata, c’è sempre questo scavalcare continuamente il confine”. Nel ghetto di Foggia si possono trovare diversi “servizi” paralleli, come un negozietto o la casa di appuntamenti. “Quello che è riconosciuto/che non è riconosciuto alla fine si incrociano continuamente e il loro incrociarsi crea un mondo ibrido strano. Una realtà che non è niente: né Italia, né Africa”. Durante il seminario, ho posto una domanda, che nella sua banalità, però evidenzia la realtà antropologica della situazione: perché il buco non viene chiuso? Il governo delle migrazioni passa attraverso la presa in carico e il lasciare andare: le zone d’ombra… quello che la volontaria davanti a noi nel duplice ruolo di narratrice e intervistata ha definito “lo sfiatatoio dell’ernia”. Ad "assemblaggio" la prof.ssa Giordano accosta il termine “Frantumaglia”, un concetto letterario, elaborato dalla scrittrice Elena Ferrante per descrive il senso di perdita e smarrimento interiore dei migranti sbarcati. I concetti risultano quasi-simmetrici, come ha fatto notare Turchetti:
“Raccogliere e mettere insieme questi frammenti significa dare spazio a ciò (e a chi) non c’è più e a ciò che sfugge alle logiche e agli archivi istituzionali: questo tipo di operazione, mettendo in discussione la linearità e la nitidezza dell’ordine del discorso “ufficiale” ed evocando “qualcosa d’altro”, costruisce un’altra narrazione, sia individuale che collettiva”.
Come ha scritto Occa, inoltre, la nozione di frantumaglia può essere uno strumento concettualmente molto fertile che va ben al di là dello studio della migrazione: “I perceive it as a metaphor of the overall ongoing process of atomization of the current worldwide society, where people become single, extrapolated and kept separated by social relations”.

mercoledì 14 novembre 2018

Politiche del corpo e governance della riproduzione: “carne”, tecnologie e saperi

Il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS) e la Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell'Università di Milano Bicocca organizzano per il 29 e 30 novembre 2018 due giornate di riflessione sul tema delle della materialità corporea nel mondo contemporaneo.


L'intera giornata del 29 novembre sarà dedicata a un workshop dal titolo ‘Politiche del corpo e governance della riproduzione’ suddiviso in due sessioni, che si terranno entrambe in Aula Massa (Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Edificio U6).Qui di seguito il programma degli interventi:

Mattina h. 9:30-13:00 Simonetta Grilli (Università di Siena): “Fare i corpi, fare i parenti. Somiglianze di famiglia e relazionalità nella società contemporanea.”Rossana di Silvio (ATS Milano- Università di Milano-Bicocca): “Tra conformità e alterità corporea: essere genitori di un figlio “difettuale.”Chiara Quagliariello (EHESS, Paris) “Opporsi alla medicalizzazione, sentirsi pienamente madri: un’analisi materialista e intersezionale del parto naturale.”Claudia Mattalucci (Università di Milano-Bicocca): “All’origine dei corpi e dei legami parentali. Il destino della ‘carne’ nelle interruzioni volontarie di gravidanza e nelle perdite perinatali in Italia.” 

Pomeriggio h. 14:30-17:30Corinna Guerzoni (Western Fertility Institute, Los Angeles) “Corpi in relazione: la surrogacy gestazionale statunitense.”Alice Sophie Sarcinelli (Université de Liège - Università di Milano-Bicocca): “La ‘natura’ della filiazione tra le famiglie omogenitoriali italiane. Inconsistenze, contraddizioni e ingiunzioni paradossali.”Léa Lincostant (Université de Lyon): “Dalla pratica della medicina della riproduzione alla produzione dei legami di parentela nei percorsi di PMA in Italia: lavorare sui corpi e sulle relazioni.”Lucia Gentile (Università di Milano-Bicocca – INALCO, Paris): “Sterilizzazione femminile e isterectomia. I saperi del corpo riproduttivo delle donne di Bhuj (India) confrontati alle tecnologie. 

Il giorno seguente, 30 novembre, alle ore 10, sempre in Aula Massa, Dominique Memmi (CNRS/EHESS, Paris) terrà la conferenza pubblica dal titolo: "La rivincita della carne. Nuove forme e supporti dell’identità". Direttrice di ricerca in Scienze Sociali presso il CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, Parigi), Dominique Memmi ha una lunga carriera di pubblicazioni scientifiche. Tra le sue principali opere ricordiamo Les Gardiens du corps (Éditions de l’EHESS, 1996), Faire vivre et laisser mourir (La Découverte, 2003) e La Seconde Vie des bébés morts (Éditions de l’EHESS, 2011). Tra le opere da lei co-dirette : Le gouvernement des corps (Éditions de l’EHESS, 2004) e La tentation du corps (con Éditions de l’EHESS, 2009).

Sul tema della conferenza, si propone qui di seguito una breve presentazione dell'omonimo volume pubblicato dall'autrice nel 2014 (Parigi, Editions du Seuil):

" Dopo aver esortato i padri a tagliare il cordone ombelicale, si sono sollecitate le madri ad allattare nuovamente. Il contatto pelle a pelle con il neonato è sempre più valorizzato, ed alcuni invitano i genitori a contemplare anche la placenta. I parenti di un bambino nato morto sono incoraggiati a toccarlo, e ad accettare di prendere una “foto ricordo”. Il confronto con il corpo dei defunti è diventato una crescente necessità e la cremazione è accusata di negare la dolorosa esperienza del lutto. Parallelamente, la conoscenza dei genitori biologici viene considerata indispensabile per il benessere identitario delle persone adottate, o concepite tramite il dono di gameti. E negli organi trapiantati aleggia il « pericolo » della personalità del donatore, con il rischio che il rifiuto psichico del nuovo organo possa condurre ad un rigetto fisico. E’così che, intorno alla nascita e alla morte, da oltre venti anni, nella maggior parte dei paesi occidentali, si opera una focalizzazione sul corpo come nuovo supporto dell’identità. 

Quali preoccupazioni sottendono queste concezioni che i professionisti della psichiatria, delle cure mediche e delle pratiche funerarie sono spesso i primi e i più interessati a mettere in pratica? In che modo la carne si ritrova investita di significati psichici orientati a « stringere » legami considerati troppo laschi ed identità concepite come troppo fluttuanti ? Attraverso l’analisi di pratiche la cui convergenza è rimasta finora inesplorata, questo studio rivela i meccanismi di un cambiamento ideologico e culturale maggiore.

Ricca di informazioni e di interpretazioni, ed attenta alla comparazione internazionale, questa opera catturerà l’attenzione di sociologi, antropologi della modernità e storici del XX secolo. Scritta in modo semplice e lineare, sebbene non priva di suspense narrativa, quest’opera risulterà facilmente accessibile per tutti coloro che si interessano ai temi della nascita, della morte, della filiazione e della permanente ricostruzione delle nostre identità. 
Questo libro si rivolge, allo stesso tempo, ai professionisti della psichiatria, delle cure mediche e dei riti funerari, che vedranno le loro pratiche quotidiane finemente analizzate.
Per le sintesi proposte su diversi nodi tematici (allattamento, utilizzi della placenta, morte perinatale, dono di organi), questo libro può rappresentare infine un prezioso supporto per i docenti di storia, sociologia ed antropologia impegnati in attività di insegnamento all'interno di corsi di laurea in medicina, ostetricia ed infermieristica dove, in questi ultimi anni, si riscontra una sempre maggiore apertura alle scienze sociali".

mercoledì 7 novembre 2018

Antropologia e metodo. Un contributo da Iringa, Tanzania

Questa settimana si sono tenuti i primi seminari della didattica del DACS 2018/2019. Il prof. Roberto Malighetti ci ha accompagnato in un interessante confronto sul tema del metodo e dell'epistemologia dell'antropologia. Sul tema ho il piacere di pubblicare qui di seguito il contributo inviatoci da Edoardo Occa, dottorando DACS attualmente impegnato in un lavoro di cooperazione presso Iringa, in Tanzania:

Vorrei  brevemente condividere delle esperienze di vissuto sul campo che la lettura del testo sul metodo ha permesso di far riemergere e ulteriormente problematizzare.
Vorrei farlo a partire da due fotografie tratte dal lavoro di ricerca condotto nel dicembre scorso con le popolazioni Daasanech e Hamer in South Omo, Etiopia, nell'ambito di un progetto di cooperazione sanitaria promosso da Medici con l’Africa CUAMM, l’organizzazione per cui lavoro in Tanzania.




Nella prima qui sopra, che ho  nominato ‘setting straniante’ mi si vede (io sono il bianco a destra della foto, seduto mentre prende appunti) siamo durante un focus groups che ha lo scopo di comprendere le abitudini in termini di allattamento e svezzamento tra le donne Daasanech.
Io con il nostro team (traduttori dal mio pensare in italiano alla mia lingua inglese all'amarico al daasanech… traduzioni di traduzioni di traduzioni), esplicitamente portatori di un sapere/potere quale la biomedicina, che attraverso il sapere/ potere oggettivante della scrittura (il Daasanech è una lingua esclusivamente orale) riconduciamo nelle griglie interpretative del questionario qualitativo-quantitativo (con uno scarto non solo semantico ma anche semiotico, dall'alfabeto latino all'alfabeto amarico) pratiche affatto corporee delle donne coinvolte, pratiche e gestualità e sensibilità per le quali esiste un vocabolario ad uso esclusivo delle donne della comunità (siamo venuti a conoscenza di alcuni termini solo una volta terminato il focus).

Ricordo di aver vissuto i gruppi come esperienze altamente stranianti, distopiche (a partire dalla distanza spaziale, che vede me seduto sulla sedia di fronte alle donne sedute sui gradini…sottolineo che quando, sentendomi più ‘partecipante’ all'inizio dell’ incontro mi sono seduto con loro sulle scale, il gesto ha provocato rimostranze notevoli, come se il mio gesto - mi e’ stato spiegato - mettesse in dubbio la capacità della comunità locale di accogliere degnamente un ospite così decisamente ‘straniero’).

Ricordo una sensazione fisica, un corpo a corpo tra la mia pretesa di ‘etnograficità” e “scientificità”del momento, nel cortocircuito personale tra una ‘osservazione’ necessaria agli scopi nobili dell’intervento (tra i Daasanech la mortalità infantile è pari circa ad un quarto) e una ‘partecipazione’ che mi era preclusa dalla lingua e dall'atteggiamento serioso delle donne nei miei confronti. Solo forse una sorta di ‘distrazione ricettiva’ mi ha permesso però di cogliere, su un versante percettivo poco ‘antropologizzato’, sguardi, sorrisi abbozzati, volontà di entrare in contatto da parte dei’beneficiari’ nei miei confronti, e di vivere l ‘equivoco empatico in una prospettiva di possibilità-da-venire.


La seconda foto l’ho nominata “l’antropologo oggettivato”; questa la riflessione sorta dalla richiesta perentoria delle donne Hamer di farsi fotografare con me, in una sorta di momentaneo ‘mondo alla rovescia’ per un popolo dove il fenomeno del’ turismo antropologico’ sta assumendo proporzioni decisamente invasive che stanno alterando le economie di scale e i modi di produzione locali. In questo frangente sono consapevole di divenire strumento di un orientalismo al contrario in cui la relazione con l’altro rimane pur sempre all'interno di un circolo vizioso di stereotipizzazione del diverso. Laddove (per un volta tanto...) lo straniero non si presenta come armato di tecnologia celando il proprio se’ e la propria identità dietro all'obbiettivo della macchina fotografica, la comunità locale si appropria delle potenzialità del mezzo tecnologico per rivendicare il medesimo movimento di oggettivazione dell’altro. 

Lungi dall'essere imbarazzate o intimorite, le donne Hamer mi rivolgono un “contro-interrogatorio” volto a conoscere gli aspetti della mia vita famigliare e dei rapporti tra genitori in termini di responsabilità nell'educazione dei figli, di sostentamento famigliare e di possibilità di negoziazione all'interno della coppia. In una comunità dove essere la prima moglie viene ostentato con orgoglio, e dove le relazioni tra mogli sono rigidamente gerarchizzate, il “contro-questionario” orale delle donne Hamer risulta un tentativo, una metodologia improvvisata per ampliare le conoscenze sulle condizioni di possibilità della sfera affettiva e dell’organizzazione sociale.

Ho vissuto questa come un’esperienza straniante che per un giorno ha sabotato i dispositivi del framework etnografico, durante la quale sono stato “osservato” e “partecipato”. Ritornato nel contesto appagante del mio ufficio, circondato dalle testimonianze tangibili dei libri e dei grafici con le statistiche sulla salute materno-infantile di queste aree, mi sono affrettato a scriverne, quasi avessi voluto rivendicare per me stesso e per la disciplina che rappresentavo quella peculiarità di scienza ‘dura’ all'interno della quale  le impertinenti donne Hamer avevano aperto una faglia, una possibilità.

mercoledì 31 ottobre 2018

Il lavoro dell'antropologo

Anche quest'anno, in qualità di tutor dei dottorandi DACS, mi incarico molto volentieri di inaugurare la nuova stagione del nostro blog... nei prossimi mesi questa "aula e vetrina" del dottorato, come l'abbiamo definita ormai tre anni fa, racconterà le nostre attività attraverso il contributo soprattutto delle dottorande e dei dottorandi del nuovo ciclo, il XXXIV. 

Proprio ieri abbiamo ufficialmente dato il benvenuto ad Alessandra Turchetti, Giulia Zaninelli, Edoardo Occa, Roberto Rizzo, Grabriele Masi e Francesco Diodati, i cui profili verranno presto aggiunti anche su DACSdiaries.

In attesa dell'imminente inizio della didattica del dottorato, voglio qui ricordare l'importante convegno che, in modo simbolico, ha inaugurato il nuovo anno di attività con questi giovani ricercatori e con tutti gli altri dottorandi degli anni precedenti, al momento impegnati nella loro ricerca di campo o nella scrittura della tesi. Dal 24 al 26 ottobre si sono infatti tenute tre belle giornate di riflessione sulle ricerche e sulla figura di Ugo Fabietti che, partendo dall'analisi di alcuni dei suoi più significativi temi d'interesse e aree di studio, hanno ben mostrato quanto per tutti noi "aspiranti antropologi" (per riprendere l'azzeccata formulazione di Francesco Remotti) possa essere fecondo il dialogo con la sua "antropologia di frontiera". 

Proprio questa concezione della nostra disciplina ritengo possa essere offerta al nuovo ciclo dottorale come augurio di buon lavoro per gli anni a venire... scriveva Ugo Fabietti: “Se dunque l’antropologia è una frontiera, è perché essa esprime il 'limite' della cultura che l’ha vista nascere, perché si è sviluppata in 'zone di contatto' e forse anche perché essa si pone come sapere mobile...”
E proprio questo aspira ad essere il Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale: una zona di contatto che, consapevole dei suoi limiti, accompagna i giovani ricercatori in un tratto del proprio cammino fornendo strumenti per maneggiare un sapere mobile e attraversare frontiere.

E' impossibile ora riassumere i tanti, interessanti interventi che si sono succeduti nelle tre giornate del convegno "Ugo Fabietti. Il lavoro dell'antropologo". Vorrei quindi affidarmi a un passaggio tratto dal testo che Francesco Remotti scrisse in memoria dell'amico e collega nel giugno 2017:

Tra questi moltissimi ricordi, uno in questi giorni è ritornato con particolare insistenza: è il ricordo del nostro primo incontro (...). Di quell’incontro conservo nella memoria lo sguardo e il sorriso aperto, cordiale, giovanile e il suo presentarsi come giovane antropologo, fresco di esperienze formative e di ricerca in campo antropologico. Ugo era più giovane di me (aveva 7 anni di meno) e, da allora, ho sempre vissuto Ugo come “giovane”, di solito in effetti come “il più giovane” nei vari contesti in cui interagivamo. Ma non era solo una questione anagrafica: ai miei occhi Ugo ha sempre conservato la caratteristica della giovinezza, che significava preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.

Quale strada più appropriata si potrebbe mai indicare a chi oggi si affaccia al suo primo anno di dottorato, a chi sta per partire per il campo o discutere la propria tesi? Preparazione, aggiornamento, entusiasmo, coraggio, novità, progettualità, intraprendenza.



mercoledì 29 agosto 2018

AMA - Antropologia Museale e dell'Arte: scadenza bando 8 ottobre 2018!

E' online il bando per partecipare alla nuova edizione del Corso di Perfezionamento in Antropologia Museale e dell'Arte (AMA) diretto dal prof. Ivan Bargna.


Il corso di perfezionamento è stato progettato per rispondere all’interesse crescente per l’arte, i musei e i beni culturali materiali e immateriali che viene dall’interno dell’antropologia. Le questioni inerenti la preservazione, tutela e trasmissione dei beni demoetnoantropologici e del patrimonio culturale, verranno trattate, non solo con lo sguardo rivolto al passato, ma anche ponendo attenzione al presente e al futuro, evidenziando:
- la dimensione economica e politica dei processi di patrimonializzazione della cultura e di costruzione della memoria sociale
- i modi in cui innovazione, creatività e invenzione culturale generano quelle pratiche e artefatti che sono poi suscettibili di patrimonializzazione
- la trasformazione dei musei delle culture contemporanei da custodi delle vestigia degli Altri a centri dinamici di progettazione culturale nel contesto di società multietniche e postcoloniali, in cui il patrimonio culturale diviene oggetto di contesa, nell'ambito di "politiche del riconoscimento" e rivendicazioni identitarie.

Qui trovate il bando e la brochure del corso. Tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.ama.formazione.unimib.it.

ATTENZIONE: le domande di partecipazione al corso devono essere inviate entro e non oltre l'8 ottobre 2018! Non mancate questa scadenza!


venerdì 3 agosto 2018

Amitav Gosh: i rifugiati climatici, la letteratura senza immaginazione, Savonarola e altre storie



Il 30 maggio i docenti e i dottorandi del  DACS  hanno avuto la possibilità di incontrare lo scrittore e antropologo Amitav Gosh[1] prima della conferenza The Great Uprooting: Migration and Movement in the Age of Climate Change tenutasi nel pomeriggio, per un seminario a partire dal suo ultimo saggio The Great Derengement tradotto in italiano come La grade cecità Il cambiamento climatico e l’impensabile, edito da Neri Pozza.
Nel testo l’autore indaga il cambiamento climatico a partire dalla sua assenza nella narrativa contemporanea, tranne rare eccezioni, sintomo probabilmente legato a una crisi della cultura che Gosh pertanto identifica come «fallimento dell’immaginazione» (op.cit p.16). Questa non sarebbe in grado di relazionarsi con il cambiamento climatico visto come una “unseen force” così come con molti altri esempi di presenze non umane.
A partire da La Grande Cecità, spaziando nel vissuto e nelle opere precedenti dell’autore e della tradizione antropologica alla quale appartiene, letterati e antropologi hanno interrogato il testo con l’ausilio dell’autore stesso.



Nel rapporto tra lo stile di scrittura e la tipologia testuale non c’è costrizione per Gosh:  “non decido che genere sto facendo […] Non vengono fuori da diverse parti della mia testa”. La sua motivazione  piuttosto che all’attivismo è  legata ad una volontà di introspezione, spiega l’autore, al desiderio di esaminare la sua prospettiva come scrittore e come pratica resistente rispetto al cambiamento climatico.
La prima parte del testo infatti, che titola Storie nella versione italiana, racchiude la problematica
di una relazione con l’ambiente presente, ma inespressa dal contesto culturale occidentale.
La riflessione durante il workshop si apre dunque a partire dalle suggestioni del libro rispetto ai limiti umani e al divino come agente con l’esempio, tra gli altri, della comunità egiziana del villaggio dell'Alto Delta, poi descritto ne Lo Schiavo del manoscritto[2], in cui Gosh ha fatto ricerca per la sua tesi di dottorato. L’intero operato della comunità, spiega Gosh, ruota attorno all’invidia, l’occhio del diavolo, che può investire chi possiede al di là dei limiti del merito e dove il senso della misura, dell’abbastanza per non attirarla, sono valori condivisi socialmente. Noi invece di consapevolezza dei limiti non ne abbiamo più.
Da questo approccio con la presenza non umana, protagonista in ogni libro di Gosh e ne La grande cecità, con il racconto in prima persona di quando da ragazzo durante un tornado guardò negli occhi la tigre: l’inspiegabile (op.cit.p37), scaturisce la difficoltà dello scrittore di trovare un linguaggio in cui rendere queste esperienze e l’interesse per presenze, esseri, agenti non umani.
Nella terza e ultima parte del testo, Politica nella traduzione italiana, Gosh analizza due esempi di narrazione che si cimentano con il cambiamento climatico cercando di riassumerne le forze ingovernabili che lo animano. Egli si concentra sulla retorica di Laudato si’ – l’enciclica di papa Bergoglio incentrata sul rispetto dell’ambiente, con il suo linguaggio di apertura e interazione con la povertà attraverso la valorizzazione delle esperienze degli umili, in contrasto con l’accordo di Parigi, in seguito alla conferenza sul clima del dicembre 2015, che cerca di incasellare la tematica in un mondo di expertise nonostante le rivolte “against exspertise all over the world”. Gosh afferma infatti nel testo che il cambiamento climatico «ha rovesciato l’ordine temporale della modernità (op.cit.p:72) mettendo in crisi il più importante concetto politico dell’era moderna, l’idea di libertà [ …] caratterizzata dal distacco della natura (ivi:149)».
Rispetto alle motivazioni sulla scelta di questi due testi, Gosh risponde che, pur non scrivendo né da religioso né da laico e pur scegliendo uno stile saggistico completamento diverso da quello contenuto nell’enciclica, sente le tematiche in essa contenute (il mistero dell’universo, la necessità di condivisione dei beni che la natura mette a disposizione) più definitive rispetto alle rilevazioni scientifiche di cui l’accordo di Parigi si arma scegliendo uno stile aulico e una chiusura verso il lettore non specializzato.
Nel corso della mattinata Gosh spiegherà come sia necessario riappropriarsi invece di questo spazio di interlocuzione con altri tipi di presenze e come la religione sia l’unica risorsa in grado di promuovere l’apertura di questo spazio e di muovere le masse rispetto alla sensibilizzazione sul cambiamento climatico.
Alla domanda sul perché elevi la religione come l’unica speranza per un’assunzione di responsabilità rispetto al cambiamento climatico, Gosh risponde “we don’t have time, we need to be practical, we need the most influence movement”. Dunque è la religione cattolica nella carismatica e impegnata figura di papa Francesco, il quale può raggiungere milioni di persone e sembra ampiamente recettivo verso le problematiche ambientali, a soppiantare l’impegno dei movimenti ambientalisti che sembrano invece aver fallito nel corso del tempo. Nonostante sia anch’egli un sostenitore dei grassroots movements, Gosh è sicuro che non salveranno il mondo avvertendo un’urgenza che a volte lo fa sentire come “Savoranola mentre inveisce contro il mondo, senza che nessuno gli creda”.


Innumerevoli altri aspetti del testo emergono dalla discussione e dalle domande, per esempio rispetto alle forme assunte dal potere concentrato attorno a chi controlla le fonti energetiche sia quelle legate ai combustibili fossili che quelle alternative rinnovabili. La storicità di queste scelte energetiche per il pianeta è trattata nella seconda parte nel testo presentato: Storie.
Per le fonti energetiche rinnovabili, diversamente che per carbone e petrolio, non conosciamo gli esiti della rivoluzione energetica che recano in seno, conosciamo invece l’impatto dei disastri ambientali sull’ordine sociale e su questo da antropologi possiamo concentrarci.
Altre suggestioni riguardano la responsabilità del modo di produzione capitalista nell’era dell’antropocene, che invece Gosh attribuisce maggiormente all’industrializzazione in sé dunque non solo nei paesi neoliberisti, ma anche – citando la Cina - nei paesi guidati da un assetto socialista o comunista che ruotano intorno a una produzione intensiva industriale.
E ancora intorno al rapporto tra letteratura e natura, macro categoria all’interno della quale Gosh prova a leggere il cambiamento climatico, le indicazioni di interpretazione che la discussione porta sono molteplici: lo sciamanesimo che caratterizzava il “nuovo mondo” senza letteratura ad esempio ci riporta alla convinzione che l’atto di leggere possa in qualche modo dispensare dal vedere le presenze intorno a noi. Inoltre gli studi dell’antropologo Rasmussen[3] sull’intersoggettività “between man and the glacial” tra gli Inuit, che conoscono qualcosa in più rispetto all’ambiente in cui vivono, che conoscono il ghiaccio e possono fare predizioni accurate su esso, ci legano agli studi antropologici precedenti sulla natura e le modalità con cui l’uomo si è relazionato con essa e con le sue forze nel tempo e in differenti aree e culture. Da qui riflessioni sul rituale “non come controllo ma per attivare” questa relazione con la natura e un’ invettiva contro la retorica della “ricerca di soluzioni” perché chi ha le risposte le userà contro le persone comuni, ci fanno concludere che non ci sono verità universali nemmeno per la scienza stessa, lì dove la letteratura sembra aver esaurito gli espedienti per raccontare la realtà naturale che ci circonda.
Concludiamo con disincanto che forse avremmo bisogno di una nuova forma, come Fenoglio ebbe bisogno della storiografia greca per spiegare la difesa di Alba. Una forma che renda la dimensione collettiva del cambiamento climatico e i fenomeni che esso si collegano, la migrazione su tutte, ma quale?



[1] https://www.amitavghosh.com/
[2] Lo schiavo del manoscritto (In an Antique Land, 1992) Einaudi, 1993 - Neri Pozza, 2009
[3] Rasmussen, Knud (1921). Greenland by the Polar Sea: The Story of the Thule Expedition from Melville Bay to Cape Morris Jesup. Transl. by Asta and Rowland Kenny. Published by W. Heinemann.

sabato 21 luglio 2018

Ricucire gli strappi della pratica antropologica. Dall’andata al ritorno, dal rurale all’urbano, dal campo alla teoria.


In occasione degli appuntamenti didattici del DACS, giovedì 31 maggio 2018, la prof.ssa Barbara Casciarri (Università Paris 8 – LAVUE) ha presentato un incontro seminariale dal titolo «Fare etnografia della “natura”, tessendo il filo tra campo e teoria» in cui, rielaborando le tappe del suo percorso di ricerca, ha offerto ai dottorandi degli strumenti utili per affrontare uno dei dilemmi cruciali dell’attività etnografica: la costruzione di un rapporto dialettico tra campo, teoria e scrittura. 
Il processo di rielaborazione dell’esperienza di campo rappresenta una fase cruciale dell’attività etnografica, in cui l’antropologo è chiamato a “tessere il filo” dell’antropologia che intreccia necessariamente presenza sul terreno e riflessione teorica. Esiste infatti uno scarto considerevole tra la fase di raccolta dei dati (produzione) e quella di analisi (interpretazione). 
«Come risaliamo, a partire da dati empirici, a linee di interpretazione teorica?», e ancora «Come, a partire da specifiche domande di ricerca, formiamo il metodo?». A partire da questi interrogativi, la prof.ssa Casciarri ha illustrato alcune delle modalità attraverso cui è riuscita a ricucire gli strappi caratteristici dell’attività etnografica, ponendo in essere un processo di costante rielaborazione del sapere capace di dare vita a connessioni illuminanti fra contesti molto distanti tra loro. 
La gestione delle risorse ambientali, e in particolare quelle idriche, rappresenta l'oggetto attorno al quale ruotano le indagini di Casciarri, tese ad articolare lo studio delle tecniche, del sapere e del potere nell'accesso a tali risorse. 
Impegnata dai primi anni ‘90 nello studio delle comunità pastorali del Sudan e dei sistemi di irrigazione delle comunità pastorali e agricole della Valle del Dra in Marocco, Casciarri è tornata successivamente in Sudan per dedicarsi all'analisi delle trasformazioni economiche e sociali connesse alla dismissione dei pozzi tradizionali presenti nel tessuto periurbano di Khartum, dando così origine ad un personale e prezioso processo di riconversione dal punto di vista tematico e areale. 
L’anno 2000 segna una svolta decisiva nel percorso di ricerca di Casciarri quando, discostandosi dallo studio delle comunità rurali del Marocco e del Sudan, sceglie di tornare in Europa per dedicarsi ai temi dell’ambiente in area urbana, dimostrando una straordinaria capacità di rielaborazione metodologica. 
Il salto etnografico compiuto da Casciarri evidenzia quanto l’attività dell’antropologo dipenda strettamente da un costante bricolage metodologico ed epistemologico utile, da un lato, a rimediare all'insufficienza di alcuni approcci socio-teorici che tendono a limitare la costruzione di un dialogo interdisciplinare, e dall'altro a sollecitare la rielaborazione di esperienze e conoscenze maturate in altri contesti per applicarle in nuovi terreni, anche geograficamente e strutturalmente molto lontani tra loro. 
L’attività didattica svolta presso l’Università Paris 8 ha rappresentato un ingranaggio fondamentale della transizione etnografica di Casciarri che, a partire da un seminario dedicato alle “Politiques de la Nature”, ha ideato una serie di stage etnografici in area urbana volti ad analizzare l’attività di “incorporazione sociale” delle “Natures en ville”, ad esempio nella zona suburbana di Montreuil.
Combinando aspetti rurali e urbani, storici e socio-politici, queste passeggiate etnografiche hanno permesso a Casciarri di elaborare una metodologia solida ricavando degli elementi di inquadramento trasversali rispetto ai singoli contesti considerati (rurali e urbani): 
a) Analisi del rapporto tra materialità e storicità, volto a comprendere i fenomeni contemporanei di (ri)politicizzazione; 
b) Rielaborazione di microstorie socio-ambientali utili a “far parlare le cose” (Appadurai); 
c) Ricostruzione dei processi di incorporazione (embeddedness) dei beni comuni, atti a mettere in evidenza la relazione pubblico/privato nell'attività di mercificazione all'interno di un contesto globale. 
La riflessione elaborata da Casciarri invita ad approfondire quell'ampio ramo della disciplina noto come “Antropologia dell’ambiente”, che include la Political ecology e l’Antropologia delle tecniche. 
La nozione di “ciclo idrosociale” rappresenta la chiave di volta di tutti i suoi lavori: è seguendo quelle che Casciarri chiama le «storie nascoste di acque locali» che è possibile far emergere la «natura poco naturale» dell’ambiente ecologico e sociale che ci circonda. Solo concependo l’ambiente quale sistema composto di reti (acqua, petrolio, minerali, metalli, ecc), costantemente attraversato da significati politici e culturali, è possibile cogliere gli assetti più ampi attorno ai quali spesso si annidano i semi dei conflitti socio-economici globali . 

Supporti teorici: 
Appadurai A., 1986. The Social Life of Things. Commodities in Cultural Perspective. Londres-New York, Cambridge University Press. 
Bédoucha G., 1987. ‘L'eau, l'amie du puissant’. Une communauté oasienne du Sud tunisien. Paris, Éditions des Archives Contemporaines (Collection « Ordres Sociaux »). 
Casciarri Barbara, 2013. «Systèmes sociotechniques, savoirs locaux et idéologies de l'intervention. Deux exemples de gestion de l'eau chez les pasteurs du Soudan et du Maroc», Autrepart, n° 65: 169-190. 
Casciarri B., Van Aken M., 2013. «Anthropologie et eau(x) affaires globales, eaux locales et flux de cultures». Journal des anthropologues, 132-133: 15-44. 
Casciarri B., 2011. «La desocialización del agua en las comunidades del Sur en tiempos de globalización capitalista : del sureste de Marueccos al Sudan central», in AYEB H. (ed), El agua en el mundo árabe : percepciones globales y realidades locales. Madrid, Casa Arabe: 107-139. 
Casciarri B., 2008. «Du partage au clivage : marchandisation de l’eau et des rapports sociaux dans un village du Maroc présaharien (Tiraf, vallée du Dra)», in BAUMAN E., BAZIN L., et alii (dir.), Anthropologues et économistes face à la globalisation. Paris, L’Harmattan: 87-127. 
Descola P., 2000. «L’anthropologie et la question de la nature», in DESCOLA P. (dir.), L’environnement en perspective. Contextes et représentations de l’environnement. Paris, L’Harmattan: 63-83.
Eker M., Loftus A., 2008. «The Power of Water: Developing Dialogues Between Foucault and Gramsci», Environment and Planning D: Society and Space, 26(4): 698-718. 
Kaika M., 2005. City of Flows. Modernities, Nature and the City. New York, Routledge. 
Latour B., 1997. Nous n’avons jamais été modernes. Essai d’anthropologie symétrique. Paris, La Decouverte. 
Loftus A., 2006. «Reification and the Dictatorship of the Water Meter», Antipode, 38(5): 1023-1045. 
Swygendow E., 2004. Social Power and the Urbanization of Water - Flows of Power. Oxford, Oxford University Press. 
Van Aken M., 2012. La diversità delle acque. Antropologia di un bene molto comune. Lungavilla, Altravista.

martedì 12 giugno 2018

Antropologia e Lavoro. Intersezioni teoriche e prospettive di ricerca.

A cura di Fulvia D'Aloisio
Ricercatrice, insegnante di Antropologia culturale e Antropologia delle società complesse presso il dipartimento di psicologia della seconda Università di Napoli. Si occupa di antropologia del lavoro e dell'impresa, di bassa fecondità in Italia. Ha pubblicato Donne in tuta amaranto. Trasformazione del lavoro e mutamento culturale alla Fiat-Sata di Melfi (Guerini & Associati), Milano 2003, e Non son tempi per fare figli. Orientamenti e comportamenti riproduttivi nella bassa fecondità italiana (a cura), Guerini &Associati 2007. È membro dell'Associazione Italiana Scienze Antropologiche (AISEA), e dell'American Anthropological Association.
 
Il campo d’indagine sul mondo del lavoro e in particolare quella branchia che chiameremo “antropologia d’impresa” è un settore di studi piuttosto recente, lontano dagli esotismi che hanno caratterizzato gli albori della disciplina. È in Francia, dove il legame tra antropologia e sociologia è stato più stretto, che questa forma di riflessione endotica ha dato il contributo maggiore a questo particolare campo analitico. In Italia invece questo filoni di studi interno alla disciplina è stato poco esplorato, focalizzando sovente l’attenzione su quelle pratiche lavorative artigiane e tradizionali, legate al folklore popolare piuttosto che al mondo del lavoro contemporaneo, alle logiche aziendali e all’organizzazione d’impresa. È a partire dagli inizi degli anni ’90 che Oltralpe iniziano le prime etnografie sul mondo del lavoro contemporaneo soprattutto grazie all’impegno di Monique Sélim che con il suo articolo-manifesto apparso sul Journal des antropologues del ’91 dal titolo emblematico Désacraliser l'entreprise : un terrain ethnologique banal contribuisce a sistematizzare concetti e metodologie per approcciare questo inedito spazio analitico.

Un caposaldo importante nell’impostazione teoretica e metodologica del lavoro promosso da Sélim consiste nel mettere a fuoco una visione globale dell’impresa, invitandoci a diffidare dall’appiattimento focale sulla sola classe di lavoratori salariati. Superare, dal punto di vista dell’analisi antropologica, la visione duale marxiana capitale-forza lavoro, può essere opportuno per cercare di mettere in evidenza quelle che sono le relazioni dialettiche che vengono creandosi fra lavoratori all’interno dell’impresa (antropologia nell’impresa) e provare a fornire una prospettiva più generale procedendo ad una comparazione tra imprese operanti nel medesimo settore (antropologia dell’impresa). Evitare di concepire un’antropologia dell’impresa fondata solo sull’analisi della forza lavoro, tenere in considerazione le dinamiche interne all’azienda, focalizzandosi anche sulle gerarchie e sul management che fanno parte di logiche limpide di organizzazione aziendale, significa per D’Aloisio cercare di analizzare come l’impresa si inserisce e si performa dentro i contesti locali e i tessuti sociali entro cui opera, analizzando i processi lavorativi e le economie che si modellano dentro i sistemi di relazione sociale (Malinowski, Polany) che prendono piede a partire da determinati processi storici. Evitare una sorta di ontologizzazione della nozione di “classe” ripensandone confini e contenuti è un primo doveroso passo per metterci nelle condizioni per approcciare al mondo del lavoro nel XXI secolo, dove alcuni temi cardine in auge nel ‘900 sono stati soppiantati o superati da nuove dinamiche di organizzazione e divisione del lavoro a livello globale. 
Risultati immagini per kasmir carbonellaUn concetto di classe aderente al nuovo modello di produzione transnazionale è proposto da Sharryn Kasmir e August Carbonella [1] i quali, ponendo l’enfasi sulle diverse esperienze lavorative degli individui, mettono in risalto come in uno stesso ciclo di vita, la biografia di un lavoratore possa attraversare differenti costellazioni di classe, contribuendo quindi a fornire una nuova concettualizzazione del termine, tutt’altro che omogeneo quanto piuttosto notevolmente dinamico, mutevole e per certi versi sfuggevole. Avvicinarsi allo studio sistematico dell’Antropologia d’impresa, avendo chiare alcune riformulazioni di concetti classici diviene quindi la condizione preliminare per guardare a fenomeni globali in parte lontani e svincolati da tradizionali sistemi analitici.

Prendendo spunto da un saggio del 2004 La globalizzazione non esiste (Sélim), D’Aloisio ragiona sugli assetti multinazionali delle imprese all’alba del nuovo millennio, allorché il loro muoversi nello spazio consente alle aziende di performarsi a seconda dei luoghi e dei tessuti sociali in maniera molto diversa e non sempre e non per forza alla ricerca di forza-lavoro a basso costo (esercito industriale di riserva per Marx) ma oggi più che mai, alla ricerca di manodopera ad alta qualificazione, in un’ottica che privilegia maggiormente lavori ad alto contenuto cognitivo. Per l’autrice sono cambiati gli indicatori dell’allocazione e distribuzione mondiale del capitale, sono cambiate le logiche con le quali le imprese si muovono e sono cambiati gli effetti che l’esportazione di lavoro e parti di produzione possono produrre ni territori in cui approdano. Per questi motivi è importante ripensare ai classici modelli che dominano il panorama degli studi sul lavoro e spostarci su un piano più interdisciplinare che sappia cogliere il passaggio da un sistema lavorativo (e analitico) imperniato sulla figura dell’operaio con caratteristiche legate al lavoro manuale e ripetitivo, a un modello di lavoro fondato su caratteristiche e competenze cognitive e affettive. Il cambio di paradigma è sensibile: le richieste delle imprese nei confronti dei dipendenti spingono verso un “saper essere” piuttosto che un “saper fare”.

In Italia i contributi più significativi in materia di analisi del mondo del lavoro vengono da Cristina Papa che ha cercato di proporre una visione dell’impresa come un coacervo di processi globali, decisioni, circuiti che esulano dalla singola dimensione nazionale o globale ma che ritornano al territorio in cui operano attraverso i lavoratori e le lavoratrici che all’interno di queste imprese lavorano. A livello internazionale una incisiva riflessione sullo stato dell’arte circa il nuovo mercato globalizzato del lavoro è stata portata avanti dall’ILO [2] che ha cercato di sistematizzare le categorie di flessibilità (esterna e interna legate rispettivamente al numero secco di lavoratori e alle dinamiche organizzative e di mobilità lavorativa all’interno di ogni singola azienda) e di precarietà, così come la definizione di decent work. Coadiuvato dallo studio di eminenti sociologi come Gallino e Cornero, il rapporto ILO chiarisce come il fenomeno della precarietà non sia solo il fil rouge delle trattazioni modaiole sul lavoro ma piuttosto come questa condizione caratterizzi la vita intera del lavoratore, inficiandone fin nel profondo ogni aspetto sociale e annullando ogni possibilità di identificazione del lavoratore con una determinata mansione. Siamo di fronte ad una sorte di rivoluzione copernicana laddove contrariamente al secolo appena trascorso, ogni illusione di stabilità e coscienza lavorativa collettiva vigorosa e proattiva viene definitivamente abbandonata. La nozione di decent work promossa dall’ILO dovrebbe cercare di spostare il vertice visivo verso una concezione “sostenibile” di impresa in cui il lavoro non sia generatore di condizioni di precarietà e di sofferenza ma che possa contare su una continuità del reddito, rispettando le norme salariali minime stabilite da ogni singolo contratto collettivo.

Nella seconda parte dell’incontro D’Aloisio ci ha illustrato i percorsi e le traiettorie di ricerca che l’hanno accompagnata negli ultimi 25 anni: la ricerca nel comune di Melfi, in Basilicata, dove ha sede la fabbrica FCA e il progetto interno al Gruppo Volkswagen presso lo stabilimento di Automobili Lamborghini a Sant’Agata Bolognese. L’analisi diacronica di lungo periodo nei due contesti ha permesso all’autrice di portare alla luce quelle che sono le differenti strategie dei due gruppi e le modalità di interazione con i tessuti socio- produttivi locali.


Risultati immagini per fiat melfiA partire dalla decisione di Fiat di negare l’acceso alla ricercatrice campana allo stabilimento lucano e la susseguente decisione di approfondire la ricerca nel comune di Melfi, lavorando perciò sulla vita della fabbrica ma fuori da essa, D’Aloisio ci porta a riflettere sulle modalità in cui il campo viene co-costruito con i propri interlocutori, diventando un’operazione tutt’altro che neutra, quanto piuttosto una complessa e delicata mediazione tra diversi attori in gioco. Contrariamente a quanto avvenuto in Fiat infatti, l’accesso all’interno dell’azienda Automobili Lamborghini è stato proposto e accolto con favore dal Gruppo Volkswagen che opera con dinamiche aziendali del tutto particolari, dove la presenza di un sindacato unitario che siede al tavolo con la proprietà e che è coinvolto nelle scelte manageriali, ha contribuito a facilitarne l’ingresso e le relazioni con gli interlocutori-lavoratori.

Il progetto di ricerca in Automobili Lamborghini si configura come una proposta autonoma, non commissionata dalla società tedesca, pertanto la possibilità di accesso sistematico e continuativo agli ambienti di lavoro così come ad operai e dirigenti, può essere a buon titolo considerato un unicum nel panorama degli studi dell’antropologia dell’impresa poiché beneficiaria di un modello del tutto singolare di relazioni industriali. Le scelte metodologiche del ricercatore e la composizione del suo campo quindi, dipendono in buona misura dalla storia dell’impresa e dai suoi rapporti aziendali interni ed esterni e non sono e non possono essere decisioni univoche e statiche dell’antropologo bensì un processo che comporta inevitabilmente deviazioni, cambiamenti, rimodulazioni in corso d’opera.

Dal punto di vista delle relazioni industriali e sulla localizzazione di macro- processi di scale globale i casi di Melfi e di Sant’Agata Bolognese sono meritevoli di attenzione per diversi motivi.

La sede lucana di Fiat, ultimo stabilimento aperto in Italia prima delle massicce esternalizzazioni, ha rappresentato il tentativo di superamento del modo di produzione fordista, introducendo una filosofia di produzione e un’organizzazione del lavoro inedita nel contesto automotive italiana, ossia quella del cosiddetto toyotismo giapponese, che intende la propria forza lavoro come “operai pensanti”, non solo quindi dediti a standardizzati movimenti ripetitivi ma molto più vicini a quella tipologia di lavoro cognitivo di cui sopra. Resta da verificare quanto questa nuova spinta proveniente da Oriente sia o meno riuscito ad attecchire nel particolare tessuto socio-produttivo lucano, uno dei più poveri d’Italia e d’Europa. L’apertura della sede melfitana ha rappresentato un rinnovato progetto di graduale abbandono delle grandi produzioni delle economie di scala, andando incontro a una sempre maggiore diversificazioni dei prodotti, a una maggiore personalizzazione degli stessi e contrazione della produzione per fette sempre più di nicchia di mercato. Partendo dalla domanda di ricerca dell’antropologa su come nuove dinamiche organizzative globali e mutamenti culturali radicali influenzino il tessuto sociale, economico e politico locale, risulta ora chiaro come Melfi sia stato un esperimento di come la filosofia del lavoro Toyota e un nuovo modello di lavoratore, potesse essere declinato in ambito Occidentale [3]. Secondo D’Aloisio infatti ci sono state ricadute a più livelli nella vita sociale e culturale della comunità, a partire dal nucleo famigliare con un notevole aumento dei tassi di divorzi e separazioni, una rifunzionalizazione delle reti di vicinato, fino ad arrivare ad un nuovo modello di operaio, diplomato e qualificato [4] in grado di avere a che fare con un’elevata tecnologizzazione dei macchinari.

Le spinte globalizzatrici, i flussi di capitale, la divisione del lavoro e l'alto grado di conoscenze e competenze tecnologiche e d’avanguardia hanno interessato anche il contesto produttivo meccanico emiliano compreso tra Bologna, Modena e Reggio Emilia ed in particolare la famigerata casa automobilistica Lamborghini nel suo rapporto con la casa madre Volkswagen, che la vede come un unicum nel complesso panorama italiano delle relazioni industriali. L’incontro della cultura Volkswagen con l’expertise metalmeccanico e manifatturiero emiliano e con il sindacato FIOM [5] ha portato in dieci anni ad un raddoppio sia del fatturato dell’azienda sia del numero di lavoratori, ponendosi in ambito europeo come un modello virtuoso in cui la solidità di un gruppo multinazionale si interseca con la l’intelaiatura tecnica avanzata sia in campo di manodopera, sia in campo di rapporti azienda-sindacato a livello locale. Questo sodalizio va ad inserirsi all’interno di una teoria più ampia delle catene globali del lavoro, dove sembra chiaro come risulti indispensabile per produrre valore, lavoro, prestigio e solidità ad un gruppo multinazionale, scommettere sulle relazioni socio-produttive ad alto contenuto cognitivo e tecnologico piuttosto che rifarsi ad una smodata delocalizzazione d’impresa in cerca di sola manodopera a basso costo.

In conclusione, questi esempi etnografici si configurano dal punto di vista dell’analisi antropologica dell’impresa come ciò che possiamo intravedere a livello locale, di come un tessuto economico, culturale, sociale particolare interagisca con movimenti globalizzanti e con grandi gruppi industriali dal carattere multinazionale.



[1] Blood and Fire. Toward a Global Anthropology of Labor, Berghahn Books, Oxford, 2014
[2] International Labor Organization
[3] Un particolare turno di lavoro è divenuto famoso nel settore automotive europeo: Melfi è stato l’unico stabilimento che ha adottato una turnazione 6 su 7 con il turno notturno di sabato che prevedeva lo smonto la domenica mattina. L’intensità di lavoro fino ai primi anni ’10 era stimata in 1500 vetture al giorno, la più alta d’Europa.
[4] I giovani operai (tutti al di sotto dei 32 anni) venivano chiamati “giapponesi di Melfi”
[5] Unico sindacato presente in Automobili Lamborghini