lunedì 12 giugno 2017

I seminari del DACS: "L'espansione europea nel Tardo Medioevo"

“Servirsi nel piatto degli altri con meno complessi possibili”. È con questa definizione di interdisciplinarietà che il Prof. Heim Burstin, docente di Storia Moderna presso il nostro Ateneo, ha dato il via al seminario DACS tenutosi il 24 maggio 2017. Se la Storia ha un privilegio, infatti, è proprio quello di poter instaurare un dialogo “predatorio” con tutti i saperi disciplinari che si avvicendano nel panorama accademico e non solo; privilegio ingrato, poiché solo lo scorrere inesorabile del tempo può concederlo. Di qui la proposta di un innesto consolatorio che a partire da una prospettiva storica possa tentare di pacificare il disagio della nostra “scienza inquieta”, come ebbe a definire l’antropologia il Prof. Malighetti durante uno dei primi seminari. 
Cristoforo Colombo

Da studioso ed esperto di Rivoluzione Francese, Burstin ha tuttavia voluto offrire il suo prezioso contributo parlandoci di un’altra rivoluzione; quella che nel corso del 1400 portò letteralmente alla moltiplicazione dei mondi conosciuti. A partire da una prospettiva storica esplicitamente riferita all’approccio della World History, dunque legata a istanze anti-etnocentriche (dal sapore inevitabilmente antropologico), la lezione si è proposta con il seguente titolo emblematico: “L’espansione europea nel Tardo Medioevo” e ha inteso illuminare quel cono d’ombra che soggiace dietro la scoperta dell’America o, per dirla con Todorov, “la conquista” dell’America; una zona temporale spesso sacrificata alla memorabile data del 1492, come se per quell’impresa non fossero occorsi secoli di conoscenze stratificate, tecnologie trasversali, esperimenti audaci e miserabili fallimenti. Solo partendo da tale presupposto è possibile dunque convincersi del fatto che la traversata di Colombo non fu un che un punto d’arrivo, l’esito glorioso (e sanguinario) di una serie innumerevole di fattori che la resero possibile, tanto dal punto di vista immaginativo, quanto, soprattutto, dal punto di vista pratico.
Mappa dell'El Dorado


Al di là delle fantasie che per secoli hanno alimentato le più fervide utopie e le più orrorifiche paure da proiettare oltre le Colonne d’Ercole, in uno spazio immaginario e immaginato, popolato di amazzoni, creature fantastiche e paradisi terrestri – fantasie concretizzatesi nelle cartine geografiche del tempo così come nell’aspettativa mossa da avidità dei conquistadores -, restano le evoluzioni tecnologiche che i saperi di avventurosi esploratori, naviganti e scienziati, hanno trasformato in strumenti di navigazione indispensabili all’espansione europea: bussole, sestanti, cartine, timoni, alberi da vela, imbarcazioni… Tutti strumenti che, applicati alla scoperta dei grandi venti costanti e regolari degli Alisei, permisero di approdare nelle Indie Occidentali. 
Ma non è tutto. Afferma Burstin, infatti, che proprio nell’ottica di una Storia che sappia ragionare su grande scala è doveroso aggiungere dinamiche di più ampio respiro che sospinsero quelle caravelle pioniere attraverso l’Atlantico. Non bisogna dimenticare, allora, la forte crescita demografica che caratterizzava il periodo tardo medievale e la conseguente esigenza di reperire risorse alimentari che ne potessero soddisfare la fame; così come il progetto religioso di espansione della fede cattolica, in cerca di proseliti da catechizzare; e la necessità di sviluppare vie marittime alternative alla rotta mediterranea che consentissero di raggiungere l’Oriente, dal momento in cui l’Impero Ottomano ne ostacolava il transito; ma anche il bisogno di oro e argento per la coniazione della moneta, così come il bisogno di spezie ed altri beni ancora. Solo prendendo in considerazione l’insieme congiunto di tutti questi elementi è possibile leggere la storia di Colombo in una prospettiva anti-etnocentrica e cominciare, dunque, a vedere con altri occhi tutto quel che seguì quel fatidico 1492.

venerdì 9 giugno 2017

Bando di ammissione alla nuova edizione del DACS: scadenza il 3 luglio!

E' aperto il nuovo bando di ammissione al Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale dell'Università di Milano Bicocca. Quest'anno i posti a concorso sono in tutto 5: 1 senza borsa e 4 con borsa, 2 dei quali riservati a studenti che hanno conseguito il titolo di accesso presso un Ateneo estero. La presentazione delle domande di ammissione, tramite le Segreterie Online, dovrà' avvenire entro e non oltre le ore 12 del 3 luglio 2017. Trovate tutti i dettagli nel bando di concorso completo in lingua italiana  e inglese.


Call for applications for the new edition of the Cultural and Social Anthropology PhD Course (DACS). Deadline: 3 July 2017 at 12 noon (Italian time).

This call for applications governs the procedures for admission to the Cultural and Social Anthropology PhD Course (DACS) at the University of Milano Bicocca. To participate in the admission test, all applicants must submit their application online, directly from the website of the University of Milano-Bicocca www.unimib.it, by accessing the Online Registrar’s Office not later than the deadline of 3 July 2017 at 12 noon (Italian time). This year the total number of places available is 5: 1 place without scholarship, 4 places with scholarships (2 places reserved to foreign university graduates). For more details please refer to the Italian and English version of the Announcement for PhD admission a.a. 2017/2018.

Convocatoria para la nueva edición del DACS: expiración del plazo el 3 de Julio!

Está abierta la nueva convocatoria de admisión para el Doctorado en Antropología Social y Cultural de la Universidad de Milán-Bicocca. Este año los puestos disponibiles son 5 en total: 1 sin beca y 4 con beca, dos de las cuales están reservadas para los estudiantes que hayan obtenido el título de acceso en una universidad extranjera. La presentación de las solicitudes de admisión – a través de las Secreterías online – debe hacerse no más tarde de las 12 horas del dia 3 de Julio 2017.
Encuentran todos los detalles de la convocatoria en idioma italiano e inglés en los siguientes enlaces,

Appel à candidatures pour la prochaine édition du Doctorat en Anthropologie Culturelle et Sociale (DACS). Date limite : 03 juillet 2017 à 12 heures)

L’Université de Milan Bicocca, dans le cadre de son programme de formation doctorale, lance un appel à candidatures pour le recrutement de cinq (05) doctorants en Anthropologie Culturelle et Sociale. L’un (01) des lauréats sera sans subvention et les quatre (04) autres bénéficieront d’une bourse d’études, dont deux (02) seront attribuées aux étudiants ayant déjà obtenu leur admission dans une université étrangère.  Les candidatures sont à soumettre à partir du secrétariat en ligne au plus tard le 03 juillet 2017 à 12 heures (heure de l’Italie). 
Pour plus de renseignements sur cette annonce, consultez les liens (en anglais et en italien) ci-après.

Chamada para inscrições para a nova edição do DACS: prazo final dia 03 de julho!

Está aberta uma nova chamada para a admissão ao PhD em Antropologia Cultural e Social na Universidade de Milão Bicocca. Este ano, as vagas do concurso são 5: 1 sem bolsa e 4 com bolsa, duas das quais estão reservadas para os alunos que conseguiram o título de acesso numa universidade estrangeira. A apresentação dos módulos de admissão, através das Secretarias Online, deverá ser feita, ao mais tardar, até às 12 horas do dia 3 de Julho de 2017. Todos os detalhes do concurso estão disponíveis em língua italiana e em inglês.


giovedì 4 maggio 2017

“Spazio vitale”: il blitz alla Stazione Centrale contro i migranti come forma di riproduzione dell’Italianità

Alla Stazione Centrale, il giorno dopo, c’era un’atmosfera particolare. Anche se in apparenza sembrava tutto uguale. Un’autoblindo della polizia e tre camionette dei militari stazionavano stabilmente al centro della piazza principale. Un gruppo misto tra polizia e militari faceva la ronda attorno alla stazione. Tutto intorno il perimetro della piazza c’erano gruppi di migranti sparsi in base alle zone di provenienza. Tutto come ogni giorno, in apparenza. Quello che rendeva l’atmosfera particolare era l’effetto ottico. La piazza centrale della stazione era pressoché vuota. Lo spazio antistante alla stazione, quello più ampio, e passaggio principale per pendolari e viaggiatori, era occupato unicamente da poliziotti e militari. Le parole di Matteo Salvini, pronunciate durante la diretta Facebook del blitz, sembrano in questo senso più che appropriate. L’intento del blitz sembra sia stato quello di “ripulire” la piazza.  Disperdere e confinare la “massa” migrante dal centro ai margini dello spazio principale della Stazione Centrale.

Le affinità elettive tra una certa retorica politica e l’azione istituzionale non sono di certo un fenomeno nuovo in Italia; il decreto Minniti, appoggiato dalla stragrande maggioranza dell’arco politico italiano, in questo senso, costituisce solo l’ultima spia di questa sovrapposizione. Tuttavia quanto accaduto in Stazione Centrale, per certi aspetti, rischia di inaugurare una nuova fase. Una fase che vede una saldatura tra il discorso sulla gestione dei flussi migratori transnazionali e quello sull’identità nazionale, dove è il territorio, la piazza, lo spazio condiviso tra status e gruppi sociali contrapposti che diventa l’oggetto del contendere.
Il confinamento della presenza migrante in Stazione Centrale, l’espulsione dalla piazza principale, può iscriversi in un processo di risemantizzazione della dinamica tra visibilità e invisibilità (Carter, 2010) nella gestione delle migrazioni forzate in Italia. Fino al 2011, difatti, tale flusso rimaneva perlopiù distante (tanto discorsivamente, quanto spazialmente) dallo spazio pubblico. Le sue rappresentazioni oscillavano tra un’ipervisibilizzazione dello “sbarco” (di cui Lampedusa ha costituito il centro simbolico e che Cuttitta (2012) ha definito come lo “spettacolo del confine”) e un’invisibilizzazione successiva, con il confinamento dei richiedenti asilo nei vari centri di smistamento, detenzione, controllo (CIE, CPT, CARA, etc) predisposti a livello istituzionale. Negli ultimi anni però il rapporto tra visibilità e invisibilità nella gestione delle migrazioni forzate ha assunto nuove forme. Sin dal 2011, con il rilascio di permessi umanitari ai soggetti in fuga sbarcati in Italia durante l’Emergenza Nord Africa, si è assistito a un transito sempre più cospicuo di richiedenti asilo attraverso le frontiere interne europee. Tale fenomeno ha paradossalmente assunto maggior vigore dal 2013, con la chiusura dello stato d’emergenza in Italia e la normalizzazione del sistema di contenimento della mobilità migrante. Da quel momento, gli spazi di frontiera e i punti di snodo nevralgici delle maggiori città sono andati progressivamente configurandosi come punti di ipervisiblizzazione della presenza migrante in Italia, entrando a far parte del dibattito pubblico sulla gestione e il controllo delle migrazioni forzate.
Milano, e la Stazione Centrale in particolare, ha costituito un esempio di gestione dei flussi informali attraverso un paradigma di tipo umanitario: organizzando e coordinando l’accoglienza ai richiedenti asilo in transito, la stessa amministrazione comunale si è attivata per fronteggiare il ruolo di hub informale che la città ha assunto negli ultimi anni.
Quell’informalità, questa ipervisibilizzazione del flusso migratorio, oggi è al centro del dibattito pubblico italiano. Un dibattito che ha portato a un cambio di paradigma: alla gestione umanitaria del flusso informale dei richiedenti asilo si è andata sovrapponendo e istituzionalizzando una retorica securitaria. Una retorica che, agganciandosi a un paradigma nazionalista, ha prodotto un matrimonio pericoloso.

Il blitz in Stazione Centrale costituisce la prima concreta manifestazione di questa unione. Dalla retorica politica su un’italianità a rischio di “contaminazione” (la sostituzione etnica invocata dall’estrema destra) si è infatti passati a un’azione istituzionale tesa alla difesa “dell’italianità”.


In Stazione Centrale, la formula “lo stato c’è” ha assunto così le forme della polizia/pulizia, costituendo la “naturale” modalità attraverso cui “fronteggiare” la presenza migrante. Si inaugurano così nuovi modelli. Dalla spettacolarizzazione del confine si è passati a spettacolarizzare il contenimento e la repressione, a elogiare gli elicotteri e la polizia a cavallo che arrestano, identificano e disperdono i migranti. Il messaggio istituzionale è inequivocabile: viene contrapposta una cittadinanza attiva (Italiana) a una “massa” migrante (straniera), razzialmente connotata e percepita come strutturalmente illegittima. La piazza principale della Stazione Centrale diventa così uno “spazio vitale” da liberare, da restituire alla nazione. La rappresentazione della contrapposizione tra divisa blu e pelle nera sotto l’ombrello della gestione del fenomeno migratorio catapulta lo scenario italiano in un campo discorsivo in forte espansione in occidente. Un campo che legittima e promuove muri, repressione e chiusura delle frontiere. Il blitz, lungi dal costituire un episodio isolato, sembra poter essere l’apripista di nuove modalità attraverso cui riprodurre un’italianità sempre più schiacciata sull’isomorfismo tra cittadinanza, nazione e razza.


domenica 23 aprile 2017

I seminari del DACS: “Un approccio cognitivo allo studio antropologico delle idee e delle credenze religiose”



A ciascuno di noi sarà capitato almeno una volta nella vita di giocare a cercare volti di animali o di cose nelle bianche rotondità del cielo, nel fogliame dei cespugli, o nei sassi; a qualcuno magari sarà successo di intravvedere una faccina sorridente nel tombino del marciapiede su cui camminava; altri avranno parlato al proprio animale domestico come se si stessero rivolgendo a una persona.
 
Tutti questi esempi rimandano a quella capacità della mente umana di antropomorfizzare oggetti e animali, sia riconducendone le sembianze a qualcosa di molto familiare e noto, sia proiettando su di essi facoltà tipicamente umane. Nota anche come pareidolia (dal greco εἴδωλον, "immagine" e παρά, "vicino"), tale capacità, oltre a restituire un senso di ordine alla nostra percezione della realtà esterna, sarebbe anche alla base dello sviluppo delle credenze in entità fantasmatiche
 
L’obiettivo del Prof. Scarduelli in occasione del seminario del 12 aprile era di riflettere con noi su quali siano le premesse cognitive alla base delle credenze nell’esistenza di tali entità fantasmatiche, vale a dire di quell’insieme di entità ascrivibili alla sfera del sacro, che vanno dagli spiriti della natura, alle divinità ancestrali, fino alle creature delle cosmologie più complesse (come nel caso dell’induismo).

Nel tentativo di coniugare gli studi cognitivi più avanzati sul funzionamento della mente con i contributi della paleontologia sull’evoluzione degli ominidi, il Prof. Scarduelli ha dunque proposto un abbozzo di modello teorico antropologico che vorrebbe gettare luce su questa capacità, tipicamente umana, di creare entità fantasmatiche e di attribuirvi uno statuto ontologico. Il suo modello teorico subisce l’influenza di diversi contributi: dell’antropologo Pascal Boyer, il cui articolo “What Makes Anthropomorphism Natural” (1996) era tra le letture preliminari al seminario, autore tra l’altro del libro “E l’uomo creò gli dei” (Odoya, 2010); delle suggestioni provenienti da Ara Norenzayan, autore di “Grandi dei" (Raffaello Cortina, 2014); della portoghese Diana Espirito Santo, autrice e curatrice del volume “Making spirits” (Tauris, 2013); ma anche di “Religion and Material Culture” (Routledge, 2010) curato da David Morgan.

L’ipotesi alla base di questo tentativo di far convivere l’antropologia culturale con la psicologia intuitiva, le scienze cognitive e la biologia evoluzionista, è che l’evoluzione umana sia stata influenzata dalle pratiche dei primi ominidi, pratiche strettamente culturali, che avrebbero avuto ricadute sulla filogenesi dell’Homo sapiens sapiens. Infatti, tutte le caratteristiche che ci qualificano come esseri umani, e in particolare la nostra struttura scheletrica, il coordinamento mano-cervello, la stessa struttura fisiognomica della nostra faccia, come anche il linguaggio e i meccanismi cognitivi, sarebbero in stretta relazione con lo svilupparsi delle credenze in entità fantasmatiche. Questi particolari tipi di credenze sarebbero, secondo il Prof. Scarduelli, un sottoprodotto del processo evolutivo (un sottoprodotto da intendersi non in termini dispregiativi o sminuenti, ma solo nel senso di un fenomeno non previsto). Dal punto di vista filogenetico, ciò significherebbe che la selezione naturale avrebbe preferito quei meccanismi cognitivi che apparivano più funzionali alla sopravvivenza degli esseri umani. Tali meccanismi, tuttavia, una volta trasposti in un contesto diverso, non più caratterizzato dall’imperativo alla sopravvivenza, avrebbero continuato a funzionare ma in un modo diverso dal loro scopo originario. 
 
Secondo Boyer, ciò che caratterizza il nostro modo di concepire le entità fantasmatiche è la possibilità che gli esseri umani hanno di interagire con esse. Ciò che l’antropologo sottolinea, a partire dai risultati di un esperimento dello psicologo Justin L. Barrett sul concetto di Dio, è la tendenza da parte dei soggetti ad assegnare a Dio delle capacità che normalmente si attribuiscono all’essere umano. Tale inclinazione sarebbe alla base dell’estensione del concetto di umanità alle entità fantasmatiche, e avrebbe quindi portato gli esseri umani a concepire gli spiriti, le divinità, gli dei, come esseri umani, come entità con le quali si sarebbe potuto interagire, allo stesso modo che con gli altri esseri umani, avendo quindi le stesse aspettative nei loro confronti e, in alcuni casi, attribuendo ad essi sembianze antropomorfe. Le loro caratteristiche contro-intuitive – come le definisce lo stesso Boyer – ovvero il fatto di avere una biologia anomala (caratterizzata dall’assenza di bisogni fondamentali come cibo, sonno etc.) e le loro capacità sovra-umane (volare, risorgere dopo la morte, capacità demiurgiche etc.), in violazione delle leggi della fisica, non avrebbero comunque impedito di costruire (e di pensare) tali entità come esseri umani (o per parafrasare il linguaggio biblico, a propria immagine e somiglianza), anche se per di più l’antropomorfismo avrebbe riguardato il comportamento più che le sembianze fisiche.

Ma allora, si è chiesto il Prof. Scarduelli, da dove scaturirebbe, da un punto di vista cognitivo, questa tendenza ad attribuire caratteristiche umane ad altri esseri animati e inanimati, alla base della credenza in entità fantasmatiche?

Boyer tenderebbe a dare una risposta in termini puramente descrittivi, limitandosi a descrivere i meccanismi di attribuzione di intenzioni tipicamente umane anche agli esseri soprannaturali. Diversamente, la proposta del Prof. Scarduelli è di analizzare la filogenesi dei primissimi ominidi e, in particolare, di risalire all’attività venatoria da essi praticata, per lo meno a partire dall’Homo erectus. La caccia di grossi animali, infatti, si configurava come pratica collettiva e come tale richiedeva non solo una raffinata progettazione preliminare, ma anche attività di coordinamento, divisione dei compiti e capacità di comunicazione. Quanto a quest’ultima, fondamentale era la capacità di capire le intenzioni degli altri, a partire dalla interpretazione della loro espressione del volto, e quindi dei movimenti dei muscoli perioculari e della motilità dei muscoli labiali etc. Proprio la capacità di comprendere le intenzioni degli altri sarebbe stata fondamentale per lo sviluppo dei legami sociali, oltre ad essere un importante tratto distintivo dell’essere umano rispetto alle altre specie animali.


Secondo il Prof. Scarduelli, la capacità di immaginare che qualcosa esista al di fuori della nostra percezione è una delle tre facoltà fondamentali alla base del linguaggio umano (distanziamento), assieme alla produttività, cioè la possibilità di costruire un numero potenzialmente infinito di messaggi; e all’arbitrarietà, che fa sì che i significanti siano di per sé liberi da vincoli e costrizioni e che tra parola e referente vi sia un rapporto convenzionale. Sarebbe proprio il distanziamento a consentirci di parlare di oggetti, eventi e persone anche molto lontani nello spazio e nel tempo, a parlare di ciò che non esiste, a elaborare equazioni algebriche, così come a pensare alla musica senza ascoltarla, mentire etc. Ed è grazie ad esso, ad esempio, che sono potute nascere la fantascienza o la storia.

La capacità di ritenere reali le entità fantasmatiche antropomorfiche (dotate di un carattere, di emozioni e di volontà) potrebbe allora essere dovuta a un iper-distanziamento, ovvero a una facoltà cognitiva umana utilizzata in un modo diverso da quello per cui si era originariamente formata. Riprendendo un termine utilizzato dallo stesso Barrett (citato a sua volta da Boyer), Scarduelli chiama iper-riconoscimento la capacità di attribuire caratteristiche umane ad altri oggetti animati e inanimati. Anche secondo Barrett tale capacità avrebbe avuto origine proprio dall’attività di caccia dei primi ominidi. Da qui avrebbe preso forma un sistema di inferenza che avrebbe permesso di distinguere nell’ambiente circostante qualsiasi cosa dotata di intenzionalità, umana o non umana. Barrett definisce l’iper-riconoscimento come “sistema di individuazione di agente intenzionale” e lo assimila al cosiddetto “balzare alle conclusioni”, intendendo con ciò la facoltà di pensare all’esistenza di un ente intenzionale anche laddove avrebbero potuto esserci altre spiegazioni plausibili. Esso avrebbe avuto la funzione di mettere in guardia rispetto a potenziali minacce e, da un punto di vista evolutivo, si sarebbe rivelato più vantaggioso rispetto alla tendenza a minimizzare o a sottostimare il pericolo.

C’è poi un altro aspetto da considerare, che si lega strettamente al meccanismo dell’iper-riconoscimento rilevato da Barett: il disconoscimento. Se da un lato è vero che l’iper-riconoscimento sarebbe in grado di spiegare perché le entità fantasmatiche abbiano cominciato ad essere assunte come reali, dall’altro, il disconoscimento avrebbe permesso di pensarle come entità autonome, separate da noi stessi, e con le quali poter instaurare rapporti di gerarchia o di scambio. La reciprocità e la gerarchia sarebbero proprio le due forme fondamentali delle nostre relazioni sociali, e d’altro canto presso popolazioni distinte si ritrova spesso una corrispondenza fra la gerarchia del mondo degli spiriti e quella della sfera dell’umano. Come afferma lo stesso Prof. Scarduelli nel suo “I rituali del potere” (Carocci, 2014), i dati paleoantropologici che hanno portato alla scoperta dei rituali di doppia sepoltura, così come alla simbologia cromatica delle ossa dei defunti, darebbero ulteriore sostegno a queste ipotesi.

Il seminario, in conclusione, ci ha lasciato con alcuni fecondi spunti di riflessione e importanti suggestioni. In generale il Prof. Scarduelli, ormai alle soglie della pensione, ci ha messo in guardia da alcune tendenze sempre più in voga nel mondo accademico attuale: in primo luogo dalla tendenza alla iper-specializzazione degli antropologi, sempre più esperti del proprio settore di studi ma anche, di conseguenza, sempre meno in grado di dialogare fra loro; poi dal fatto che altri scienziati sociali, e in particolare i sociologi, si siano appropriati dell’etnografia, il metodo per eccellenza dell’antropologia, con l’effetto di snaturarlo e, cosa ancor più grave, di ridurne la complessità. 
 
L’invito per tutti noi è di mantenere un atteggiamento sempre aperto verso ogni contributo, non solo antropologico; di leggere la produzione scientifica di altre discipline, in modo da trarne nuova linfa e ispirazione. Inoltre, in un mondo accademico sempre più investito dalla logica della produttività (una logica economicistica, a noi poco familiare), tradotta nell’imperativo a pubblicare il più possibile senza rispetto per il tempo soggettivo del ricercatore per quello necessario alla rielaborazione dell’esperienza di campo, mi sembra che la parola d’ordine possa diventare…
RESISTERE
RESISTERE
RESISTERE

venerdì 7 aprile 2017

I seminari del DACS: "Per un'antropologia dell'oltremare europeo?"

Pubblichiamo, in lingua francese, le riflessioni di Ismailou Balde, dottorando DACS del XXXII ciclo, sul seminario tenuto da Adriano Favole:

Comme la plupart des mercredis, s’est tenu le 22 mars 2017 le séminaire doctoral en anthropologie culturelle et sociale sur le thème ci-dessus indiqué. Le Professeur Adriano Favole à l’aide des supports documentaires et une présentation claire et détaillée a décrit cet exemple spécifique de l’île de la Réunion qui est restée inhabitée jusqu’au début du XVIIème siècle. N’ayant donc pas de population autochtone, l’île a connu un mode de peuplement dicté par la volonté de la métropole française (cohabitation des peuples d’origines et de cultures différentes) et un système de gouvernance (de la colonie au département d’outre-mer) qui ont marqué l’identité du peuple réunionnais. A cet effet, l’acculturation, la réinvention culturelle et la créolisation gage du métissage sont des modèles qui caractérisent la vie socioculturelle des populations de cette île. Cet exemple dont les réalités historiques le rendent atypique n’est pourtant pas un cas totalement isolé, du moins en Afrique notamment dans les pays (Afrique du Sud, Mozambique, Namibie, Zimbabwe, ….) qui ont connu la colonisation dite de "peuplement". Dans ces pays et mêmes chez les autres d’ailleurs, évidemment à des degrés différents, les pratiques sociales et culturelles des peuples "autochtones" ont été influencées par celles du colonisateur, sans oublié le rôle des média sous leurs diverses formes. C’était, entre autres, pour parer à une telle forme de domination que certaines personnalités notamment africains (Béhanzin, Samory Touré, Kwamé N’Krumah, Patrice Lumumba, Ahmed Sékou Touré, …) se sont opposées à la colonisation ou se sont battues pour l’indépendance du continent.


A l’île de la Réunion, cette prise de conscience de la population et des autorités locales de cet état de fait est aussi un grand pas vers la reconstruction ou la construction de leur identité culturelle. Le projet de création de la Maison des civilisations et de l’unité réunionnaise initié par le Président du Conseil Régional (Paul Vergès) en est une des illustrations. 

De notre point de vue, ce phénomène rappel les peuples nomades qui sont souvent très conservateurs mais qui subissent tout de même l’influence des pratiques culturelles des communautés des nouveaux lieux d’établissement, et inversement. A ce titre, nous trouvons ce séminaire très intéressant et inspirateur pour notre projet qui vise entre autres à étudier les pratiques de l’élevage au Fouta Djalon (Guinée) où le groupe cible (peuls éleveurs transhumants qui s’y sont installés entre le XVème et XVIème Siècle) a connu plusieurs mouvements migratoires (internes et externes) soit à la recherche des meilleures conditions de pâturage ou sous l’influence des politiques (précoloniale, coloniale et la Guinée indépendante). 

giovedì 6 aprile 2017

Mostra fotografica "Il mondo dell'antropologia": call for pictures

La fotografia è sin dalle origini della disciplina uno strumento assai rilevante, complesso e per molti versi controverso della ricerca antropologica. Linguaggio complementare rispetto alla scrittura per la restituzione del lavoro di campo, filtro attraverso cui osservare l’altro e al tempo stesso specchio del posizionamento del soggetto nell’ambiente e nelle relazioni con i suoi interlocutori. Le immagini, evocative, descrittive, euristiche che siano, sono una componente essenziale del modo con cui raccontiamo il mondo e il nostro lavoro di antropologi. 

Qual è il modo specifico in cui oggi usiamo la fotografia sul campo? Che cosa distingue il nostro sguardo rispetto a quello di un turista, di un giornalista o di chi utilizza la macchina fotografica in altri campi della ricerca sociale? In che modo le nuove tecnologie influenzano il nostro modo di produrre e utilizzare le immagini? 


Assumendo come punto di partenza tali domande, proponiamo ai dottorandi del Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale e agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell’Università di Milano Bicocca di contribuire alla realizzazione di una mostra fotografica dal titolo “Il mondo dell’antropologia”. Obiettivo dell’iniziativa è dare visibilità all’interno dell’Ateneo e al di fuori dell’Università alle conoscenze e alle pratiche dell’antropologia attraverso una serie di immagini che illustrino gli ambiti di ricerca e lavoro degli studenti e dei dottorandi del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, sviluppando attraverso di esse una riflessione critica sulle modalità attraverso cui la fotografia concorre a costruire e divulgare il nostro sapere, nonché a plasmare l’immaginario pubblico rispetto a chi siano e cosa facciano gli antropologi.

È dunque aperta una call for pictures con lo scopo di selezionare le 20 immagini che costituiranno la mostra. Tra queste, 15 dovranno provenire da dottorandi e dottori di ricerca e 5 da studenti di laurea magistrale. Le fotografie dovranno essere in formato jpeg con risoluzione minima di 300 dpi e andranno inviate tra il 10 aprile e il 10 maggio 2017 all’indirizzo dacs.unimib@gmail.com in allegato a una mail contenente nome e cognome dell’autore e una didascalia di lunghezza massima di 500 caratteri spazi inclusi, che comprenda titolo della fotografia, luogo e data. Gli scatti potranno appartenere a una delle seguenti categorie: a) contenuti della ricerca sul campo – luoghi, persone, pratiche, oggetti  b) aspetti del lavoro del ricercatore sul campo e a casa c) dimensioni della presenza degli antropologi nel mondo delle professioni, al di fuori dell’accademia.

Partecipate numerosi!