lunedì 6 febbraio 2017

I seminari del DACS: “Campo: Foucault e Bourdieu”

Dopo lo scorso seminario dedicato al “campo della scrittura”, il 25 gennaio noi dottorandi del DACS abbiamo condotto una riflessione sulla nozione più generale di campo. Scopo della lezione, magistralmente tenuta dal Prof. Carmagnola, era infatti di delineare le caratteristiche del campo in quattro ambiti diversi: in antropologia, nel pensiero di Foucault, in quello di Bourdieu e infine nella sua dimensione estetica. La considerazione di domini diversi nei quali questo concetto s’inscrive e quindi la sua definizione plurale, ha permesso di approcciare l’immagine del campo nella sua complessità e diversità.

Nella prima parte del seminario il Prof. Carmagnola ha affrontato l’ambito antropologico, prendendo come riferimento il libro “Filosofia delle scienze umane” di Silvana Borutti. Seguendo una divisione tripartita, il concetto di campo è stato analizzato nel contesto di diversi modelli storici: positivista, costruzionista e testualista. Quest’ultimo, facente capo agli scritti di Clifford Geertz, è stato maggiormente approfondito, e ci ha permesso di proseguire il dibattito sulla relazione tra campo e scrittura, inducendo a una prima definizione di campo come “testo parlante”.

Nel pensiero di Foucault, il campo si caratterizza invece come un a priori storico, la cui critica deve avere carattere genealogico: a quali condizioni un enunciato appartiene al campo del vero? La nozione di campo viene quindi accostata a quella di archivio, confinante, diventando lo sfondo della coesistenza enunciativa. La sua funzione è quella di costruire dei territori che permettano ai singoli discorsi di entrare o non entrare, di essere accettati o rifiutati: si configura quindi come un dispositivo di controllo. Tutti gli enunciati che si trovano dentro il campo vengono così definiti come veri, al contrario di quelli esclusi, i quali, pur trovandosi all’esterno possono essere potenzialmente accettati in futuro, innovando e ridefinendo l’interno.

Questa definizione foucaultiana ci ha portato a riflettere sulla fragilità del campo e sulla mobilità dei suoi confini. Inoltre, mettendo in relazione questo termine con quello di “cultura” abbiamo potuto costatare la ricchezza che questa definizione può portare negli studi antropologici.

Il Prof. Carmagnola si è poi soffermato brevemente sulla specifica dimensione estetica del campo, inteso come “campo del sentire”. Come filosofo, una delle domande principali della sua ricerca è che cosa governi e renda legittima la presenza di manufatti, definibili anche come beni simbolici, nel campo dell’estetica.

Non avendo però molto tempo a disposizione, la riflessione si è spostata velocemente al pensiero di Bourdieu e alla sua contestazione dell’idea foucaultiana. La sua critica è fondamentalmente di tipo materialistico: Foucault è stato astratto, trattando l’episteme come se fosse indipendente. Con un ragionamento d’ispirazione marxista, Bourdieu propone invece l’ambito sociale come fondatore del discorso, spostandosi dal piano epistemico a quello sociale. Il campo è quindi definito come “una rete di relazioni oggettive tra posizioni” o anche come “un campo di forze che agiscono su tutti coloro che vi entrano in maniera differenziale a seconda della posizione che essi occupano”.

Il seminario si è concluso con delle riflessioni sulla relazione tra il campo e il soggetto nei due autori citati: essendo il soggetto influenzato dal campo, chi governa il campo? È interessante sottolineare che per Foucault il campo è acefalo, anonimo, quindi la domanda “chi governa il campo?” è impropria. Il pensiero di Bourdieu lascia invece più spazio alla soggettività: il campo viene infatti riprodotto e attualizzato dal soggetto.

L’incontro con il Prof. Carmagnola ci ha permesso non solo di approfondire una nozione centrale alle nostre ricerche, ma di riflettere sulla costruzione dei saperi, sui confini e sul concetto di vero, attraverso il confronto di due esempi autorevoli.

domenica 22 gennaio 2017

I seminari del DACS: “Il campo della scrittura”



Tutti gli antropologi scrivono.

Partendo da questa semplice considerazione, il seminario del 18 gennaio, coordinato dal Prof. Vincenzo Matera e dal Dott. Francesco Vietti, aveva come obiettivo quello di invitarci a riflettere sulle criticità della scrittura etnografica. Ma quali sono i problemi posti dalla scrittura? Quali sono le difficoltà che insorgono al momento di testualizzare la nostra esperienza sul campo? E nel momento di tradurre un testo da una lingua ad un’altra? Cos’è che ci terrorizza e nello stesso tempo ci affascina così tanto dello scrivere? 

Il libro di Vincenzo Matera “La scrittura etnografica” (2015), e il percorso che ha portato alla sua recente ripubblicazione con la casa editrice Elèuthera (il libro era già stato pubblicato in due diverse versioni in anni precedenti), è emblematico dell’importanza che la riflessione critica sulla scrittura ha acquisito nel corso del tempo. Il nucleo tematico del libro risale infatti ai primi anni Ottanta, alla tesi di laurea del Prof. Matera, quando ancora, per lo meno in Italia, la scrittura non era oggetto di analisi. All’epoca si pensava che scrivere fosse un’operazione neutra e imparziale al servizio della descrizione e della rappresentazione etnografica. Quando il Prof. Matera decise di affrontare questo argomento nella tesi si scontrò con lo scetticismo degli antropologi a lui vicini. Solo alcuni linguisti erano maggiormente disposti a considerare la scrittura etnografica come oggetto di studio. In quegli anni i principali riferimenti teorici dell'antropologia italiana erano lo strutturalismo di Lévi-Strauss e gli studi sui nuer e gli azande di Evans-Pritchard; il libro “Interpretazione di culture” di Clifford Geertz del 1973 si studiava ancora molto poco; e gli antropologi del nostro paese erano ancora legati a un ideale scientifico positivista, oggettivante e fondato su certezze epistemologiche. Il modello di scrittura ideale era quello proposto da Malinowski nel primo capitolo di “Argonauti del Pacifico occidentale” (1922): uno stile asettico, neutro, impersonale.

L’antropologo Dan Sperber nel suo libro “Il sapere degli antropologi” (1984) è stato il primo a proporre una riflessione sulla scrittura come oggetto di analisi e sulle caratteristiche che la distinguono da altri tipi di trasposizione grafica. La sua proposta ha inaugurato quel filone di studi, anche linguistici, che ha preso vita dai primi anni Ottanta, e che è sfociato, grazie anche al dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione di “Writing Culture” (1986) a cura di Clifford e Marcus, nel movimento decostruzionista in antropologia. Da quel momento in avanti la scrittura etnografica non è stata più la stessa: gli antropologi hanno smesso di considerarla come una semplice operazione di trasferimento dei dati raccolti sul campo all’interno di un testo accademico. Una volta riconosciuta l’impossibilità di un rispecchiamento fedele della realtà studiata nell'etnografia, dunque, si è cominciato a riflettere sugli effetti manipolatori e artificiosi della scrittura, cioè sul carattere costruito delle rappresentazioni etnografiche, nonché sulla dimensione politica della scrittura, vale a dire sul potere dell’antropologo di “prendere la parola” al posto dell’altro.

Il libro “The Anthropology as Writer” (2016), curato da Helena Wulff (Università di Stoccolma) – uno dei testi oggetto di discussione al seminario – offre alcune risposte interessanti agli interrogativi e ai problemi che circondano la scrittura. Diversi autori affrontano, talvolta da una prospettiva intima o creativa, le difficoltà incontrate nel loro relazionarsi con vari tipi di scrittura (articoli giornalistici, articoli accademici, diari di campo, racconti di narrativa etc.). I diversi contributi sembrano trovare tuttavia un comune denominatore nel cercare di rispondere alla domanda: perché noi antropologi scriviamo? La scrittura può essere infatti considerata una nostra “compagna di vita” nella misura in cui ci accompagna nel corso di tutto il nostro percorso professionale ed esistenziale: essa rafforza la nostra autorità etnografica incorporata nel testo etnografico ed è qualcosa che siamo tenuti a fare per assicurarci una professione accademica. Scrivere è come dar vita a una performance, qualcosa di valutabile dalla comunità accademica. Esiste dunque accanto al piano ideale (perché e per chi scriviamo) anche un piano relazionale della scrittura, intesa come strumento che ci consente di mantenere contatti con altri antropologi che possono essere geograficamente e “culturalmente” molto distanti. Intesa come collante sociale, essa ci restituisce, quindi, un senso di appartenenza alla comunità antropologica. Ma se consideriamo che la lingua predominante della comunità accademica è l’inglese, e che ogni nostro prodotto testuale deve essere imperativamente tradotto in questa lingua per poter essere condiviso, possiamo davvero parlare di "comunità" in senso stretto?

Il seminario è stato, infatti, anche un’occasione per dibattere sul problema della traduzione di un testo etnografico in una lingua straniera, in particolare sul senso di frustrazione dovuto all’impossibilità di mantenere nel testo tradotto la stessa profondità e ricchezza di significato della propria lingua. Ci siamo quindi chiesti se rinunciare alla ricchezza formale e alle sfumature della nostra lingua madre non possa d’altronde farci acquisire una maggiore chiarezza rispetto ai concetti che vogliamo esprimere, eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe essere ridondante o non essenziale ai fini del messaggio che vogliamo trasmettere. Sebbene la questione sia molto soggettiva e personale (alcune persone infatti trovano più facile scrivere in un’altra lingua che in italiano), essa è servita a sottolineare come esista una gerarchia interna all’antropologia globale, caratterizzata da centri di produzione del sapere, veri e propri centri di potere che possono permettersi di ignorare produzioni del sapere che fanno uso di altre lingue.

Il problema della traduzione è strettamente connesso anche alla questione della responsabilità (accountability), intesa come obbligo, morale ed etico, dell’autore di rendere il più comprensibile possibile al lettore e a coloro di cui scrive la restituzione della sua esperienza etnografica, anche nella consapevolezza del carattere fittizio delle rappresentazioni (ethno fiction). A tal proposito, il Prof. Fulvio Carmagnola, presente al seminario, ha sollevato un’ulteriore questione, chiedendoci: la scrittura è un “campo” oppure è un “fuori campo”? Mentre il Prof. Matera nel suo libro fa di tutto per decostruire la nozione di “campo” evidenziando le relazioni asimmetriche che in esso prendono forma e che caratterizzano il rapporto tra l'antropologo e i suoi interlocutori, il Prof. Carmagnola propone di considerare la scrittura stessa come un “campo”, a partire dalla constatazione che nell’atto di scrivere qualcosa accade, nel senso che qualcosa si produce. La scrittura può essere considerata un campo di enunciazione (Foucault), un campo che come tale è presieduto da figure di potere. In quanto campo di enunciazione, allora, la scrittura non può mai essere considerata libera, ma deve costantemente confortarsi con questioni di potere, un potere invisibile, impalpabile, eppure presente, con cui dobbiamo continuamente misurarci.

Se da un lato è vero che il potere insito nella scrittura è qualcosa di cui difficilmente possiamo liberarci (ed è questo forse a rendercela allo stesso tempo affascinante e temibile), dall’altro ciò che dobbiamo certamente continuare a difendere è l’idea di un’antropologia non come produzione discorsiva del sapere definita una volta per tutte, ma come disciplina finalizzata ad alimentare un ambito discorsivo nel e con il quale possano entrare in relazione le persone di cui scriviamo. Se non facciamo questo, cessiamo di essere antropologi.

giovedì 12 gennaio 2017

I dottorandi DACS in libreria... e sul Corriere!

Il dottorato è un periodo in cui i giovani antropologi si confrontano con le molteplici sfide che impone oggi l'idea di una disciplina impegnata e coinvolta nel dibattito pubblico a livello locale, nazionale e internazionale. Tra queste vi è senza dubbio il mettersi alla prova nella difficile arte di comunicare il sapere antropologico a un pubblico non specialistico o accademico, ma certamente interessato ai temi che discutiamo nelle nostre ricerche. In questa direzione vanno le due iniziative che ho il piacere di segnalare quest'oggi e che coinvolgono alcuni dottorandi del DACS.

Tra poche ore, alle 18.30, Dario Nardini presenta la sua monografia "Gouren, la lotta bretone. Etnografia di una tradizione sportiva" presso la Libreria Les Mots, a Milano: una libreria di quartiere, indipendente, uno vero e proprio progetto culturale che offre uno spazio di dialogo e confronto... insomma il luogo ideale dove presentare un bel libro come il saggio di Dario, che quest'oggi ne discuterà con un altro dottorando DACS, Giacomo Pozzi (sul tema del libro potete vedere il post di Dario Nardini su questo stesso blog). Il libro di Dario è stato ieri presentato anche sulle pagine del Corriere dello Sport: un quotidiano forse non abitualmente frequentato dagli antropologi (se non in gran segreto!), ma che permette certamente di raggiungere un pubblico ampio e inusuale.


La seconda segnalazione riguarda invece la pubblicazione sul sito web del Corriere della Sera del reportage Da schiavi a zombi. Gli haitiani in Repubblica Dominicana a firma di Raúl Zecca Castel. Raúl, che dalle sue ricerche nel 2015 ha tratto il volume Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, ha realizzato sullo stesso tema anche un documentario video, sperimentando dunque con successo una pluralità di linguaggi e forme espressive. Il reportage sul Corriere.it è tra l'altro ricco di splendide immagini... il che mi permette di segnalare che la fotografia che correda questo mese il nostro blog è appunto di Raúl (chi non l'avesse ancora fatto dia un'occhiata alla pagina "La foto del mese").


domenica 8 gennaio 2017

Libertà di ricerca e ruolo dell'intellettuale oggi


A proposito del IV convegno di antropologia applicata svoltosi a Trento tra il 19 e il 21 dicembre (si veda il post "Abitare le crisi" di Giacomo) colgo questa occasione per riportare sommariamente ciò che è emerso dal workshop intitolato Libertà di ricerca e ruolo dell’intellettuale oggi coordinato da Sabrina Tosi Cambini, nota antropologa italiana. La SIAA dedicando un’intera mattinata ai contributi e alle testimonianze di antropologi ma anche di storici, economisti e giuristi, ha rinnovato il suo interesse a tener vivo un dibattito che ormai da giugno del 2016 ha visto insorgere ed indignarsi non solo la società civile ma anche la stessa comunità scientifica. Un giugno “dittatoriale”, come lo ha definito il collettivo Effimera, in cui ben tre antropologi sono finiti sotto accusa per aver preso parte a delle mobilitazioni sociali durante la loro attività di ricerca sul campo. Sono Roberta Chiroli e Franca Maltese, la prima condannata a due mesi di reclusione e la seconda indagata e poi assolta, per essere state presenti ad una manifestazione in Val di Susa contro la ditta Itinera impegnata nei lavori del cantiere TAV, e Enzo Alliegro, denunciato per aver partecipato ad una manifestazione contro l’abbattimento degli ulivi affetti da Xylella in Puglia. Ad essere condannato è il metodo etnografico, di cui l’osservazione partecipante è un suo tratto costitutivo, riconosciuto a livello internazionale da tutta la comunità scientifica. Diverse sono state le iniziative organizzate in reazione ad un’accusa apparsa come criminalizzazione del dissenso. Oltre alla petizione lanciata da Effimera e al documento sottoscritto da ANUAC, AISEA, SIAA e ANPIA a sostegno della libertà di ricerca, le principali iniziative accademiche si sono condensate nelle giornate del 12 settembre presso l’Università di Venezia, del 1 ottobre a Modena e del 14 ottobre a Bologna. 


A Trento, attraverso le voci di antropologi come Pietro Saitta, Nadia Breda, Francesca Coin, gli stessi Franca Maltese e Enzo Alliegro, dell’economista Andrea Fumagalli, dello storico Alessandro Casellato e dei giuristi Gianni Giovannelli e Alessandro Simoni, si è cercato di fare un bilancio sugli avvenimenti accaduti per riflettere sul rapporto tra ricercatore e Stato. Il ricercatore è infatti un organo epistemologico dello Stato il cui ruolo è quello di contribuire ad incrementare la ricerca, intesa come bene comune. In altre parole il ricercatore è un investimento che lo Stato fa per il bene della collettività, il suo capitale economico, sociale e culturale. La realtà però si manifesta in modo alquanto diverso. Con la svolta neoliberista dell’Università degli ultimi vent’anni, la produzione accademica del sapere ha perso la sua funzione pubblica, dialogante con la società, convertendosi alla logica privatista dedita ad una cumulatività della conoscenza sempre maggiore. Il ruolo dell’intellettuale non esiste più nella sua accezione romantica e tra produzione materiale e produzione intellettuale, tra “lavoro vivo” e “lavoro morto” non c’è più distinzione. Non è un caso che quello del ricercatore è uno tra i settori più precari. Oggi adattati alla cosiddetta economia politica della promessa in cui diamo credito ad un sapere in cambio di un futuro migliore, tutta la nostra vita si mette a lavoro al punto che, grazie alle nuove tecnologie, la produzione di conoscenza è sempre attiva, no-stop (Andrea Fumagalli). E nonostante ciò, assistiamo al paradosso per cui spesso per ricerche di impatto ambientale per esempio, lo Stato non si serve dei “suoi” ricercatori, a cui assegna peraltro borse di ricerca, ma preferisce pagare commissioni di esperti create ex-novo. 

Le eccessive accuse rivolte a Chirelli, Maltese e Alliegro ci mostrano chiaramente come lo Stato tenda a costruire e a legittimare quel soggetto lavoratore ordinato e disciplinato da cui ci ha messo in guardia Michel Foucault. L’antropologo che non si attiene alle uniche fonti legittime, ovvero quelle di Stato, e che dà voce alle posizioni dissentiste ed alternative, risulta scomodo e quindi da eliminare attraverso il dispositivo penale. La situazione è più critica di quello che si pensa, qui è in gioco la sopravvivenza stessa della disciplina. Ancora una volta l’antropologia è chiamata a riflettere sui propri limiti, che includono anche la scelta dell’oggetto e del campo di studio, e di problematizzarne il rischio. Ci dobbiamo interrogare sulla “vita pubblica della ricerca” per citare Didier Fassin, cioè sulla legittimità e divulgazione di un sapere, quello antropologico, che non è mainstream. Quando ci troviamo a fare ricerca in scenari di lotta e di conflitto dobbiamo essere consapevoli di inserirci sia a livello scientifico che politico in un campo di forze che ci richiede un certo tipo di posizionamento. Spesso quest’ultimo viene a sovrapporsi con la vita privata dell’antropologo. Nella sua testimonianza Franca Maltese ha spiegato come la sua partecipazione alle mobilitazioni non era soltanto osservazione partecipante ma rientrava in un più profondo e personale coinvolgimento ideologico nella lotta NoTav. Pertanto, anche le sue rivendicazioni contro l’accusa rivoltale dalla procura di Torino non hanno fatto leva soltanto sulla sua innocenza di dottorando di ricerca, ma su quella di tutti i presenti in una situazione in cui a suo avviso non si stata violando alcun diritto costituzionale. In questo senso oltre alla libertà di ricerca, è venuta meno anche la libertà di cittadinanza, ovvero il vedersi parte attiva della società civile. 

Questo ci porta ad un altro tema discusso vivacemente nel workshop trentino: l’eccezionalità accademica o universitaria. Dal punto di vista etico, nella ricerca di campo è giusto usufruire dell' “incolumità” istituzionale? Se da una parte per alcuni questo “lasciapassare di status” è necessario per  svolgere la ricerca senza ostacoli (mi viene in mente il caso Regeni), per altri, la pretesa dei ricercatori di essere trattati in modo diverso, solo per essere tali, da quei cittadini e movimenti sociali che pagano con il carcere il proprio dissenso, è alquanto “grottesco” (Pietro Saitta). E’ pur vero però che il potere dell’antropologo di dare voce attraverso la scrittura al dissenso, fa sì che spesso sono gli stessi informatori locali a chiedergli di poter usufruire dei suoi privilegi (Mara Benadusi). Eccezionalità o meno, ciò che secondo me è davvero auspicabile è che l’intellettuale di oggi esca dalle maglie costringenti di un’università burocratizzata e iper-regolata per parlare con i soggetti della sua ricerca al fine di produrre un sapere condiviso: con e per la società. Egli deve saper parlare del proprio tempo facendo emergere gli spazi di soggettivazione e di presa di coscienza critica della società, contribuendo allo stesso tempo ad attivarli. L’incontro è terminato con il comune incoraggiamento a continuare a ribadire in maniera convinta il diritto alla pratica del pensiero critico, formando gli stessi studenti alla presa di parola, e con la proposta di mettere in campo una rete di auto-tutela per la libertà di ricerca.

mercoledì 4 gennaio 2017

Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni: un'opportunità non solo per gli antropologi

Sono aperte le iscrizioni alla decima edizione del Corso di Perfezionamento in Antropologia delle Migrazioni organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione "Riccardo Massa". Sul sito dell'Università di Milano Bicocca sono ora disponibili il bando e il regolamento del corso, completo di tutte le informazioni relative al piano didattico. La scadenza per la presentazione delle domande di ammissione è fissata per il 13 febbraio 2017... dunque occorre affrettarsi!


Il corso di perfezionamento è rivolto ai laureati di primo livello di tutte le discipline (anche attualmente iscritti a un corso di laurea magistrale) interessati ad approfondire lo studio delle scienze antropologiche e comprendere l’apporto unico e originale che l'antropologia può portare anche in altri campi del sapere e del "saper fare".

Un corso dedicato a chi si trova in prima linea in quei territori di frontiera dove l’incontro con l’altro è all'ordine del giorno e causa conflitti, incomprensioni, pensieri divergenti, opportunità, sfide e dove si mescolano e si materializzano i desideri, le differenti visioni del mondo, della società, delle relazioni tra persone di ogni provenienza e tradizione. Si pensi, per esempio, a tanti lavori e professioni di pubblica utilità che spesso soffrono lo scarto tra il dover essere e la realtà, tra le motivazioni che hanno portato a fare un certo percorso professionale, di studi e di vita e la realtà di certi servizi, dominati da routine difficili da scalfire quando da modificare.

Un corso rivolto a chi ha voglia, coraggio e passione di mettersi in discussione, di farsi domande non banali, di provare a capire a fondo i luoghi in cui viviamo e lavoriamo, le relazioni e le rappresentazioni dei fatti che le persone propongono; di guardarsi mettendo un po' di distanza e decentrando lo sguardo da se stessi e dal proprio gruppo di appartenenza (anche professionale), dalla propria quotidianità, dalle proprie routine, dalle proprie certezze. A chi ha voglia di non fermarsi di fronte ai problemi che la vita in relazione con gli altri ci offre, di imparare facendo, di darsi il tempo per studiare i fenomeni e la realtà sociale in cui siamo immersi, provando a non farsi travolgere ma a immergervisi consapevolmente e starci dentro, con i piedi più saldi possibile, navigando nella complessità della modernità e dei nostri contesti di vita, lavoro, relazione.
Grazie alla guida di docenti competenti e appassionati, il gruppo avrà la possibilità di incontrare e conoscere sia i fondamenti classici del pensiero antropologico che di lavorare su tematiche di attualità. L’incontro con professionisti che utilizzano il sapere antropologico anche al di fuori del mondo accademico sarà un’altra opportunità per comprendere come possa essere speso nello scenario pubblico il sapere etno-antropologico e le sue influenze.



Mi sia concessa una nota personale. Dopo anni di vari lavori nel terzo settore (dal 2015 coordino il Centro Naga Har per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura dell'Associazione Naga Onlus di Milano) a contatto con tanti profili professionali validi e differenti, con tante biografie di ogni provenienza, posso senza ombra di dubbio affermare che il continuo dialogo con l'accademia e con me stesso, con i colleghi di lavoro, con gli "utenti" (termine in voga nel terzo settore ma profondamente ambiguo) e con tanti antropologi mi ha permesso una maggior capacità di comprendere e leggere la realtà in cui opero e vivo oltre che un validissimo supporto nei momenti bui che il lavoro nel sociale spesso offre. Quando, ancora agli inizi della mia carriera universitaria leggevo con grande entusiasmo etnografie che descrivevano le stesse situazioni, le stesse difficoltà, gli stessi sentimenti che vivevo io da operatore sociale...ah, che sollievo! allora non ero solo al mondo, mi dicevo!

Il corso di perfezionamento è dunque un esercizio che vale la pena di essere fatto: un bel regalo per se stessi, per la propria crescita professionale e intellettuale.  Può sicuramente maturare frutti anche per altri: all'interno del proprio ente di appartenenza portando nuovi paradigmi teorici, nella propria realtà associativa, nella propria pratica professionale quotidiana, nelle relazioni con gli altri, chiunque essi siano. Quindi non solo un corso utile alla propria professione e a se stessi, ma anche alla società in cui viviamo e in cui vivremo!

lunedì 2 gennaio 2017

Abitare le crisi. Note dal IV Convegno di Antropologia Applicata


Tra il 19 e il 21 Dicembre del 2016 si è svolto presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università degli Studi di Trento il IV Convegno Nazionale della Società Italiana di Antropologia Applicata. La Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), costituita nel 2013, è un’associazione di antropologi e antropologhe, che operano presso enti privati e pubblici studiando con fini applicativi e con approcci efficaci e innovativi le realtà sociali, culturali, multi-etniche, multi-religiose e ambientali della contemporaneità. Per il IV Convegno Nazionale, il cui titolo evocativo era "Politiche, diritti e immaginari sociali: sfide e proposte dell'antropologia pubblica", i soci della SIAA, coordinati dall'antropologo Marco Bassi, hanno organizzato dieci sessioni di discussione. I panel si concentravano su differenti tematiche di indubbia attualità, tra cui l’accoglienza dei migranti, l'impatto della crisi economica e i problemi urbani nel contesto europeo, le pratiche turistiche, il cambiamento climatico, le certificazioni in campo agricolo e l'emergere di nuove forme di famiglia. 


Al convegno ha partecipato un nutrito gruppo di dottorandi, ricercatori e docenti del nostro dipartimento, confermando così non solo l'importanza attribuita alla riflessione sulle forme della contemporaneità nella nostra comunità milanese, ma anche la centralità e la necessità della costruzione di una sapere antropologico pubblico e applicativo. Personalmente ho contribuito all'evento organizzando, insieme all'antropologo Luca Rimoldi, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Milano-Bicocca, e Silvia Pitzalis, antropologa, dottoressa di ricerca presso l'Università degli Studi di Bologna, una sessione di discussione dal titolo "Abitare le crisi. Cittadinanza attiva, dissenso e nuove forme di welfare". La proposta si è fondata su una riflessione comune che ha attraversato i nostri differenti campi di ricerca (politiche abitative e movimenti per la casa a Milano nel mio caso, memoria e marginalità urbana nel contesto milanese per Luca Rimoldi, antropologia dei disastri per quanto riguarda Silvia Pitzalis). Ovvero, l'ipotesi che per comprendere le trasformazioni, le contraddizioni e le configurazioni dello scenario socio-culturale attuale, la casa – e più in generale le differenti pratiche dell’abitare – costituiscano un riferimento estremamente significativo. Poiché la casa, come sosteneva il filosofo Bachelard, rappresenta il “nostro primo universo”, quando la possibilità di viverla viene a mancare, le concezioni e i valori di riferimento entrano in crisi. Partendo da questi presupposti, nel corso della sessione abbiamo esplorato la contemporaneità e i suoi mutamenti attraverso una prospettiva particolarmente significativa per l'antropologia applicata: l’abitare contemporaneo in relazione alle pratiche di partecipazione dal basso, di cittadinanza attiva e di dissenso. Ipotizziamo infatti che queste pratiche acquistino grande interesse pubblico se intese come complesse risposte individuali o collettive al restringimento delle politiche di welfare e di governance entro contesti di crisi.


La discussione è stata animata dalla presentazione di nove riflessioni etnografiche sul tema riportate da ricercatori e ricercatrici provenienti da diverse università italiane e straniere. Il panel è stato suddiviso in tre sessioni tematiche: agency e forme dell'abitare contemporaneo; cittadinanze attive, modelli di governance e critica sociale; dispositivi di controllo e tattiche di riappropriazione dello spazio. Nella prima sessione Carmelo Russo (Università degli Studi di Roma "La Sapienza) ha analizzato l'esperienza artistica e abitativa di Metropoliz, “città meticcia” che sorge in una ex fabbrica di salumi a Roma, e del MAAM, Museo dell'Altro e dell'Altrove. Laura Mugnani, dottoranda dell'Università di Genova, ha analizzato il ruolo dei migranti nelle occupazioni abitative romane e Stefano Portelli (Università degli Studi di Roma "La Sapienza") ha condotto una riflessione sulla governance degli spazi informali nella zona di Ostia (Roma). Per concludere la sessione, Tommaso Turolla, laureato in Antropologia presso l'Università di Milano-Bicocca, ha riportato il caso del quartiere Lorenteggio-Giambellino (Milano), facendo emergere la complessa interazione tra movimenti sociali, abitanti e politiche di riqualificazione. Nella seconda sessione Beatrice del Monte (Università degli Studi di Milano) e Victoria Sachsé (Université de Strasbourg) hanno ragionato sul ruolo dell'agricoltura in città come pratica di riappropriazione dello spazio pubblico, riportando il caso romano. Marco Gottero (De Montfort Unviersity, Leicester) ha portato invece alcune importanti riflessioni su delle pratiche economiche informali emerse ad Atene nell'epoca della crisi economica: pratiche che l'autore ha definito resistenziali e innovative. In ultimo Erika Lazzarino (Dynamoscopio, Milano) ha condiviso una raffinata analisi teorica del concetto di innovazione sociale e del suo utilizzo nell'ambito della progettazione sociale. Nella terza sessione prevista, Maria Grazia Gambardella, sociologa dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha analizzato il ruolo dei centri sociali a Milano, intendendoli come spazi politici e formativi nell'esperienza di alcuni giovani residenti a Milano. Infine, Rita Ciccaglione, dottoranda in antropologia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ha presentato le pratiche di opposizione e di fruizione dello spazio di un gruppo di giovani aquilani a seguito del terremoto che ha colpito l'area nel 2009. 


Per concludere, le giornate di discussione sono state dense e feconde. Le differenti esperienze etnografiche riportate ci hanno invitato a riflettere sull'importanza che queste pratiche abitative, intese nel loro senso più ampio di riappropriazione e gestione del proprio contesto di vita, possono avere in momenti di grave crisi economica e socio-politica. L'apporto che l'antropologia può dare alla società non deve dunque limitarsi alla valorizzazione analitica e testuale di queste esperienze, ma deve fondarsi sulla capacità applicativa di costruire strumenti di condivisione e dialogo anche per coloro che tecnicamente e politicamente gestiscono i tempi e gli spazi della crisi. Secondo questa prospettiva tutte le esperienze riportate sono emblematiche e raccontano di territori e abitanti che creativamente tentano di dare senso e significato ad un momento storico di cambiamento e crisi. Per dirla con Gramsci, queste esperienze danno un senso condiviso a quel momento in cui "il vecchio muore e il nuovo non può nascere". 

venerdì 30 dicembre 2016

Antropologia e fotografia

Per concludere in bellezza il 2016 vorrei segnalarvi uno spunto che ritengo interessante per questo periodo festivo (ovvero: se avete un giorno libero e volete fare una gita, ecco un'idea interessante).
Fino all'8 gennaio 2017, all'interno del Forte di Bard in Valle d'Aosta, è allestita la mostra fotografica World Press Photo 2016. Si tratta dell'esposizione delle immagini premiate quest'anno dal più importante concorso internazionale di fotogiornalismo. Circa 150 scatti che hanno l'ambizione di documentare ciò che di rilevante è avvenuto a livello mondiale nel corso dell'ultimo anno. Il premio è giunto alla sua 59esima edizione e nel corso del tempo ha contribuito a trasformare alcune fotografie in vere e proprie icone.

Visitando la mostra la scorsa settimana, e soffermandomi di fronte alla foto vincitrice di questa edizione del premio, uno scatto dedicato al viaggio dei migranti attraverso i Balcani, mi è tornato alla mente un passaggio di un importante articolo di Franco Remotti. Un intervento pubblicato nel 2012 sulla rivista "L'Uomo" con il titolo "Antropologia: un miraggio o un impegno?", in prossimità della conclusione del suo impegno accademico. Uno scritto molto bello e denso, in cui Remotti tra le altre cose scriveva: "Piccole esperienze, aneddoti, episodi: è sufficiente che siano fatte da coloro che si chiamano antropologi perché diventino esperienze antropologiche, e così la tendenza che ne emerge è quella di un’antropologia che io chiamo appunto aneddotica o episodica (contrapponendola a strutturale), un’antropologia che rasenta il giornalismo e che, a mio modo di vedere, rischia molto spesso di dimostrarsi assai meno interessante, valida ed efficace di una buona inchiesta giornalistica. Per esempio, se si tratta di esperienza vissuta, quale ricerca antropologica sui flussi migratori è in grado di competere con resoconti di giornalisti che hanno vissuto direttamente l’esperienza della traversata del Sahara? (Fabrizio Gatti, 'Bilal')".

Lo stralcio è parte di una serrata critica che Remotti rivolge alla disciplina, schiacciata a suo modo di vedere sulla dimensione del particolarismo etnografico e spesso incapace di sviluppare un discorso antropologico più ampio e "inattuale". Un dibattito che non intendo qui rievocare nella sua complessità, ma di cui vorrei recuperare un elemento se volete banale: che cosa differenzia appunto un'etnografia da un buon reportage giornalistico? Che cosa li distingue nel linguaggio? E tornando alla mostra fotografia: che cosa raccontano del mondo le immagini del World Press Photo di simile o diverso rispetto alle nostre ricerche? Molti dei temi, in fin dei conti, sono assai simili: chi visita la mostra al Forte di Bard trova scatti che descrivono il rapporto tra uomo e ambiente in Brasile, questioni di genere e di omogenitorialità nella società statunitense, i viaggi dei migranti nel Mediterraneo, rappresentazioni della nascita, della malattia e della morte in Europa, l'estetica della lotta tradizionale in Senegal, le condizioni del lavoro in Cina, gli spazi dell'abitare nelle periferie delle città in Italia. Antropologi e fotogiornalisti guardano attraverso l'obiettivo fotografico con gli stessi occhi? Oppure no?

Questioni ovviamente già ampiamente dibattute, e da lungo tempo, nell'ambito dell'antropologia visuale, ma che rimangono a mio avviso aperte e di grande attualità. Anche alla luce della considerazione, ad esempio, che alcuni dei fotogiornalisti premiati nel corso del tempo e quest'anno dal World Press Photo sono proprio antropologi, o hanno quanto meno avuto una formazione antropologica: nell'edizione del 2016 troviamo ad esempio Anuar Patjane Floriuk, "photographer and anthropologist", e Nancy Borowick, laureata in antropologia e premiata per un progetto fotografico sul tema della malattia terminale con un forte impianto antropologico. Nelle edizioni degli anni scorsi, particolarmente interessante a mio avviso il reportage sui giovani nomadi americani premiato nel 2010 e firmato da Kitra Cahana, canadese, antropologa visuale.

Come recepiamo noi antropologi questi lavori fotografici? E come li recepisce il pubblico dei giornali dove sono stati originariamente pubblicati? 
La riflessione su come il pubblico veda e interiorizzi questi scatti è un altro degli spunti di riflessione che mi sono stati suggeriti dalla visita della mostra. Che tipo di esperienza si vive infatti osservando queste immagini, decontestualizzate dalla loro dimensione informativa e di denuncia, e trasformate in opere d'autore, la cui fruizione comprende una forma di valutazione estetica e di estraniazione dalla realtà che pure rappresentano, come tipicamente avviene in musei e gallerie d'arte? 

Insomma, tutta una serie di quesiti e domande su cui sarà interessante confrontarsi nei prossimi mesi, magari non solo in chiave teorica, ma anche lanciando una sfida applicativa: perchè non pensare di realizzare nel 2017 una mostra fotografica con le fotografie scattate durante le ricerca sul campo dai dottorandi del DACS? Una mostra da esporre fuori e dentro l'Università, per presentare i nostri "lavoro in corso" ma anche per riflettere su come gli (aspiranti) antropologi utilizzano le immagini e la fotografia come strumento di ricerca, di documentazione e comunicazione. 

E con questo buon proposito per il 2017... buon anno a tutte/i!

mercoledì 21 dicembre 2016

Corpo a corpo in accademia

La settimana scorsa, il 13 e 14 dicembre, per la prima volta ho fatto parte del Comitato di Organizzazione di un convegno. Si trattava della tredicesima edizione delle Jorrescam, le JOurnées de Réflexions et de REcherche sur les Sports de Combat et les Arts Martiaux, organizzate quest'anno dai centri di ricerca L-Vis e LIBM dell'Université Claude Bernard Lyon 1 (programma qui).

L'aspetto più interessante dell'evento è stata la sua apertura verso l'interdisciplinarità. Le STAPS (Sciences et Techniques des Activités Physiques et Sportives), in Francia, non sono vittime del pregiudizio che in altre tradizioni scientifiche le relega a un ruolo di secondo piano nel dibattito accademico, e non sono neanche monopolio esclusivo delle discipline mediche, come accade in Italia. Di conseguenza, il dibattito attorno alle pratiche motorie è intenso e coinvolge non solo i contributi strettamente connessi con la performance sportiva o con la sanità (fisiologia, anatomia, scienze mediche e dell'alimentazione, ecc.), ma anche quelli legati al ruolo e all'influenza dello sport e dell'attività fisica nelle società e nelle culture (scienze umane e sociali).

Al convegno sono intervenuti fisiologi, psicologi, sociologi, educatori e antropologi, ma anche atleti, istruttori, preparatori atletici. Le testimonianze dei diretti interessati, vale a dire di chi lo sport lo fa - quelli che sono, per noi, gli "attori sociali" - sono andate al cuore del dibattito, e hanno permesso di ancorare l'aerostato della speculazione teorica al terreno solido delle arene di gioco. Myriam Chomaz, ex campionessa europea e mondiale di boxe, nella tavola rotonda dedicata alla "féminisation" delle discipline di combattimento, ha messo in luce per esempio quanto il mondo del pugilato, ancora oggi, subisca le dinamiche di quella "domination masculine" che ha contribuito a definirlo come un'espressione autentica delle qualità socialmente considerate "virili". L'atleta ha raccontato infatti di aver rischiato di perdere un incontro importante perché il medico, dopo un infortunio lieve all'arcata sopracciliare che non comportava rischi seri ma che sanguinava molto, stava per impedirle di proseguire il match (che poi ha vinto) perché in lei rivedeva sua moglie e sua figlia, e si sentiva in dovere di proteggerla, come lui stesso le ha rivelato poco dopo. O ancora, alcuni giovani atleti della Fédération Françase de Lutte, con il loro allenatore, sono intervenuti a raccontare il loro progetto di viaggio, volto a scoprire alcune delle pratiche di lotta esistenti nel mondo e a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla centralità di queste discipline nelle rispettive culture, in seguito alla controversa decisione del CIO di escludere la lotta greco-romana e libera dalle Olimpiadi. Ne sono emerse esperienze significative di incontro (relazionale e culturale) attraverso lo scontro (sportivo), un tema molto interessante dal nostro punto di vista, di cui ho parlato anch'io nel mio saggio sulla lotta bretone. E' stato poi proiettato un estratto del documentario girato a partire da quella esperienza, che ha fornito a tutti riferimenti visivi circostanziati della descrizione della lotta senegalese che era stata fatta poco prima in una comunicazione plenaria dall'antropologa Dominique Chévé, che si è a lungo occupata della questione e ne ha scritto.

Da qui il primo, importante, spunto di riflessione: dovremmo cercare di coinvolgere di più, nei nostri dibattiti scientifici, quelli che il sociologo Jérôme Beauchez, in uno degli interventi più interessanti (e controversi) delle due giornate, ha proposto di definire "informati" anziché "informatori"? Li teniamo fuori perché pensiamo che il sapere antropologico possa prescindere da quel coinvolgimento esperienziale di cui parlava Marta nel suo intervento su questo blog, o temiamo piuttosto di scoprire che non si tratta soltanto di "macchine" ("da combattimento" nel caso specifico, come definisce Wacquant i pugili nel suo testo di riferimento) che ripetono un habitus culturalmente acquisito e quasi automaticamente applicato, ma di esseri cognitivi in grado di riflettere criticamente sul senso di quello che fanno, e dunque di rubarci il lavoro di "interpreti" della cultura?

Si tratta evidentemente di affermazioni provocatorie, ma sono utili per introdurre la seconda riflessione che mi porto dietro da questa esperienza. E' stato infatti lo stesso Beauchez a introdurre la questione, di cui parla anche nella sua importante etnografia di una palestra di boxe. Egli, infatti, ha criticato in maniera diretta l'impostazione bourdieuana di Wacquant, che ritiene eccessivamente meccanicista nell'interpretazione dell'habitus pugilistico come un complesso insieme di schemi di valutazione incorporati e poco criticamente adottati dai pugili del ghetto americano. In realtà, nella sua critica, che non posso ripercorrere qui nella sua interezza per ragioni di spazio, mi è sembrato che Beauchez abbia fatto leva soprattutto su alcuni di quegli aspetti che Wacquant, anche lui per ragioni di spazio o comunque per l'esigenza di circoscrivere la ricerca con cui tutti noi dobbiamo prima o poi fare i conti, trascura o non approfondisce in maniera adeguata. Per di più, la critica all'applicazione troppo rigida del paradigma bourdieuano in campo pugilistico lascia il tempo che trova: i pugili di Wacquant sanno bene cosa comporta l'habitus pugilistico che gli verrà trasmesso frequentando la palestra, conoscono cioè i valori della boxe e del gym che frequentano, ancor prima di dedicarsi "anima e corpo" alla disciplina; e dunque decidono (criticamente, con consapevolezza) di dedicarvisi. L'habitus pugilistico ci viene insomma trasmesso solo se lo vogliamo, la cultura pugilistica è una cultura di cui si può decidere di far parte. E infatti, nel libro di Wacquant, l'habitus che i pugili acquisiscono (e che lui stesso acquisisce) nel corso di una vita dedicata alla boxe interviene a sovvertire la gerarchia di valori che orienta la realtà sociale circostante, e si contrappone all'habitus del ghetto. Questa mi pare una critica alla deterministica interpretazione della teoria dell'habitus, piuttosto che una sua rigida applicazione: se un habitus si può adottare volontariamente, sapendo cosa esso comporta, e se un habitus socialmente acquisito (quello del quartiere) può essere messo in discussione o addirittura sovvertito da un habitus "sportivo" cui si aderisce in un secondo momento, dove sta la rigidità? Dove la presunta acriticità degli attori sociali?
La critica di Beauchez ha senso, e come ho detto non ho modo di riportarla qui in tutti i suoi aspetti. Ma il suo intervento mi ha dato lo spunto per riflettere su una tendenza più generale e ahimè piuttosto diffusa negli ambienti accademici: quella di decostruire le teorie di quelli che si sono ormai imposti come classici del settore disciplinare di cui si fa parte per costruire la nostra reputazione. Ancora, avanzo posizioni volutamente provocatorie: dove ci porta questo atteggiamento? Che utilità ha nella costruzione del sapere scientifico?

Il terzo e ultimo spunto nasce infine dall'approccio interdisciplinare allo studio delle pratiche di combattimento che il convegno ha cercato di promuovere e che ho cercato a mia volta di stimolare nel mio intervento. A partire dalla mia esperienza etnografica, infatti, ho parlato di come le pratiche di lotta corpo a corpo contribuiscano a riorganizzare quella che possiamo definire la "gerarchia cognitiva" del lottatore. La prossimità dei corpi in lotta, infatti, impedisce al lottatore di fare troppo affidamento sulla vista per leggere, interpretare e anticipare i movimenti dell'avversario (come invece accade negli sport da combattimento a distanza, per esempio la boxe), e allora il senso più stimolato diventa il tatto. Con la pratica, il tatto assume un ruolo primario per informare il lottatore su quello che sta succedendo mentre lotta, e la vista, che è il senso dominante nella vita quotidiana (almeno nella società occidentale), passa in secondo piano. Un argomento del genere non può essere affrontato solo con gli strumenti dell'antropologia, e avrebbe bisogno dell'apporto di altre discipline, come la psicologia cognitiva, ad esempio, e probabilmente la neurologia e anche la sociologia. Da qui l'ultima domanda: a che punto siamo con l'apertura delle frontiere tra discipline nell'accademia? L'antropologia è davvero aperta al dialogo o stenta ancora a uscire dalle sue stanze?

martedì 20 dicembre 2016

Segnalazione Call for cases: Il divario culturale delle aree rurali fragili

Il 17-18 marzo 2017 si terrà a Rovigo il convegno "Alfabetizzazione, apprendimento, arte. Il divario culturale delle aree rurali fragili", organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Trieste. Si segnala qui di seguito l'apertura della "chiamata per casi emblematici": 




Il termine divario o gap è provocatorio; la cultura non si misura su una scala; però le gerarchie del sapere esistono e pesano nelle relazioni fra persone e fra territori. Si capisce che dobbiamo rifuggire gli estremi opposti dell'arretratezza culturale e del compiacimento folkloristico, ma non si può prescindere da graduatorie del sapere convenzionale che si esprimono nell’istruzione, nella formazione permanente e nel trasferimento tecnologico. Sono tutte attività ordinabili in scale di valutazione. Si salva l’arte, che più difficilmente viene catturata dall’industria culturale o dalle istituzioni educative. Anche l’immenso patrimonio della conoscenza tacita elude le gerarchie del prestigio culturale, ma la sua esistenza è continuamente minacciata di estinzione o da fraintendimenti.

Se esista o meno un divario delle aree rurali fragili in termini di istruzione, formazione permanente e manifestazioni artistiche è tutto da dimostrare. I segnali negativi (peggiori prestazioni nei test, fuga dei cervelli, digital divide, mancanza di centri di ricerca…) sembrano prevalere su quelli positivi che pure esistono: ri-organizzazione della scuola primaria e sperimentazione di nuove pratiche educative, buone capacità comunicative, straordinaria vitalità di fiere, festival, sagre, musei diffusi, residenze artistiche … tutte esperienze che mirano alla valorizzazione della diversità ecologica e culturale.
La cultura, oltre che una forma del sapere, è un insieme di pratiche meritorie. Queste hanno una genesi, uno sviluppo ed effetti sulla comunità locale.

I casi di studio dovrebbero mettere in luce: a) le caratteristiche originali e evolutive di pratiche meritorie in aree fragili; b) gli effetti in cinque ambiti: economico (posti di lavoro, distribuzione ricchezza, investimenti…), ambientale (se e come contribuiscono a tutelare gli ecosistemi), sociale (coesione, pace, accoglienza), organizzativo (persone, modalità di gestione, risorse) e esistenziale (senso, felicità, orgoglio, piacere..). Sono benvenute sia ricerche di esperti, sia auto-analisi dei protagonisti di esperienze culturali, incluse - dopo l’ultima vicenda del terremoto - le culture dell’abitare e del costruire.

Si tratta dunque di un convegno che pare rispecchiare il nostro ragionamento sull'avvicinamento tra mondo accademico e pratiche applicative/sperimentali: uno degli aspetti rilevanti a proposito del nostro futuro di dottorandi in antropologia nel mondo del lavoro.

domenica 18 dicembre 2016

I seminari del DACS: dibattito con Roberto Malighetti e Angela Molinari

Mercoledì 14 dicembre si è svolto il secondo incontro previsto dal seminario DACS. Questa volta i protagonisti attivi siamo stati noi dottorandi che, insieme ad alcuni docenti presenti, abbiamo dialogato con Roberto Malighetti e Angela Molinari sul loro ultimo libro “Il metodo e l’antropologia. Il contributo di una scienza inquieta” pubblicato recentemente con Raffaello Cortina Editore. 



I due autori sono accomunati da un percorso formativo filosofico per loro particolarmente determinante. Questo testo è infatti l’esito di un lungo cammino intellettuale che nasce dal bisogno di riportare alla luce quelle problematiche - che cos’è una scienza, che cos’è una teoria, che cos’è il pensiero - troppo a lungo soffocate dall’antropologia stessa. Attraverso un approccio storiografico si ripercorrono i padri fondatori della disciplina in un climax ascendente di presa di consapevolezza del ruolo e della figura dell’antropologo. 
Il libro è rivolto principalmente a studenti ma anche ad antropologi affermati con l’augurio di riflettere sulle questioni epistemologiche del metodo antropologico. 

Noi dottorandi, dal nostro canto, abbiamo provato ad instaurare un vivace dibattito che si è rivelato una preziosa occasione per riflettere sulla nostra professione. Innanzitutto ci siamo chiesti perché l’antropologia viene definita nel testo come una scienza inquieta, riprendendo Foucault. A volte l’interrogarsi sui limiti della ratio occidentale può farci sentire inappagati e frustrati dall’impossibilità di arrivare al vero, ma secondo Malighetti non potrebbe essere altrimenti: l’antropologia è una scienza inquieta perché realista. Essa è in continua ridefinizione e ciò deriva dal fatto che da sempre si è dovuta confrontare con la condizione de-strutturante di un mondo opaco e impenetrabile nella sua essenza. 
L’inquietudine epistemologica non deve spaventarci perché è proprio quel quid che ci spinge a ricercare e a de-costruire l’egemonia del pensiero unico. 

E’ a Clifford Geertz che dobbiamo il merito di aver costretto gli antropologi a ripensare profondamente il metodo etnografico e la relazione soggettività-oggettività, e ciò proprio in un momento di passaggio dalla colonizzazione alla decolonizzazione. 
Questa nuova ondata di riflessività che pervade l’antropologia a partire dagli anni ’70 nasce dall’etnografia stessa. E’ infatti nel campo che gli antropologi sperimentano i limiti della scienza positivista e cominciano a considerare l’altro non più come un oggetto inerme ma come soggettività storica. 

Cosa succede quando la mia soggettività incontra un’altra soggettività? L’altro è come me? E solo se è come me posso conoscerlo? Siamo sicuri che il coinvolgimento diretto del ricercatore nell’azione rituale sia strumento indispensabile per la comprensione (experiential approach)? Abbiamo discusso di empatia, distinguendo tra una etica ed una epistemologica. Se la prima è infatti necessaria all’incontro, la seconda, secondo la professoressa Molinari, è poco produttiva perché il diventare come l’altro non mi mette nella condizione di percepire l’alterità e di analizzarla. Del resto, ci poniamo domande quando incontriamo la differenza e non la somiglianza. Gli autori sottolineano con forza come l’antropologia debba fare i conti con un metodo che parte dalla soggettività, dal posizionamento del ricercatore e dalla sua storicità. Non esiste un modello di ricerca standard o principi applicati universalmente perché è proprio l’empiricità a plasmare di volta in volta i modelli epistemologici. 

Rispetto all’importanza del linguaggio, Malighetti e Molinari sono in disaccordo con coloro che muovono la critica di logocentrismo all’antropologia interpretativa: anche l’utilizzo di strumenti tecnologici come la fotografia, il filmato, ad un certo punto avranno bisogno della parola, altrimenti non potremmo confrontarci con una comunità scientifica fondata sulla testualità. Il campo stesso è saturo di documenti (la letteratura scientifica, i documenti degli interlocutori, lettere da e per il campo, i racconti individuali) e non esiste indipendentemente dalle pratiche di scrittura e di lettura. 

Ma fino a che punto possiamo negoziare questo metodo che si fonda sulla soggettività, senza perderne il valore, quando applichiamo l'antropologia ad un contesto interdisciplinare? Malighetti ci riformula provocatoriamente la domanda: qual è la nostra competenza in un contesto che troppo spesso non ci ascolta? Negoziamo per convincere, per semplificare, o invece per farci capire senza però snaturare la nostra professione che si basa proprio sulla complessità? 
L'antropologia è una disciplina che ha tanto da dire alle altre scienze, perché in virtù del coinvolgimento esistenziale dell'osservatore non può prescindere dal problematizzare ciò che altri metodi nascondono o danno per scontato. 

Così come nell'intento degli autori non si dà conclusione nel libro, in modo simile il seminario si chiude lasciando delle questioni in sospeso invitando a continuare a riflettere e a complessivizzare. 

venerdì 16 dicembre 2016

Proiezione del film "Wallah - Je te jure"

Martedì 13 dicembre, durante il Corso di Antropologia dei Processi Migratori tenuto dalla prof.ssa Barbara Pinelli, è stato proiettato il film-documentario “Wallah - Je te jure”, realizzato da Marcello Merletto e prodotto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). 

L’occasione è stata particolarmente feconda e ha stimolato il folto pubblico presente, costituito da studenti del Corso e dottorandi, ma anche da numerosi esterni, specialmente operatori di cooperative sociali impegnate nel settore dell’accoglienza ai richiedenti asilo. 
Il documentario, come ha avuto modo di spiegare l’autore, è un “racconto corale”, narrazione collettiva dell’esperienza migratoria così come vissuta dai diretti protagonisti e dai loro familiari. Attraverso testimonianze genuine raccolte nei luoghi di partenza, di transito e di approdo dei migranti, questo lavoro tecnicamente impeccabile restituisce una visione trasversale di un fenomeno che sempre più frequentemente è soggetto a strumentalizzazioni di varia natura. 
Per coloro che vivono e agiscono nel mondo della ricerca antropologica, la visione del film è stata inoltre un’ottima opportunità per riflettere non solo sulle tematiche dei processi migratori, ma anche sulle loro rappresentazioni, e per ragionare sugli stimoli e il contributo che uno strumento come il documentario può fornire all’antropologia visuale e più in generale alla disciplina tutta.

Di grande interesse, infine, l’intervento del prof. Guido Veronese, docente e psicoterapeuta, che a conclusione della proiezione ha offerto ulteriori stimoli di riflessione grazie ad alcune profonde considerazioni circa la condizione di sofferenza psichica che molto spesso interessa il soggetto migrante e che, di conseguenza, interroga saperi e pratiche di chiunque si relazioni ad essi.

L’invito, per coloro che non avessero potuto partecipare all’incontro, è di approfittare dei prossimi appuntamenti previsti in tutta Italia per la proiezione del documentario.

Nel frattempo qui di seguito è possibile visionarne il trailer.


martedì 13 dicembre 2016

I seminari del DACS: incontro con Joel Quirk

Martedì 22 novembre ha preso avvio il nuovo ciclo di didattica del dottorato che accompagnerà i dottorandi per tutto l'anno accademico. 

Il primo incontro ci ha offerto l'occasione di ascoltare l'importante intervento di Joel Quirk, Professore Associato e Direttore del Dipartimento di Studi Politici all'University of the Witwatersrand di Johannesburg, in Sud Africa. Il seminario, dal titolo "The Politics and History of Slavery: Competing Visions of Rescue and Repair" ci ha guidato
attraverso il ricco repertorio di ricerche e riflessioni che Joel Quirk ha sviluppato sulla schiavitù e sulle diverse forme di asservimento, nonchè sul "progetto antischiavista", il discorso sviluppato nel corso del tempo da coloro che si sono opposti, o che si sono voluti rappresentare come oppositori, dello schiavismo nelle sue diverse declinazioni. La relazione si è concentrata in particolar modo su quest'ultimo aspetto, proponendo un'analisi critica delle retoriche storiche e contemporanee inerenti il tema del salvataggio e del riscatto dalla schiavitù, un approccio di estremo interesse per tutti coloro i quali si occupano oggi delle politiche dell'umanitario.

Joel Quirk è stato invitato a tenere la sua lezione per i dottorandi DACS nell'ambito del progetto SWAB, "Shadows of Slavery in West Africa and Beyond. A Historical Anthropology", programma di ricerca quinquiennale che vede coinvolti diversi docenti del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione "R.Massa" e una dottoranda DACS (se ancora non conoscete nel dettaglio il progetto SWAB è ora di visitare il sito web linkato qui sopra!).

Il seminario è stato molto ricco e per chi volesse approfondire la conoscenza dei temi trattati in aula sono disponibili online alcuni articoli di Joel Quirk:
Quest'ultimo contributo si collega all'attività che Quirk svolge come membro del Comitato Scientifico Internazionale dell'UNESCO "Slave Route Project".

L'incontro si è concluso con un riferimento da parte del relatore a un'attività che per tutti i dottorandi e per questo blog dev'essere di grande stimolo: Joel Quirk interviene infatti con assiduità su opernDemocracy, un'arena globale di discussione su questioni centrali per quanto riguarda i diritti umani, la libertà, la giustizia e la democrazia.


venerdì 9 dicembre 2016

Antropologi al lavoro...

"I haven't strength of mind not to need a career", Ruth Benedict used to say, with a rueful smile, during her first years in anthropology.

No, questo post non è una recensione del volume curato nel 1959 da Margaret Mead... ma le parole di Ruth Benedict che aprono il primo capitolo del volume possono ben fungere da epigrafe per l'incontro che la scorsa settimana i dottorandi del DACS hanno dedicato a discutere di un tema a tutti noi assai caro: il rapporto tra la nostra disciplina, il dottorato di ricerca e il mondo del lavoro.

Lo spunto per introdurre la riflessione ci è stato fornito da due recenti iniziative organizzate alla Bicocca: la Milano Anthropology Week, promossa dal Corso di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche (per chi se la fosse persa... ne trovate notizia sul sito del Dipartimento, ma se seguite il link qui sopra la vedrete raccontata sul blog "il lavoro culturale", creato dai nostri colleghi dell'Università di Siena... così nel frattempo gli date un'occhiata!) con l'obiettivo di stimolare l'incontro, confronto e scambio tra studenti, laureati in antropologia e “parti sociali”, ovvero imprese, aziende, cooperative, enti e istituzioni che, consapevolmente o meno, sono in cerca delle competenze e conoscenze degli antropologi per i loro progetti e attività.

Il secondo evento che ha mosso la nostra discussione è stato il Career Day dell'Università, tenutosi il 23-24 novembre e promosso dall'Ufficio Job Placement dell'Ateneo. Alla giornata, che prevedeva uno specifico spazio per gli studenti del dottorato, hanno preso parte alcuni dottorandi del DACS. Giacomo, Giuseppe e Raul hanno così avuto modo di condividere la propria esperienza con tutti noi, soffermandosi anche sulla partecipazione ai colloqui di lavoro sostenuti. Insieme alla professoressa Alice Bellagamba, presente all'incontro, ci siamo dunque chiesti in che modo nel corso di questo anno di DACS possa essere rafforzata l'attitudine dei dottorandi nello sviluppare capacità e competenze specifiche e trasversali che possano aiutarli a incontrare il mondo del lavoro anche fuori dall'università. Mentre il percorso professionale e umano legato alla ricerca richiede una sempre maggiore specializzazione, dedizione e qualità nel raggiungere standard sempre più alti e restrittivi a livello internazionale, è possibile anche guardare ad un altro genere di percorso, che radichi il ricercatore al territorio, che punti all'allargamento delle reti e delle conoscenze di base. Una scelta non secondaria nè di ripiego, giacchè è proprio tramite l'inserimento degli antropologi nei più diversi settori professionali e nei più vari territori che l'antropologia può aumentare il suo impatto sociale, la sua capacità trasformativa nei confronti della società.

Oltre a interrogarci, come siamo soliti fare, sulla nostra identità disciplinare e lamentarci forse troppo spesso di non essere riconosciuti come antropologi in quanto tali nel mondo del lavoro, occorre dunque chiederci in modo molto franco cosa sappiamo fare, cosa conosciamo, che contributo possiamo dare nel contesto dove vorremmo lavorare, quali competenze possiamo spendere in un curriculum o in un colloquio. Nel corso dell'incontro sono state avanzate diverse proposte, alcune delle quali riguardano anche il possibile utilizzo del blog DACSdiaries come strumento di comunicazione.

- Si è proposto di lavorare su competenze trasversali quali il trattamento e l'archiviazione dei dati sensibili, saperi tecnici legati alla questione della valutazione etica della ricerca;

- di invitare alcuni dottori di ricerca che hanno svolto il dottorato in antropologia alla Bicocca affinché ci vengano presentati i loro percorsi professionali e le loro modalità di accesso al mondo del lavoro;

- di valorizzare le reti e i contatti che gli attuali dottorandi hanno e che hanno sviluppato ancor prima di entrare nel DACS. In questo modo potranno essere coinvolti come relatori di incontri da realizzarsi nel 2017 esponenti delle parti sociali di ambiti professionali di interesse dei dottorandi stessi;

- di coltivare la collaborazione con ANPIA, l'Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia, costituitasi a inizio 2016 con l'obiettivo di riconoscere, valorizzare, tutelare e comunicare le professioni antropologiche nella società.

Il dottorato sta rapidamente cambiando, così come ciò che ci si aspetta dagli (aspiranti) antropologi in questo periodo cruciale della propria formazione e della propria vita. Se certamente il dottorato continua a essere per tutti noi una sorta di "rito di passaggio" è pur vero che dobbiamo porci anche obiettivi pratici e solo in apparenza "minimi": ad esempio che il curriculum di un dottore di ricerca sia più ricco e vario di quello che aveva quando è entrato come dottorando al primo anno; che il suo bagaglio di conoscenze, legami ed esperienze si sia ampliato, e non impoverito; che dopo aver assorbito con intraprendenza il mondo nella propria antropologia, sia pronto a restituire col medesimo entusiasmo la propria antropologia al mondo.

Non si tratta che dell'inizio di una riflessione che porteremo avanti per tutto l'anno... quindi chi non era presente all'incontro non si senta escluso... anzi intervenga per portare le proprie idee e proposte! In fondo,parafrasando Ruth Benedict, nessuno di noi ha tanta forza d'animo da non chiedersi fin d'ora che lavoro farà il giorno dopo aver conseguito l'ambito titolo di Dottore di ricerca in antropologia!